Questo blog è dedicato alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Per noi vale la massima: un paesaggio integro ed armonioso oggi è sempre il riflesso di un ambiente sano e di una società più civile.

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Utente: lucabellincioni
Nome: Luca Bellincioni
Storico, guidarista, escursionista e fotoreporter, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano. Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Sulla base della sua esperienza nel campo, egli attualmente si propone alle amministrazioni locali quale "consulente per la valorizzazione turistica del paesaggio". Recentemente ha anche acquisito un diploma come "consulente per il risparmio energetico e per le energie rinnovabili", arricchendo decisamente il suo percorso formativo. Chi fosse interessato al suo lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattare l'Autore all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it. Chi voglia invece pubblicare articoli e saggi attinenti agli argomenti trattati, può inviarli specificando nell'e-mail e alla fine del testo che il contributo al blog è del tutto gratuito e volontario e che sono responsabili dei contenuti dei propri scritti. I contributi anonimi o quelli risultati a insindacabile giudizio dell'Autore non attinenti od offensivi saranno comunque cestinati.

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giovedì, 02 luglio 2009
Deficit di tutela e deficit di sviluppo nella Tuscia

Gli inquietanti e demenziali progetti di "eolico selvaggio" che interessano attualmente la Tuscia dovrebbero far riflettere su una questione di fondamentale importanza circa lo sviluppo delle aree rurali in genere e del Viterbese in particolare. La mancanza di una tutela vasta e pianificata  porta ciclicamente su questo territorio pregiatissimo - e su altri territori dalle caratteristiche simili e allo stesso modo non adeguatamente tutelati - proposte di progetti impattanti e devastanti. Dall'eolico alle grandi centrali biomasse, dalla riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia alle nuove autostrade e superstrade, dalla ricerca della grande discarica post-Malagrotta nella magnifica campagna fra Tarquinia e Allumiere all'aeroporto di Viterbo, dalla riconversione al nucleare di Montalto alla paventata costruzione di una nuova (la terza nel Lazio!) centrale nucleare nei pressi di Orte, dalle nuove aree industriali sparse qua e là alle lottizzazioni (a ville e villette) che molti Comuni sono pronti a consentire. Ora, appare chiaro anche ad un imbecille che se davvero tutti questi progetti venissero davvero realizzati la Tuscia - l'antica terra degli Etruschi - praticamente scomparirebbe dalla faccia della Terra e si potrebbe tranquillamente parlare di disastro ambientale. Appare dunque ancor più chiaro che probabilmente sarà impossibile realizzarli tutti, ma comunque ognuno fra questi progetti rimane di per sé ancora in ballo, o in alcuni casi (ad esempio l'eolico, il carbone e l'inutile e folle superstrada Civitavecchia-Viterbo) risulta addirittura in fase avanzata.

Ad ogni modo, il complesso di questi progetti - che disegnano un quadro quasi apocalittico per il futuro della Tuscia - pesa come una spada di Damocle sul territorio del Viterbese e dei suoi diretti dintorni e occorre aggiungere che questa realtà angosciosa non è cosa degli ultimi tempi ma ha ormai una vera e propria tradizione alle spalle. Infatti sono decenni che la Tuscia è interessata da scellerati progetti impattanti, segno di una servitù ad interessi superiori che è stata attenuata soltanto da una felice circostanza: vale a dire la vitalità che nella Provincia ancora conserva l'agricoltura, la quale qui più che altrove si è dimostrata un vero e proprio baluardo dell'ambiente. Tuttavia, la ciclica riproposizione di progetti devastanti ha fatto sì che nel territorio della Tuscia si vivesse e si continui a vivere in una situazione di eterna precarietà. Questa precarietà, dal canto suo, limita da sempre lo sviluppo economico del territorio provinciale, e soprattutto il comparto turistico. Infatti l'insicurezza diffusa sul destino di queste terre non ha mai permesso l'avvio di investimenti massicci sul territorio ad esempio nel turismo di qualità (enogastronomico, agrituristico, culturale, ambientale, ecc.), che invece già fa da molti anni la fortuna di zone limitrofe della Toscana e dell'Umbria.

Eppure la Tuscia vanta un patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale fra i più straordinari d'Europa, con la presenza di ambiti paesaggistici diversissimi (pianure, colline, foreste, laghi, canyon, calanchi, spiagge e cordoni di dune, fiumi) e spesso assolutamente integri ove si inseriscono mirabilmente i segni di un'intensa antropizzazione antica. Molti imprenditori (anche provenienti dall'estero) sarebbero disposti ad investire grosse somme nella Tuscia ed alcuni lo hanno già fatto, nonostante i succitati problemi. Ma la stragrande  maggioranza degli addetti al settore turistico stentano a fare investimenti a lungo termine nella Tuscia, poiché le amministrazioni locali - e quelle della Provincia e della Regione -, non danno alcuna garanzia sulla salvaguardia delle risorse sulle quali dovrebbe proprio basarsi l'avvio di un'attività connessa con il turismo e le peculiarità dei luoghi. Per parlare chiaro: chi investirebbe oggi, con tutti questi assurdi e devastanti progetti in ballo, centinaia di migliaia (o milioni) di euro per avviare una moderna azienda agrituristica che possa offrire lo standard che oggi viene offerto nelle aree più sviluppate d'Italia in fatto di turismo di qualità? Chi investirebbe tutto il lavoro di una vita o - più prosaicamente - ingenti risorse per realizzare un business in un territorio che potrebbe essere, un giorno o l'altro, deturpato e depregiato? Chi, più semplicemente, si sobbarcherebbe oggi mutui e spese enormi ad esempio per ristrutturare una casa colonica e avviarci un'attività, col rischio di vedersi spuntare di fronte alla propria azienda una centrale eolica o una superstrada? O ancora, chi investirebbe nella riconversione al biologico della propria azienda agricola per vedersela poi danneggiata dal cemento delle infrastrutture o dai fumi tossici del carbone o dalle scorie nucleari? Ma - a ben vedere - tutte queste attività connesse con l'agricoltura ed il turismo sono proprio quelle - le uniche - connesse ad un sano e sostenibile sviluppo del territorio, che favorisca la sua tutela, la sua salvaguardia, la sua promozione in ambito nazionale ed internazionale. E molti esempi virtuosi in Italia lo confermano.

Dobbiamo insomma concludere che la Tuscia è sinora stata governata come una regione da Terzo Mondo. Un'area di pregio eccezionale sfruttata sino all'osso dalla speculazione energetica, qui così potente, e più recentemente anche da quella edilizia. Mentre il suo patrimonio turistico rimane tuttora scandalosamente e penosamente sottovalutato e sotto-sfruttato, per colpa di amministratori locali incompetenti, rozzi, arroganti ed autoreferenziali. Ora l'eolico costituisce soltanto l'ennesimo assalto a questo meraviglioso patrimonio, che oltre ad essere turistico, è innanzi tutto ambientale, culturale ed umano. Auspichiamo che la Provincia di Viterbo si svegli prima che sia troppo tardi, riconosca le pecche di una gestione fin qui fallimentare delle risorse del territorio, si rimbocchi le maniche ed inizi davvero a "modernizzare" la Tuscia, che oggi significa far fruttare le sue peculiarità e non cancellarle.

Vanno per prima cosa istituite nuove aree protette che non siano i soliti fazzoletti di terra, bensì parchi vasti che diano garanzie a chi ci vive e che attirino investimenti di qualità, permettendo il rilancio all'unisono del settore agricolo e di quello turistico. Rammentiamo a tal proposito i nostri progetti per un Parco Nazionale dell'Etruria (a tutela della Tolfa e dell'area maremmana) e per un Parco Regionale della Teverina Viterbese, nonché il progetto avanzato tempo fa dalla Provincia stessa della candidatura a Patrimonio Unesco del Lago di Bolsena e della Valle dei Calanchi.: un'iniziativa, quest'ultima, di grande valore strategico ma che appare oggi abbandonata ed anzi a serio rischio a causa dei vari progetti di centrali eoliche nell'area volsina, in particolare di quello di Piansano in via di realizzazione nel silenzio (o nell'assenso?) delle autorità provinciali e regionali.

Non c'è più tempo da perdere ed occorre - ripeto - ricominciare a parlare di aree protette. Lo stesso allargamento del Parco della Valle del Treja si mostra urgentissimo al fine di bloccare i progetti d'eolico selvaggio di quasi tutti i Comuni del comprensorio, mentre l'ampliamento della Riserva del Lago di Vico (anche verso le aree agricole limitrofe non ancora comprese) costituisce un'altra priorità stando alla feroce speculazione edilizia palesatasi nei suoi dintorni negli ultimi anni.

Sapranno la Provincia, la Regione e qualche Comune lungimirante rendersi conto della situazione, e fare qualcosa per dare un indirizzo nuovo al futuro della Tuscia? Prima che sia troppo tardi?

Postato da: lucabellincioni a 13:09 | link | commenti
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martedì, 23 giugno 2009
Lettera Aperta a Paolo d'Arpini del Circolo Vegetariano di Calcata - Come gettare "al vento" il territorio

Contro l'eolico in ambiti rurali e naturali: dovunque, senza se e senza ma!

Ciao caro Paolo se dovessimo cercare un Comune che non abbia ancora fatto uno studio di fattibilità o una conferenza su un progetto di una centrale eolica, stenteremmo a trovarlo... Persino il Comune di Tuscania l'anno scorso in pompa magna annunciò l'avvio di un progetto per la creazione di un Parco eolico nel suo territorio. E stiamo parlando di Tuscania, circondata da vincoli e vincoli di ogni tipo. Certo è che se un'amministrazione volesse davvero fare una centrale eolica lo farebbe in barba ai vincoli corrompendo qui e là i vari uffici tecnici. Lo hanno fatto e continuano a farlo in Sicilia, Campania e Puglia, dove sono stati devastati paesaggi magnifici nell'indifferenza comune. Fortunatamente - in questo caso - nel Lazio ci abitano molte persone, e molte di esse si dedicano all'ambientalismo, quello vero però, quello di chi si sporca le gambe e le mani nei sentieri, assaporando la bellezza della natura e non l'ambientalismo falso di chi parla d'ambiente da dietro un pc o davanti alla televisione, senza essere nemmeno mai stato su un sentiero [...]. Ebbene l'eolico - nei modi in cui si sta sviluppando - è uno schiaffo alla ragione: ti prego davvero di leggere i miei articoli sul mio blog in merito (ho dedicato gli ultimi due anni della mia vita a questo problema) e capirai i tanti motivi per dire no a "questo" eolico. Da "consulente per il risparmio energetico e le energie rinnovabili" riconosciuto dalla Regione Lazio quale sono, mi permetto di dire la mia su questa spinosa questione. Gli assunti da cui parto per dire no all'"eolico selvaggio" sono vari, ma cerco di riassumerteli al volo: 1- Non si può aiutare l'ambiente devastandolo; 2- Attualmente solo l'agricoltura e il turismo possono permettere uno sviluppo locale sostenibile ed entrambi sono danneggiati dall'eolico; 3- Oggi il problema più grave del mondo - e quello che sta alla base del maggiore consumo energetico e quindi dei cambiamenti climatici - non è altro che il consumo di territorio: e l'eolico produce proprio consumo del territorio.

Eppure l'eolico è in sé un'energia molto utile se usata con la logica. Innanzitutto esistono altre forme di tecnologia eolica meno impattanti (minieolico e microeolico) di cui non si parla mai perché le grandi aziende che producono le grandi pale debbono venderle. In secondo luogo l'eolico non dovrebbe mai essere promosso in aree "sperdute" come spesso i sindaci propongono, perché proprio quelle "aree sperdute" sono le porzioni di territorio di maggiore pregio!!! Le torri eoliche dovrebbero invece essere installate - come già si inizia a pensare da più parti - in siti già altamente alterati dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ad esempio a ridosso degli insediamenti produttivi, i quali fra l'altro sono proprio i maggiori "energivori", e restando il fatto che l'energia deve essere prodotta il più vicino possibile a dove viene consumata. Tempo fa proposi in svariati articoli la realizzazione di una "mappa nazionale dei siti industriali ventosi". Tale soluzione permetterebbe lo sviluppo sostenibile dell'energia eolica, limitando al minimo l'impatto paesaggistico, contando però anche che pure nelle aree industriali dovrebbero comunque essere evitate le torri alte 100 metri! Le quali oggi vengono proposte qui e là perché - ripeto - le fabbriche le hanno già costruite e non sanno più a chi venderle e cercano qualche amministrazione traffichina e qualche popolazione rincoglionita per appioppargli questi impianti che quasi più nessuno vuole... E non a caso nelle aree italiane in cui il paesaggio "si vende" e dove si vive di turismo, tipo l'arco alpino, tutte le regioni hanno varato una moratoria sull'eolico... Chissà perché... Tuttavia, rispetto all'eolico, di queste soluzioni alternative non si parla mai e non ce la faccio più a ripetere le stesse cose perché si tratta di cose eclatanti ed evidenti, e se la gente non ci arriva perché è idiota non ci posso fare niente. Non se ne parla perché da un lato gli industriali italiani non vogliono le pale affianco ai loro "bei" capannoni, dall'altro perché i terreni agricoli costano molto meno... e poi l'opinione pubblica è bombardata da pubblicità deficienti che ti propongono delle belle campagne punteggiate di torri eoliche, quasi fossero un elemento naturale: un'immagine posta lì ad arte per iniziare a farci fare confidenza con queste assurde mostruosità, simbolo del Dio-Tecnologia cui tutto si deve - pare - sottomettere. Per cui, anche culturalmente, il valore di un paesaggio integro sta decadendo del tutto e si rischia che le popolazioni locali diventino sempre più favorevoli alla devastazione del proprio stesso territorio (che magari non conoscono più e di cui non gli frega più niente).

E tornando all'Agro Falisco, chi conosce la morfologia della zona (anzi mi chiedo: ma chi la conosce davvero?) e le caratteristiche di questo paesaggio converrà sul fatto che ovunque le pale venissero installate provocherebbero un impatto devastante in quanto sarebbero visibili da decine e decine di chilometri (le pale alte cento metri sono visibili spesso anche da 100 km in territori pianeggianti). Infatti l'Agro Falisco è formato da un susseguirsi di altopiani dolcemente ondulati interrotti da profondi valloni (le "forre"): ebbene le pale verrebbero installate su uno di questi altopiani, ma appare chiaro a tutti come non ci siano barriere naturali a "chiudere" alla vista uno qualsiasi di essi, per cui la centrale eolica sarebbe visibile da ogni punto dell'Agro Falisco; pensiamo ai danni che provocherebbe la centrale al paesaggio stupendo (e vincolato) che si gode sulla Via Flaminia da Rignano a Civita Castellana, ove lo sguardo oggi può spaziare in ogni lato a perdita d'occhio sulle magnifiche e dolcissime ondulazioni falische; oppure al danno al paesaggio eccezionale che è spesso visibile nelle aree archeologiche dell'Agro Falisco, ove fra castelli in rovina e costruzioni pre-romane i ruderi appaiono in splendida armonia con il paesaggio agricolo e naturale, fatto di quei vasti orizzonti che proprio l'eolico finisce col distruggere. Pensiamo poi a quelle giornate bellissime d'inverno con la nebbiolina che copre tutto l'agro da cui spunta solo qualche vecchia quercia e la mole solenne del Soratte... Pensiamo agli stessi panorami dal Soratte verso l'Agro Falisco, con e le sue immense distese di grano e di pascoli... Tutto ciò che oggi contraddistingue l'Agro Falisco, e che lo rende riconoscibile sia a chi ci abita sia ai turisti, scomparirebbe completamente, accecato dalla visione di mostri roteanti alti 100 metri, con buona pace del turismo culturale che si stava sviluppando e che praticamente crollerebbe, e con buona pace quindi di tutte le aziende agrituristiche e b&b che avevano investito centinaia di migliaia di euro in questo territorio e che non avrebbero più da "vendere" il vecchio paesaggio romantico del Soratte ma una misera accozzaglia di pale eoliche. E in una zona così vicina a Roma, se decadesse definitivamente il turismo - e l'agricoltura stessa, che oggi ha bisogno di un'immagine vincente del proprio territorio per imporsi sui mercati... - lo sapete quale sarebbe il suo destino? Il cemento. Sarebbe la morte dell'Agro Falisco, che dalla prospettiva di un Parco Regionale (o Nazionale) che proteggesse uno dei paesaggi più romantici del mondo, decantato da artisti, letterati e viaggiatori, diventerebbe un triste deserto di pale eoliche, elettrodotti (quelli nuovi che - accanto a quelli già esistenti - verrebbero costruiti assieme ad una centrale eolica), villette e capannoni. Perché questo sarebbe il suo destino, non prendiamoci in giro. E chi dice il contrario se ne prenda le responsabilità verso le generazioni future cui - mi sembra - in troppi vogliano togliere il diritto sacrosanto di godere di un territorio integro, come abbiamo potuto fare noi.

Sicché mi pare necessario concludere che ci è a favore dell'eolico in ambiti rurali o naturali, e nella fattispecie nell'Agro Falisco, non vuole bene al territorio ma concorre alla sua distruzione. Si smascherino gli interessi occulti che sono dietro a queste operazioni e si avvii un nuovo modello di sviluppo per le aree a vocazione agricola a turistica, come la Valle del Treja. Un modello però basato sulla Ragione, non sull'ignoranza o sulla speculazione.

Spero che questa mia mail ti sia d'ausilio per approfondire la questione. Non dobbiamo fare concessioni a chi parla di eolico in ambiti pregiati tipo l'Agro Falisco: chi vuole devastare il territorio è un nemico da combattere con tutti i mezzi a disposizione.

Postato da: lucabellincioni a 17:18 | link | commenti (6)
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venerdì, 09 gennaio 2009
L'importanza culturale degli "spazi vuoti" nell'era dell'Urbanesimo e la tutela del paesaggio tuscanese

Affacciandosi dal parco-belvedere di Torre Lavello, a Tuscania, si può ammirare uno dei panorami più suggestivi e romantici del Lazio e dell'intera Etruria. Uno scenario sublime, ove il magnifico complesso monumentale delle antiche basiliche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, capolavori dell'arte romanica, ed i pittoreschi ruderi del Rivellino convivono in equilibrio mirabile con il paesaggio agreste e naturale della Valle del Marta. Sull'amplissimo sfondo, poi, da un lato si ergono i verdi Monti Cimini (con la città di Viterbo che si intravede appena alle loro pendici) e dall'altro le tormentate e solitarie alture della Tolfa. Un paesaggio che appare al visitatore come una sorta di "dipinto vivente", dove ogni dettaglio assume un senso e un valore. Un paesaggio, come si può ben immaginare, estremamente vincolato, almeno formalmente, poiché di straordinario valore non soltanto estetico ma anche culturale. Del resto, l'affacciarsi da questo belvedere - che sorprende sempre i turisti, visto che ancor oggi Tuscania è marginale alle rotte più importanti del turismo culturale ed ambientale - dona allo sguardo attento e sensibile due elementi di estrema suggestione: in primo luogo quello più scontato, ossia il connubio fra monumenti antichi e ambiente naturale; in secondo luogo lo "spazio", dato dalla sussistenza di orizzonti vuoti ed inafferrabili, come quelli che si scorgono al di là della vallata verso le sagome appena pronunciate delle colline tolfetane. Ebbene, nell'epoca post-industriale ed iperconsumistica in cui viviamo, da molti chiamata "Urbanesimo", dove ogni aspetto della vita si restringe in luoghi chiusi e ristretti (il posto di lavoro, la casa, l'automobile, il centro commerciale,  il condominio, la palestra, ecc...), lo "spazio" assume un valore di fondamentale importanza.  Lo "spazio naturale" si intende, vale a dire la prima vittima del modello di sviluppo contemporaneo, che vede nella riduzione degli ambiti naturali ed agricoli il segno del progresso umano.

 

Paesaggio etrusco- i vasti e romantici orizzonti dal belvedere di Tuscania -

In realtà, il cinismo e soprattutto l'aridità che oggi paiono dominare gli atteggiamenti umani, la mancanza di slancio etico, o anche soltanto morale, negli uomini, e quindi anche di senso civico, dipendono - pur indirettamente - proprio dalla riduzione dello spazio. Lo spazio naturale è ormai relegato per lo più nella solitudine e nell'asperità delle montagne più isolate, dove pochi appassionati osano avventurarsi. Non fa più parte della vita dell'"uomo comune". Lo spazio naturale non è più un "problema", non  incute più timore nell'uomo "civilizzato", semplicemente perché non c'è più. Eppure quel timore, proveniente dalla sensazione di ignoto ed inafferrabile, archetipica della nostra stessa esistenza, stimolava la fantasia, e con essa la riflessione, e in ultima analisi l'intelligenza. L'uomo gretto contemporaneo, invece, figlio dell'Urbanesimo e del Gigantismo cementificatore, e portato nella maggioranza dei casi - come abbiamo appena detto - a consumare la propria vita in ambienti ristretti e squallidi (compendiati nel triangolo casa-lavoro-centro commerciale) o nella stessa periferia (ove regna l'anomimato sia ambientale che umano), non può per natura essere più portato alla fantasia né al pensiero, tranne quella parvenza di "riflessioni" indotte dai mezzi di comunicazione (in primis la tv) che gli fanno credere di essere “libero” di pensare. Gli orizzonti spaziali ristretti portano gioco-forza a pensieri ristretti, e allo stesso modo conducono ad orizzonti di vita ristretti. In queste condizioni, ad esempio, non sarebbe più possibile ripetere fenomeni sociali e culturali straordinari della portata del Rinascimento o del primo Risorgimento: eppure la storia e la vita vanno avanti e le rivoluzioni culturali hanno sempre fatto parte della storia della civiltà. Anche l'uomo relativamente colto, oggi, se relegato nei luoghi ove lo spazio è pura e semplice ripetizione, essendo cioè privato degli spazi naturali e dell'ignoto, non sarà capace dello slancio intellettuale o spirituale ardito e coraggioso, ma incoscientemente diverrà ripetitore - seppur formalmente più elegante - di contenuti standardizzati e indotti dall'esterno. Certo, tali atteggiamenti e limiti dell'uomo sono presenti in tutte le epoche della storia, ma lo spazio naturale, che in passato era proprio ciò che distingueva i luoghi e forse in larga parte anche gli uomini che ci abitavano, era sempre lì, pronto a stimolare la mente e lo sguardo di chi avesse sensibilità ed occhi per vedere. L'arte, la letteratura, la stessa convivenza civile ne guadagnavano. Il senso civico e lo slancio etico potevano essere propri anche dell'uomo comune. Ora non è più così. Lo spazio naturale dava libertà di interpretazione, la dittatura dei mass media no. Lo spazio naturale dava la libertà di "cercare", l'Urbanesimo dà il diritto di ripetere.

E tornando all'esempio di Tuscania, alla luce di quanto scritto finora, lo sguardo che fugge all'orizzonte, oltre la splendida vallata etrusca del Marta fino ai Monti della Tolfa, assume un'importanza del tutto inaspettata. Quello sguardo che si perde in uno spazio dove i confini sono labili e mimetizzati - dove cioè alla natura subentra soltanto natura, sino a quella barriera celestina che chiude il quadro e che stimola ancor più la fantasia a pensare a ciò che potrebbe esservi oltre (una valle? un fiume? un ruscello? altre colline? ruderi antichi? campi coltivati? una città abbandonata?) - permette ancora all'uomo di sognare, di fantasticare, di pensare, di riflettere. In questo panorama non c'è nulla di scontato: non una città che interrompa lo sguardo sino alle alture tolfetane, non una "macchia bianca" di capannoni che riportino il pensiero allo squallore quotidiano: soltanto boschi, colline, pascoli, e campi sino a quella lontana barriera tolfetana. E' la stessa situazione che altri luoghi dell'Etruria ancor oggi magicamente conservano e ai quali per questo chi scrive è particolarmente legato: solo per fare due esempi noti, Pienza in Valdorcia o Civita di Bagnoregio nella Teverina (non a caso la prima già facente parte del patrimonio Unesco, la seconda in procinto di esservi inclusa).

Paesaggio storico tuscanese

 - il magnifico paesaggio storico tuscanese che si ammira dal Belvedere di Torre Lavello -

Il lettore che con conosca Tuscania a questo punto potrebbe pensare ad una gestione impeccabile di un patrimonio così immenso, quello del paesaggio naturale, agrario, suburbano ed urbano tuscanese. In realtà, ben lungi dall'essere mai stata valorizzata appieno, la bellissima cittadina situata nel cuore della Maremma Laziale negli ultimi tempi ha visto il concretizzarsi di episodi inquietanti e gravissimi ai danni di questo stesso patrimonio. Indebite ristrutturazioni di casaletti ai piedi di Colle San Pietro con consistenti aumenti di cubature, interramento di giardini pensili a frutteto nel centro storico a favore di incongrui prati inglesi (con tanto di volgari recinzioni a rete), ville e villette sorte come funghi nelle campagne nei pressi della Madonna dell'Ulivo, discarichette abusive nei fossi, orribili teloni bianchi che spuntano negli orti accanto alla basilica di Santa Maria Maggiore, ecc..

E non basta. Accanto al progetto devastante del nuovo aeroporto di Viterbo, addirittura vari progetti di centrali eoliche (!) interessano attualmente tutto il territorio della Maremma laziale (ma anche di quella toscana, già colpita in più punti dall'eolico selvaggio). Per fare qualche megawatt (che potrebbe essere più intelligentemente e razionalmente prodotto incentivando il fotovoltaico sugli immensi spazi industriali disponibili), si svende uno dei pochi scampoli di "grande spazio naturale" e di "sguardo sconfinato" che ci sono rimasti senza dove per forza salire su una montagna sperduta. Uno degli ultimi grandi spazi naturali, cioè, disponibili a tutti e non solo ad alpinisti od escursionisti provetti. Di colpo lo sguardo che si emozionava guardando quel mare di colline fino all'orizzonte (un'emozione senza prezzo, di un valore non quantificabile) verrebbe spezzato dalla mostruosità di tralicci con pale roteanti alti quasi cento metri, innalzati nel nome dell'avidità di chi li produce e li installa e dalla demenza di chi, sostenendone l'utilizzo nelle aree agricole e naturali (in buona fede o in mala fede, questo ancora non si è capito), crede di poter “aiutare” l'ambiente distruggendolo. In più, guardando tristemente le "torri eoliche" (innalzate oltre quelle medievali dal caldo color bruno del tufo) interrompere l'orizzonte un tempo vuoto, al posto dei silenzi maremmani si ascolterebbero (e si vedrebbero pure probabilmente) i tanti aeroplani dei voli low cost verso il vicino nuovo scalo viterbese: che fra l'altro porterebbero semplicemente altro turismo di massa, "mordi e fuggi", dove c'è ne già anche troppo (Roma, Fienze, Siena, Perugia) e non apportando nulla a nessuno (tranne logicamente a chi costruirà e gestirà l'aeroporto).

A quel punto, sono sicuro che molti di coloro i quali oggi conoscono ed amano Tuscania non ci tornerebbero più per non soffrire. E il turismo verrebbe di colpo ridimensionato poiché i paesaggi tuscanesi, che oggi emozionano il visitatore dall'animo sensibile (e che attendono solo di essere ulteriormente promossi e valorizzati), non avrebbero più senso. E, con lo spazio negato, tutti noi perderemmo l'ennesimo spunto per sognare, per pensare e per riflettere: e una delle ultime speranze, forse, di essere ancora liberi.

Postato da: lucabellincioni a 12:47 | link | commenti
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martedì, 30 dicembre 2008
10 riflessioni contro l’eolico in Maremma

Ho appreso con estrema inquietudine e tristezza che molti comuni della Maremma Laziale stanno per avviare la realizzazione di centrali eoliche sul proprio territorio. La mia posizione è nota ed è suffragata da un’ampia pubblicistica in merito: una buona sintesi degli argomenti contrari alla realizzazione di centrali eoliche su territori di pregio paesaggistico e ambientale è consultabile sul sito www.comitatonazionalepaesaggio.it.

Inorridisco al pensiero che l’antica terra degli Etruschi, rimasta quasi inviolata per millenni, possa essere di colpo ferita dall’ignoranza di molti cittadini, dall’incompetenza degli amministratori, dall’ipocrisia e dalla voracità degli speculatori. Noi abbiamo avuto il privilegio di ammirarne la bellezza, e credo che non si possa negare alle generazioni future di fare altrettanto. Non si può pensare di aiutare l’ambiente distruggendolo. Chi lo crede davvero si preoccupi seriamente della propria intelligenza.

Poiché altrimenti il mio articolo sarebbe più lungo di quanto il lettore potrebbe tollerare, mi permetto di compendiare il mio pensiero in alcuni punti principali:

 

  1. la Maremma Laziale, assieme alla Maremma Toscana (anch’essa interessata e già colpita dalla centrale di Scansano e da altri progetti eolici), è uno dei territori “non montani” più integri del Centro Italia ed uno dei più ricchi di siti archeologici al mondo. Conserva il paesaggio rurale più “ampiamente intatto” ed “antico” dell’intero Lazio. Perdere questo paesaggio significherebbe per il Lazio perdere buona parte dell’immagine e l’identità più vere della sua plurisecolare tradizione rurale. Nella Maremma Laziale le vestigia del passato, romano, etrusco e medievale in primis, convivono in maniera mirabile con l’ambiente naturale: un connubio magnifico che dovrebbe produrre un turismo di grosse dimensioni, se vi fossero amministratori competenti. Le centrali eoliche eliminerebbero proprio questa incomparabile peculiarità, la simbiosi natura-storia, sintetizzata da siti incantevoli e tuttora mal gestiti come Norchia, San Giovenale, Grotta Porcina, Luni sul Mignone, Cencelle e la Farnesiana, Vulci, Castro, Pianiano, Castel d’Asso, la Rocca di Respampani, l’Abbazia di San Giusto, ecc… oppure da vere e proprie cittadine come Tuscania e Tarquinia che proprio dal contrasto fra gli antichi monumenti e la vastità incontaminata degli orizzonti naturali ed agresti traggono il loro fascino.
  2. Uno dei motivi di maggiore interesse del territorio maremmano è la persistenza su spazi immensi di scenari paesaggistici di grande pregio, peculiarità unica nel Lazio e in gran parte d’Italia. Le centrali eoliche causerebbero la frammentazione di questo paesaggio e quindi la perdita stessa della sua peculiarità, che come abbiamo detto è la vastità. Tale valore, in un’Italia che tende sempre più a ridurre a piccole “oasi” il proprio paesaggio, è di fondamentale importanza e va difeso assolutamente.
  3. L’intera Maremma, laziale e toscana, nella sua eccezionale vastità ed integrità costituisce uno dei corridoi biologici più importanti d’Europa. Qui trova ancora spazi sufficienti il lupo appenninico, e l’avifauna, in particolare, è forse la più ricca nell’intero Paese. Le centrali eoliche costituiscono un pericolo gravissimo proprio per l’avifauna e ciò è documentato da svariati studi scientifici.
  4. Il degrado del paesaggio culturale (urbano ed agricolo) e naturale è strettamente correlato ai fenomeni di degrado sociale. E’assodato, infatti che il percepire il proprio territorio come “brutto” porta gli abitanti ad atteggiamenti di violenza, non curanza, inciviltà, disinteresse verso il prossimo e verso il proprio territorio. Il degrado, insomma, porta degrado. E non ci vogliono chissà quali statistiche per confermare che i più alti tassi di criminalità in Italia si addensano in zone altamente degradate dal punto di vista urbano, ambientale e paesaggistico.
  5. Nessuna energia può definirsi veramente pulita se produce erosione del territorio. Oggi l’urbanizzazione e quindi la perdita di aree non edificate costituisce un problema maggiore anche di quello dei cambiamenti climatici, poiché l’aumento nella richiesta di energia e i maggiori consumi energetici dipendono proprio dal costante consumo di suolo. Questa ovvietà è tuttavia per nulla pubblicizzata dai mass media a causa di evidenti interessi delle lobby del cemento e dell’energia. Sicché l’uomo comune viene portato a pensare che costruire ovunque e senza limiti significhi sviluppo e che basta poi riempire il territorio di pale eoliche per risolvere il problema dei cambiamenti climatici. Roba da dementi. La verità è che esistono superfici industriali gigantesche in Italia, per cui già soltanto incentivando e facilitando maggiormente l’installazione di pannelli fotovoltaici sui capannoni si raggiungerebbe un’enorme produzione energetica, senza alcun costo ambientale né paesaggistico e culturale. L’energia eolica dovrebbe invece svilupparsi nel mini-eolico in siti industriali di una certa entità, e nel micro-eolico per l’uso domestico. Ma nemmeno di tutte queste cose si parla: perché ci trattano come idioti?
  6. La mappa delle centrali eoliche in Italia indica con eclatante chiarezza che il 90% degli impianti è stato realizzato al Sud, prevalentemente in comuni marginali e scarsamente popolati. Eppure tutti gli ambientalisti e i naturalisti sanno che proprio i territori marginali e spopolati sono quelli che oggi conservano i paesaggi e gli ambienti più integri e preziosi. Premesso ciò, la localizzazione di installazioni così impattanti pare rispondere più a logiche speculative che ecologistiche. Non è un caso che le amministrazioni di tutto l’Arco Alpino, che vive di ecoturismo da decenni, abbiano messo in moratoria le centrali eoliche sul proprio territorio. E così hanno fatto anche la Lombardia, il Piemonte e il Veneto, tutte regioni ricche e altamente urbanizzate, i cui cittadini non vedrebbero di buon occhio la possibilità di vedersi spuntare le torri eoliche vicino alla propria villa o al proprio condominio. La Maremma Laziale appartiene quindi al “Terzo Mondo italiano”? L’esempio negativo delle centrali in Toscana (Scansano) non insegna nulla? E nella stessa Umbria le centrali non sono state fatte proprio nei comuni più disgraziati, terremotati e marginali (Gualdo Tadino e dintorni)? Senza dire che l’energia va consumata il più possibile vicino a dove viene prodotta, per evitare perdite energetiche durante il trasferimento della stessa. E non sono certo i paesetti sperduti ad essere i più “energivori” bensì le grandi città e le aree industriali. Quel che va “a vantaggio” dei paesetti è solo che con l’eolico le amministrazioni comunali possono risanare i propri bilanci, inguaiati da gestioni spesso “sbarazzine”: e l’ambiente che c’entra con i politicanti che rubano? Non sarebbe più sensato togliere lo status di “comune” – evitando così ridicoli sprechi di denaro pubblico – a tutti quei (molti) centri abitati inferiori ad esempio ai 1000 abitanti?
  7. La Maremma laziale ha un potenziale turistico straordinario e ancora tutto da sviluppare. Ciò finora non è avvenuto per evidente incompetenza di tutti gli amministratori comunali, provinciali e regionali, e per mancanza totale di spirito imprenditoriale legato al turismo. I Comuni in questo senso hanno molte colpe. Solo recentemente si stanno avviando interventi di valorizzazione dei centri storici e quasi sempre in concomitanza di aree protette: è il caso di Tuscania e Barbarano Romano, che sicuramente costituiscono i due centri abitati "meglio tenuti" della zona. Meno bene Tarquinia, il cui pregevole centro storico andrebbe recuperato e valorizzato in modo deciso ed innovativo, non soltanto intervenendo sul decoro architettonico ed urbano ma anche, ad esempio, investendo capitali per rendere fruibile ai turisti almeno una delle tante torri (che senza dubbio offrirebbero panorami stupendi), come avviene in molti centri d'arte d'Italia (San Gimignano è il paragone più scontato ed automatico), e per tenere aperte almeno la domenica tutte le chiese artisticamente più importanti; centri storici minori invece come Blera e Civitella Cesi dovrebbero pure ricevere maggiori attenzioni, e lo stesso dicasi per altri piccoli abitati ben integrati con l'ambiente come  Tessennano, Arlena, Cellere e Pianiano, mentre per Tolfa occorrerebbero addirittura alcune demolizioni mirate per eliminare alcuni veri e propri ecomostri addossati nel Dopoguerra al borgo medievale. Ad ogni modo, territori simili in Toscana e in Umbria sono già turisticamente sviluppati e producono un indotto che dà lavoro a molti più cittadini di quanto una centrale eolica possa fare. Nemmeno una decina di addetti stabili contro la negazione di ogni possibile sviluppo turistico per il futuro: ne vale proprio la pena? Il gioco vale la candela?
  8. Nella Maremma Laziale (come nel resto della Tuscia) si stanno diffondendo come funghi eleganti ed accoglienti agriturismi e bed & breakfast. Tali aziende hanno investito su questo territorio per le sue valenze straordinarie. Chi risarcirà i loro proprietari quando vedranno spuntarsi di fronte le pale eoliche e non avranno più nulla da offrire ai turisti?
  9. Oggi i prodotti agricoli di pregio sono strettamente legati all’immagine del territorio (in particolare del paesaggio). La Maremma Laziale produce un olio fra i migliori d’Italia ma l’immagine dell’antica terra degli Etruschi non è ancora nota a livello nazionale né tanto meno internazionale. Le centrali eoliche svilirebbero dunque l’immagine del territorio e di conseguenza dei suoi prodotti agricoli.
  10. Se venissero effettivamente realizzati tutti i progetti che oggi interessano il territorio maremmano (laziale in primis) - vale a dire l’autostrada tirrenica, il completamento dell’inutile ed assurda superstrada Viterbo-Civitavecchia (quando c’è già l’Aurelia bis, dove passano quasi solo i trattori…), le varie centrali a biomasse, il mega aeroporto di Viterbo, il ripristino della tratta ferroviaria Civitavecchia-Capranica (che passa in una delle zone collinari più intatte ed incontaminate del Centro Italia), la riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia e infine le centrali eoliche – si potrebbe tranquillamente parlare di disastro ambientale. E chiunque in buona fede credo non potrebbe negarlo. Vogliamo ridurre la nostra amata Tuscia a un misero deserto di cemento, asfalto, tralicci, pale eoliche e nubi tossiche? Ebbene chi è d’accordo con tutti gli abominevoli e criminosi progetti in ballo se ne prenda la responsabilità nei confronti di tutte le generazioni future. I nomi di chi oggi appoggia la distruzione della Maremma dovranno essere scritti bene in chiaro da qualche parte, per far conoscere a chi verrà dopo chi ha voluto distruggere ciò che era stato conservato per migliaia e migliaia di anni e che gli ha negato di goderne la bellezza. Voler conservare è oggi come ieri un atto di responsabilità perso i posteri. Voler viceversa cancellare il nostro paesaggio e il nostro ambiente, frutto di millenni di storia umana e geologica, è un atto di puro egoismo, e anche di estrema stupidità. Lo chiamano sviluppo? Per carità, non prendiamoci in giro.

Postato da: lucabellincioni a 23:49 | link | commenti (4)
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martedì, 02 dicembre 2008
Il solare termico, il fotovoltaico e le altre energie rinnovabili: vantaggi, svantaggi e possibili applicazioni

Il solare termico è una delle fonti principali di energia rinnovabile, e sfrutta i tre tipi di radiazione solare di cui beneficia la superficie terrestre, vale a dire la radiazione diretta, la radiazione riflessa e la radiazione diffusa. L’energia solare è sfruttata in campo termico soprattutto per la produzione di acqua calda sanitaria e riscaldamento degli ambienti. L’impianto è costituito da un collettore solare (il cosiddetto “pannello solare”) che sfrutterà le varie tipologie di radiazione sopraelencate. I tipi di impianti sono 2: a circuito a circolazione naturale (a sua volta suddiviso in impianti a 1 circuito e impianti a doppio circuito: è diffuso nelle aree meridionali d’Italia) e a circuito a circolazione forzata (diffuso soprattutto nel Nord Italia). La vita media di ogni pannello solare termico è di circa 50 anni. In ogni caso, l’applicazione principale è quella per la produzione di acqua calda sanitaria, anche se si sta sviluppando recentemente il suo utilizzo per il riscaldamento dell’ambiente (e tramite alcuni accorgimenti tecnici addirittura per la refrigerazione).

La storia del solare termico in Italia inizia dai primi anni Ottanta, quando, in concomitanza con la crisi energetica (e l'aumento del petrolio), vi fu un incremento delle installazioni con il picco del 1982. La regione più interessata da questo fenomeno fu il Trentino-Alto Adige ove, accanto ad una maggiore sensibilità ambientale, è naturalmente sentito di più, a causa del clima più rigido, il problema dei consumi di energia per la produzione di riscaldamento. A partire dal 1989 ci fu invece un forte calo delle vendite. Attualmente, con il ritorno della crisi energetica (e di quella economica) c’è una tendenza alla risalita delle vendite, anche se non si può certo parlare di boom del solare termico. Le ragioni sono da ricercarsi da un lato nei costi ancora elevati degli impianti e dall’altro nella scarsa informazione nella popolazione.

Fino ad oggi, comunque, la superficie occupata da pannelli solari per ogni impianto è mediamente al massimo di 30 mq. Si rileva inoltre una differenza geografica nella scelta della tipologia di impianti di solare termico, che vede la diffusione di impianti “a circolazione forzata” nel Nord e nel Centro-Nord e “a circolazione naturale” nel Centro e nel Sud. A tal proposito, esiste già da molto tempo in circolazione alcune “mappe di radiazione solare giornaliera media” elaborate su un piano ideale di 60°, le quali costituiscono uno strumento fondamentale  per capire i diversi livelli di irradiazione sul territorio italiano (ed europeo). La nuova normativa del 2008 obbliga l’installazione dei pannelli solari (benché con scarse potenze) nelle nuove costruzioni e la “predisposizione architettonica” per gli impianti fotovoltaici.

Accanto al solare termico, sempre riguardo allo sfruttamento dell’energia solare vanno citati il solare fotovoltaico ed il solare termoelettrico. Il solare fotovoltaico permette di produrre energia dall’irraggiamento solare tramite un’apparecchiatura complessa il cui “principio attivo” è il silicio (monocristallino, policristallino ed amorfo, a seconda della sua purezza), un minerale all’oggi assai costoso. Sono infatti i costi ad impedire attualmente lo sviluppo del fotovoltaico in Italia, nonostante i vari incentivi fiscali ed il sistema del conto-energia. All’oggi infatti un impianto da 3kw costa circa 20000 €, ciò che non permette certo una diffusione di massa di questa forma di approvvigionamento energetico “autonomo”. Inoltre la normativa attuale subirà delle sostanziali variazioni a partire dal gennaio 2009, per cui si può dire che il mercato del fotovoltaico sta vivendo una fase di stallo. Per quanto riguarda invece il termoelettrico, si stratta di un sistema “ibrido” fra il solare termico ed il fotovoltaico, sperimentato con risultati positivi dall’ENEA ma anch’esso legato a costi molto alti. Insomma, lo sfruttamento dell’energia solare ha oggi aspetti molto positivi, a partire dal fatto che si tratta di una fonte gratuita, inesauribile e potenzialmente superiore al fabbisogno energetico umano, e a basso o nullo impatto ambientale (se escludiamo la necessità di ricavare il silicio), ma anche limiti sostanziali, come la variabilità dell’insolazione nei vari singoli casi di installazione, la bassa densità di potenza e soprattutto la dipendenza da tecnologie molto costose. A ciò va aggiunta l’età media relativamente bassa dei pannelli fotovoltaici, circa 20 anni, che peraltro sono tuttora di difficile smaltimento.  

Un’altra forma di energia rinnovabile molto nota e “scenografica” è senz’altro l’eolico, già largamente applicato in molti paesi dell'UE come la Spagna, la Germania e i Paesi Bassi. Tuttavia, l’eolico è di difficile utilizzo per molte ragioni: innanzitutto la “variabile” del vento, per cui è complicato anche selezionare con criteri certi “a lungo termine” i siti adeguati ove installare le “wind farm”, il che peraltro richiede studi e analisi piuttosto lunghi. Inoltre, cosa importante, l’impatto ambientale delle centrali eoliche è altissimo, tant’è che una recente normativa ha paragonato questo tipo di impianti a veri e propri insediamenti industriali, per la loro capacità di alterare pesantemente l’area in cui vengono installate (le “torri” arrivano in certi casi anche a 100 m. di altezza!). Un’alternativa interessante in tal senso, sono i parchi eolici “off-shore”, installati cioè in pieno mare ad una distanza dalla costa tale da non alterare più di tanto il paesaggio. Nell’ambito del territorio italiano, comunque, così ricco di risorse turistiche e culturali di tipo storico, paesaggistico e ambientale, non è auspicabile (né realistico) lo sviluppo del macro-eolico su larga scala, in quanto il suo impatto paesaggistico e quindi il costo ambientale non sarebbe mai paragonabile al beneficio, tutto sommato modesto, in fatto di produzione energetica: alcune regioni come il Trentino-Alto Adige ed il Veneto hanno infatti già provveduto a varare una moratoria sull’eolico, mentre il Lazio ha bloccato l’autorizzazione a qualsiasi nuovo impianto. Si auspica invece uno sviluppo nei prossimi anni del mini-eolico in ambito industriale e del micro-eolico nell’ambito del consumo famigliare, e pare che il Legislatore stia pensando ad una normativa specifica in fatto di incentivi.

L’energia idroelettrica da parte sua rappresenta un’energia alternativa “storica” in Italia, con una sperimentazione ed un utilizzo che risalgono ai primi decenni del Novecento. L’impatto ambientale delle centrali idroelettriche è pesante soprattutto in una prima fase, in particolare quando vengono realizzati bacini di sbarramento per sfruttare il salto dell’acqua, mentre nel lungo termine tali bacini non solo vanno a costituire importanti ecosistemi ma in molti risultano addirittura attrattori di tipo turistico. L’energia idroelettrica, tuttavia, oggi in Italia necessita di una modernizzazione degli impianti esistenti e di un potenziamento delle reti di supporto. Molti impianti sono risalenti a molti decenni fa ed alcuni risultano sottoutilizzati o persino non utilizzati (abbandonati).

In Italia la geotermia ha prodotto risultati positivi in termini di resa energetica soprattutto in Toscana, nell’area fra Pisa e Volterra. Si tratta di un’energia che sfrutta il calore presente nel sottosuolo in particolari aree di origine vulcanica. L’impatto ambientale e paesaggistico dei grandi impianti geotermici è però enorme e si sta studiando anche per la geotermia – come già detto per l’eolico - un’applicazione di tipo domestico.

La biomassa è un mezzo di produzione energetica rinnovabile molto interessante anche dal punto di vista sociale ed economico poiché legata al rilancio delle aree rurali. Le biomasse sono costituite infatti da scarti di produzioni agrarie e zootecniche (sostanze di origine animale e vegetale), e prevedono anche colture specializzate (come d esempio la colza o il girasole), permettendo quindi una tutela degli ambienti rurali. Tuttavia gli impianti per la produzione di energia da biomasse (e quelli da biogas) producono anch’essi un significativo impatto ambientale e sono quindi da collocarsi in aree industriali il più vicino possibile alle zone di approvvigionamento delle materie prime, secondo il concetto di “filiera corta”.

Più costoso e tecnologicamente complesso lo sfruttamento del moto ondoso, un’altra forma di energia rinnovabile ancora poco nota e di difficile applicazione nella realtà italiana.

Concludendo, la questione di base è che oggi l’Italia ha una necessità politica di produrre “energia pulita” da fonti rinnovabili ed in quest’ottica vanno visti gli incentivi sul fotovoltaico e sul solare termico, e quelli previsti prossimamente sul mini e micro-eolico; allo stesso tempo l’Italia da sempre ha bisogno di acquistare energia dall’esterno. In tale contesto, uno sviluppo importante dell’energia rinnovabile in Italia è sicuramente auspicabile ed augurabile, anche per far guadagnare al Paese una pur minima autonomia energetica (e quindi politica) rispetto alla scena internazionale. Tuttavia, ogni “energia alternativa” andrebbe valutata bene, non escludendone alcuna a priori, ma pensando ad un suo utilizzo razionale rispetto alle caratteristiche e alle potenzialità del territorio italiano. Ricapitolando, le linee guida dello sviluppo dell’energia rinnovabile in Italia dovrebbero secondo me prevedere:

-         la diffusione massiccia del solare termico e del fotovoltaico in ambito industriale e domestico;

-         l’incentivazione del mini-eolico in ambito industriale e del micro-eolico in ambito domestico;

-         la sperimentazione della geotermia in ambito domestico;

-         la modernizzazione ed il ripristino dell’energia idroelettrica;

-         la diffusione dell’energia da biomasse, a partire dalle aree rurali in crisi e conviventi con realtà industriali (è il caso, ad esempio, del territorio di Pomezia e dintorni);

-         una maggiore e più curata divulgazione (da parte di pubblico e privato), nei confronti dei cittadini, delle tecnologie e delle possibili applicazioni delle energie rinnovabili.

Uno sviluppo quindi che dovrebbe partire “dal piccolo”, evitando i grandi impianti a forte impatto ambientale (in primis il macro-eolico o le grandi centrali fotovoltaiche a terra), raggiungendo dunque due obiettivi allo stesso tempo: da un lato veicolare un’immagine positiva e vincente dell’energia rinnovabile (evitando così anche una pericolosa dicotomia con una larga parte del mondo ambientalista, che può viceversa rappresentarne un volano sociale), e dall’altro sviluppare un mercato vivo e progressivo, che porti nel tempo anche ad un abbassamento dei costi degli impianti, soprattutto quelli di tipo domestico.

Postato da: lucabellincioni a 23:06 | link | commenti
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martedì, 24 giugno 2008
Eolico selvaggio e non luoghi

Le immagini di impianti eolici in aperta campagna o sui crinali di montagne solitarie mi lasciano sempre molto perplesso. Ben vengano impianti del genere in zone e su siti già urbanizzati e degradati (come ce ne sono fin troppi), ma non in aree naturali o agricole. Oggi uno dei problemi prioritari del mondo, soprattutto nei Paesi occidentali ultra-industrializzati, come ad esempio Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, è il consumo del territorio e con esso quello di risorse e biodiversità. Non si può pensare di aiutare l'ambiente distruggendolo, ossia alterandolo con impianti del genere (che ipocritamente vengono definiti da chi li costruisce come "parchi").

Anche in Italia il fenomeno dell'"eolico selvaggio", come viene giustamente definito, sta compiendo danni gravissimi all'ambiente e al paesaggio, già in gran parte pesantemente compromessi negli ultimi decenni per rincorrere ciecamente un'idea di sviluppo a tutti i costi (e più spesso "mordi e fuggi") senza limiti e pianificazioni. Le centrali eoliche del resto sono insediamenti industriali a tutti gli effetti e perciò soltanto in siti industriali (ventosi) andrebbero realizzati, oppure in zone periurbane che abbiano perso ogni carattere di area agricola oltre che naturale (ad esempio le aree a urbanizzazione diffusa limitrofe ai grandi centri). Un censimento delle località ventose ma con queste caratteristiche di degrado ambientale e paesaggistico crediamo dovrebbe essere pensato al più presto.

Speriamo che l'opinione pubblica inizi a svegliarsi e ad accorgersi di quanto la realizzazione di tali impianti sia spesso irrazionale e legata più ad interessi speculativi che a valori ambientalistici. Il consumo di territorio è oggi un problema pari a quello delle emissioni di gas serra, e anzi ad esso strettamente collegato, secondo il perverso binomio maggiore urbanizzazione-maggiore necessità di energia. Oltre tutto la cancellazione dei paesaggi e delle peculiarità territoriali locale produce un "inquinamento culturale e sociale" che non dobbiamo sottovalutare: alla lunga vivere in luoghi privi di identità porterebbe alla formazione di generazioni di cittadini parimenti privi di identità; i "non luoghi", insomma, rischiano di produrre "non persone". Riflettiamoci su, il rischio è enorme.

Postato da: lucabellincioni a 00:08 | link | commenti
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martedì, 01 aprile 2008
Ancora eolico sulla Maremma!

E’ di questi giorni la inquietante notizia dell’accordo per un parco eolico nel territorio di Monte Romano fra l’Enel e l’amministrazione comunale. Presentato con la solita retorica (tronfia, demagogica e ormai fin troppo demenziale) dei posti di lavoro e con quella falsa e ridicola dello energia “pulita” e dello sviluppo sostenibile, ed ovviamente salutato e reclamizzato con grande entusiasmo dai conniventi giornali locali, il parco (ma sarebbe più appropriato chiamarlo “centrale”) si presenta come l’ennesimo capitolo di un costante e drammatico attacco al territorio della Maremma tosco-laziale. Prima il parco di Scansano, nel Grossetano, poi il progetto assurdo e fortunatamente fallito di una centrale eolica presso Allumiere, sulla Tolfa, poi ancora l’altro progetto mostruoso della mega antenna di Civitella Cesi, in seguito le altre numerose proposte di centrali eoliche in Toscana e nell’Alta Tuscia, assieme al ridicolo progetto di una centrale a Biomasse a Barbarano Romano, nella Valle del Biedano. Ora, di fronte a tutto ciò, anche un imbecille capirebbe che c’è un’idea ben precisa della Maremma che le lobbies dell’energia si sono fatta. Una fetta del territorio nazionale fra le meno urbanizzate, fra le più ricche di biodiversità (paesaggi, ambienti, climi, flora, fauna, ecc…), è oggi sempre più minacciata da avidi speculatori e improponibili politicanti che vedono nella Maremma un grande “deserto” da “riempire” ad ogni costo. Infatti, le amministrazioni locali sono quasi sempre favorevoli ai vari devastanti progetti, soprattutto a quelli sull’eolico poiché più facilmente presentabili ai propri cittadini, dopo la martellante propaganda propinataci dai media (vedi pubblicità e programmi televisivi pseudo-ambientalisti) anche da “autorevoli” (sulla carta) associazioni ambientaliste (vedi Legambiente), quest’ultime in realtà mosse da mal celati interessi privati con l’industria del vento. Ho già avuto modo di esprimere, su un altro articolo pubblicato su questo sito, le mie dure considerazioni sull’inopportunità di realizzare centrali eoliche nel territorio maremmano, e vi rimando il lettore. Riassumendo, tuttavia, vorrei ricordare come la Maremma tosco-laziale costituisca oggi uno degli ecosistemi più integri e pregiati d’Italia (e forse non solo); un territorio inoltre dall’eccezionale valore archeologico, per la presenza incredibile - quanto a qualità e quantità - di tracce della civiltà dell’uomo, dalla preistoria ad oggi, ma soprattutto legate alla presenza etrusca, il cui fascino tuttora attrae visitatori da tutto il mondo.

A tal proposito, tornando al caso di Monte Romano, vorrei proprio che i promotori del progetto ci facessero capire come l’impatto delle le turbine eoliche, alte anche fino a 100 metri, possa essere compatibile con la conservazione di uno dei paesaggi rurali più belli ed integri del Lazio (l’ultimo baluardo, o quasi, della coltura e del pascolo estensivi nella regione) nonché del vastissimo corridoio biologico maremmano, vista la straordinaria ricchezza di avifauna nidificante e migratoria della Tolfa, che appunto correrebbe gravi rischi di incidenti con la creazione della centrale elettrica eolica, pericolosa, come accertato, per i volatili. Non ultimo, come potrebbero le gigantesche pale eoliche, che sarebbero visibili fin da grandi distanze, convivere con le straordinarie emergenze paesaggistiche, storiche e archeologiche d’epoca preistorica, etrusca, romana e medievale sparse in tutto il territorio circostante (Cencelle, Norchia, San Giovenale, Respampani, Luni sul Mignone, Tuscania, Tarquinia, Blera, Civitella Cesi, ecc…), le quali PROPRIO dal rapporto armonioso con il paesaggio circostante traggono il proprio fascino e, nondimeno, il proprio potenziale turistico. Potenziale, tra l’altro, mai e poi mai finora sfruttato ancorché minimamente (si pensi allo scandalo della splendida Norchia, abbandonata all’incuria, al degrado e alla delinquenza da decenni), per l’inettitudine manifesta e raccapricciante delle istituzioni comunali, provinciali e regionali. Sicché questi amministratori, da sempre incapaci di far decollare il turismo in una zona dalle potenzialità immense, ancora oggi riescono soltanto ad avallare progetti che porterebbero alla deturpazione dell’Etruria. Già l’area di Monte Romano è purtroppo interessata dalla presenza  di imponenti elettrodotti che servono i mostri di Civitavecchia e Montalto, simbolo di una decennale (e ormai, a quanto pare, tradizionale) servitù all’industria dell’energia,. E ora invece di pensare alla bonifica del paesaggio maremmano della zona, dal potenziale immenso anche riguardo al cosiddetto turismo “on the road” - che fa e ha fatto fortuna in molte zone della vicinissima Toscana -, si pensa a distruggere definitivamente uno degli ultimi baluardi del paesaggio laziale “all’antica”, con i suoi vasti orizzonti vuoti ed incontaminati. Senza contare che l’istallazione della centrale porterebbe alla necessità di creare nuovi elettrodotti, nuove strade e altre opere di urbanizzazione in un territorio prettamente agricolo e naturale, miracolosamente esente da questo tipo deterioramento para-metropolitano (con tutto il degrado di discariche abusive, smog, inquinamento delle acque e della terra che ciò comporterebbe!). Ancora una volta, cemento, degrado e squallore in aree integre, ossia spreco di territorio e paesaggio, invece di sane politiche urbanistiche che abbiano come principio quello della difesa del territorio e della lotta al consumo indiscriminato del suolo, oggi tra i problemi più gravi e tragici non solo nel nostro Paese ma del mondo intero.

Auspico, perciò, che di fronte a questo nuovo attacco speculativo si possa finalmente formare un movimento di opinione (e perché no?, un vero e proprio comitato promotore) favorevole all’istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, che protegga PER SEMPRE il meraviglioso territorio dell’Etruria Tolfetana, Viterbese e Grossetana, e che dia nuove e felici prospettive a questa terra, finalmente in rispetto alle sue antiche e moderne vocazioni. Prima che sia troppo tardi.

Postato da: lucabellincioni a 08:06 | link | commenti (2)
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giovedì, 14 febbraio 2008
Impianti eolici nella Maremma Laziale: alla nostra età non crediamo più alle favole

 

La preoccupante notizia dei progetti per la realizzazione di impianti eolici nell’Alta tuscia e nella Maremma non è purtroppo nuova: alcuni anni fa ci fu una dura battaglia per bloccare un mega impianto ad Allumiere, sulla Tolfa, in una zona di grandissimo pregio naturalistico, e in seguito, non molto tempo fa, si parlò di un progetto simile ad Onano, che poi fallì per motivi ancora oscuri, mentre presso Scansano, in Toscana, fu effettivamente realizzata una grossa centrale sopra il castello di Montepò.

Per chiarire subito la mia posizione, personalmente credo che realizzare impianti simili nel comprensorio della Maremma Laziale sia un’assurdità. L’installazione delle gigantesche pale eoliche segnerebbe la fine del rilancio del turismo nella Maremma laziale, che in un precedente articolo (“Ipotesi per un parco nazionale della Maremma Laziale”) sostenevo che meriterebbe ben altra attenzione. Chi mai considererebbe più tali zone, oggi tra l’altro ancora semi-sconosciute e dal potenziale tutto da riscoprire, come attraenti sotto il profilo turistico? Inoltre, come è noto, l’impatto estetico delle torri eoliche va ben oltre l’immediata località in cui esse sono installate. E in un territorio così ricco di siti e paesaggi pregevoli come la Maremma, e allo stesso tempo caratterizzato da grandi spazi aperti, tali impianti andrebbero a devastare l’estetica di siti straordinari come ad esempio Vulci, Sorano, Pitigliano, Sovana, Tuscania, Lago di Bolsena, ecc… Ed il problema non è certo soltanto di carattere paesaggistico ma soprattutto ed eminentemente di carattere ambientale. Tali progetti producono infatti erosione del territorio al pari del cemento delle lottizzazioni e dell’asfalto delle strade. E’ mai possibile che non riusciamo ad accorgerci che tali progetti  (e soprattutto le loro localizzazioni) sono collegati a volontà meramente speculative e non certo a interessi collettivi né tanto meno alla sensibilità ambientale di privati o amministratori? E’ mai possibile che non riusciamo a vedere che tali progetti sono sempre e solo proposti in località sconosciute, semidisabitate, con comunità piccolissime e spesso composte solo da anziani (vedi Ischia di Castro, Arlena, Tessennano, ecc…), e per questo più malleabili, più disposte a svendere il proprio territorio. Oltre tutto – stando alle proposte – gli impianti eolici nella Tuscia sorgerebbero in più località, il che significherebbe un danno non delimitato ma esteso a tutto il territorio nel complesso.

Personalmente non sono mai stato contro l’eolico “a priori” ma al suo uso irrazionale e speculativo. D’altronde l’eolico produce erosione del suolo, deturpamento del paesaggio e depregiamento del territorio, inquinamento acustico, inquinamento della terra e delle acque per l’uso del cemento ad esso connesso, nuove opere di urbanizzazione, senza contare l’uso che verrebbe fatto delle strade d’accesso agli impianti per abbandonare rifiuti e creare discariche; a ciò aggiungiamo che agli impianti seguirebbe l’installazione di nuovi elettrodotti, che affiancherebbero quelli già presenti e numerosi nella zona (che invece attenderebbero opere di bonifica paesaggistica, ad esempio tramite l’interramento dei tracciati almeno nelle zone più belle) con ulteriore rovina del nostro pregiato paesaggio agricolo e naturale. A questo punto ci chiediamo: se proprio si vuole puntare sull’eolico per produrre energia, perché non installare le gigantesche pale affianco alle centrali di Civitavecchia e Montalto, e cioè in aree già cementificate, inquinate ed orrende, anziché andare a devastare uno dei territori più integri della Tuscia e del Centro Italia, vale a dire la Maremma? Ci sono evidentemente interessi privati a far sì che ciò accada. Già le cave, i vari capannoni industriali sparsi a caso nelle campagne e della fattezze assolutamente aliene dal contesto rurale di arcana bellezza, gli elettrodotti che stuprano questo territorio per servire i mostri di Civitavecchia e Montalto, sottoponendolo ad una corvee di stampo medievale, hanno prodotto un danno di dimensioni incalcolabili all’immagine nonché all’ecosistema di questo territorio. Pare che allorquando si cerchi un territorio ove installare qualcosa di altamente impattante sotto ogni aspetto, si pensi sempre alla Maremma. Non sarà allora che qualcosa non va a livello di coscienza collettiva e di amministrazioni locali?

Eppure non tutto è perduto: ad Allumiere alcuni coraggiosi cittadini hanno saputo combattere e a sconfiggere il demenziale progetto della centrale eolica in una delle zone più belle e suggestive dell’intero Lazio, mentre a Blera un’autentica sommossa popolare ha forse definitivamente debellato il mostruoso progetto di una mega-antenna radiotelevisiva alta 150 metri (!), che avrebbe dovuto sorgere grosso modo tra San Giovenale e Luni sul Mignone, e cioè nel cuore dell’Etruria meridionale. Qui insomma, la gente ha saputo dare una risposta, anche se piuttosto circostanziale, circa il futuro del proprio territorio. Ma non basta certo: quel che mi rattrista maggiormente, infatti, è la totale mancanza di progetti per la tutela, la valorizzazione e la promozione del turismo nella Maremma Laziale. E’ davvero squallido constatare come un territorio così “vuoto” di presenza umana, e quindi oggi assai prezioso, sia disprezzato dalla maggior parte della popolazione che lo abita. E ciò invece di pensare a creare turismo con idee veramente innovative - come ad esempio la creazione di lunghe ippovie, qui ancora possibili, di sentieri per trekking e di trenini natura, ma anche di itinerari cicloturistici ed automobilistici che valorizzino la viabilità minore: in quest’ultimo caso basterebbe una semplice cartellonistica che indicasse ai viaggiatori, i quali per ora hanno spesso solo Vulci come punto di riferimento, le altre località interessanti e soprattutto le caratteristiche dei paesaggi rurali e naturali attraversati e che possono essere ammirati. Ad esempio la strada tra Canino e Tuscania che passa per Tessennano e Arlena è senz’altro una delle più spettacolari e integre dell’intera Provincia di Viterbo, con un paesaggio etrusco spettacolarmente conservato e che andrebbe assolutamente tutelato: eppure quasi nessuno ci passa e se lo fa torna indietro credendo di essersi perso cercando Vulci… Tessennano, in particolare, per le sue caratteristiche di piccolo e tranquillo borgo rurale immerso in uno scenario di rara bellezza, potrebbe divenire una sorta di villaggio turistico “naturale”, se valorizzato con eventi di richiamo e con interventi di restyling. Stesso dicasi per Pianiano, una sorta di “Calcata” in piccolo, raggiunto da Cellere tramite la superba eppure ancora sconosciuta strada che attraversa la Valle del Timone, mentre lo stesso Parco del Timone, da parte sua, praticamente non è visitabile in quanto i sentieri sono mal segnalati e ci si ritrova in pratica a percorrere senza meta una sterrata polverosissima tra boschi tagliati. Sempre per rimanere in zona, inoltre, i Monti di Canino sono quasi completamente recintati e quindi praticamente inaccessibili, mentre nessuno sa della presenza delle rovine di Castellardo e dei suoi panorami. Verso il Lago di Bolsena, invece, la Conca di Latera è uno scenario di eccezionale bellezza e che però quasi nessuno conosce e si ferma ad ammirare perché mancano adeguate indicazioni stradali: la notano (e se ne stupiscono), quindi, solo i pochissimi (ben informati) che si fermano a Valentano (e qui stendiamo un velo di pietà per il “restauro” della torre, con la realizzazione della goffa copertura posticcia al cui paragone il recente restauro della Torre di Marta è un capolavoro) o a Latera. E se andiamo a Sud ci troviamo di fronte alla vergogna di Norchia, un sito straordinario al pari di Vulci e tuttavia lasciato in uno stato di abbandono e degrado raccapricciante. Peggiori – se possibile – le condizioni di Grotta Porcina. I Monti della Tolfa, infine, sono ancora fuori del sistema dei parchi della Regione Lazio, preda dell’abusivismo edilizio e stradale, delle moto da cross e dei quad, e delle recinzioni selvagge.

In conclusione, cementificazione delle campagne, progetti di impianti eolici nelle preziose e silenziose distese maremmane, di nuove strade a veloce percorrenza e dell’aeroporto di Viterbo: questi i propositi che spiccano nelle vicende più recenti della politica del Viterbese. Ma dove vuole finire la Tuscia? Se ci dicono che questo è sviluppo, per carità indigniamoci. Noi non siamo cretini né, alla nostra età, crediamo ancora alle favole: di fronte al pianeta ormai ridotto allo stremo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è devastare e consumare ulteriormente territorio. Oggi più dello sviluppo economico occorrerebbe preoccuparsi della sopravvivenza del genere umano.

Se vogliamo davvero trovare la molla di un “nuovo” sviluppo economico, andiamola a cercare in quello che già possediamo e che non abbiamo finora saputo far fruttare. Impianti eolici nella Tuscia? Siamo oggi in bilico tra il tramonto definitivo del turismo nella Maremma Laziale e il suo tanto agognato rilancio. Seguiamo l’esempio delle cose che funzionano: il Lago di Bolsena, dopo decenni di oblio, sta divenendo sempre più una meta di incredibile richiamo turistico, soprattutto internazionale. E questo non certo grazie alla cementificazione (tranne purtroppo alcune recenti eccezioni…) del territorio ma alla sua conservazione, ciò che ha permesso lo sviluppo di un comprensorio turistico di altissima qualità. Il territorio della Maremma nel suo complesso, pertanto, grazie alla presenza del Lago Volsino, da un lato, e del celebre triangolo etrusco Tarquinia-Vulci-Tuscania (cui si aggiunge Cerveteri), dall’altro, potrebbe - se ben valorizzato - favorire turisticamente di questi grandi attrattori, secondo un concetto peraltro già espresso recentemente dal ministro Rutelli.

A noi dunque la scelta. Possiamo lasciare che questo meraviglioso territorio diventi un deserto di cemento, asfalto, tralicci e pale eoliche oppure aprire gli occhi e fare in modo che rimanga ancora – in un certo senso - un’isola felice, in cui le attività tradizionali agricole e pastorali possano continuare a convivere con la natura e a produrre i propri pregevoli frutti, e in cui sempre più turisti possano trovare motivi di interesse, di tipo naturalistico, culturale ed enogastronomico.

Postato da: lucabellincioni a 12:30 | link | commenti (1)
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giovedì, 07 febbraio 2008
Brevi riflessioni sull’urgenza di istituire un Parco Naturale dei Monti della Tolfa

   Con questo articolo di denuncia, vorremmo porre all’attenzione del pubblico l’ennesimo scempio che si sta compiendo ai danni del paesaggio laziale, e ciò, come sempre, nel silenzio scandaloso e riprovevole dei più. Come tutti gli ambientalisti, tutti gli escursionisti e tutti gli studiosi sanno bene, i Monti della Tolfa costituiscono un’area di incomparabile bellezza, che preserva ampi scenari silvo-agro-pastorali così intatti da essere ormai inconsueti in Italia, ed un patrimonio di biodiversità straordinario, con lupi e molte specie di rapaci in via di estinzione e fioriture rarissime. Un comprensorio, questo, spesso definito un “gioiello naturalistico” a livello nazionale, ed inserito nella lista dei SIC (Siti d’Importanza Comunitaria) e delle ZPS (Zone di Protezione Speciale) dell’Unione Europea, e che è stato interessato negli anni passati da vari progetti di tutela, falliti a causa della loro eccessiva rigidità a livello di vincoli, in una zona, come questa, ancora strettamente legata alle attività tradizionali dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato.

   Ma allo stato attuale, i pericoli per l’ambiente tolfetano non provengono certo dalle attività tradizionali delle popolazioni locali (che anzi rappresentano – a nostro parere – un’inestimabile ricchezza non solo economica ma anche sociale e culturale per queste terre), bensì da un nemico molto più concreto. Ormai pericolosamente vicini all’area suburbana di Roma, oggi come non mai i Monti della Tolfa subiscono infatti l’aggressione di diverse forme di speculazione, soprattutto di quella edilizia. Se lungo le principali vie di comunicazioni (Via Aurelia e Autostrada Roma-Civitavecchia), e quindi lungo la fascia campestre del gruppo montuoso, si assiste già da tempo a vari fenomeni di degrado, soprattutto all’altezza di Civitavecchia (capannoni e costruzioni sparse), un caso particolarmente increscioso sta riguardando il lembo della catena confinante con i Colli Ceriti, ossia la zona del borgo di Sasso, raggiungibile con la comoda e panoramica strada che collega la Via Aurelia a Manziana. Mentre nelle campagne limitrofe negli ultimi anni sono state edificate numerose ville e villette sparse (probabilmente condonate), questo complesso assai pittoresco, caratterizzato da un pugno di case medievali dominate da una gigantesca rupe trachitica (il “Monte Sasso” appunto), è stato nell’ultimo anno sfigurato da nuove costruzioni orribili (villette a schiera) che stanno trasformando questo meraviglioso complesso paesistico in una sorta di periferia di Cerveteri, località del resto non nuova a brutali esempi di speculazione e di abusivismo edilizio.

   Ma non è finita qui: nei pressi di Sasso si trova un altro sito eccezionale dal punto di vista sia paesaggistico sia naturalistico, ossia i famosi Sassoni di Furbara, due grandi e suggestivi scogli trachitici di forma “dolomitica” (detti appunto le “Dolomiti Laziali”) che si ergono isolati in una bellissima campagna ondulata, e nelle cui rocce, secondo alcuni naturalisti, ancora nidificherebbe il capovaccaio. Fino ad un anno fa, transitando sulla strada, si poteva osservare tranquillamente questo spettacolo davvero magnifico, e possiamo dirvi che chi lo vedeva per la prima volta ne rimaneva assai sorpreso ed impressionato. Era uno dei paesaggi più celebri della Tolfa, uno scorcio indimenticabile da preservare assolutamente, magari come “Monumento Naturale” (come è stato fatto in passato dalla Regione per siti altrettanto importanti e significativi, ad esempio la valle carsica di Camposoriano, presso Terracina, LT). Ebbene, incredibilmente, anche questo paesaggio è stato deturpato! Nell’ultimo anno sono state costruite altre bruttissime ville e villette in posizione panoramica verso le rupi. Esse sono state edificate non solo lungo la strada, ma in un caso addirittura sopra una collinetta a poca distanza dalla stessa, alterando per sempre il superbo contrasto tra l’imponenza delle rupi e la solitudine e gli spazi aperti della campagna. Ove prima c’erano stupendi e scintillanti campi coltivati, ora possiamo “ammirare” esterrefatti i muri di cinta in cemento delle villette, cinte che spesso si estendono anche in maniera notevole verso la campagna, magari pronte per ospitare volgari piscine; molti di questi edifici sono ancora in fase di completamento. Inoltre, ovviamente, sono stati istallati nuovi pali per la corrente elettrica lungo la strada per servire le nuove abitazioni. Sicché, agli occhi di chi transita sulla strada, tutto ciò ha finito col sostituire il “paesaggio fantastico” dei Sassoni con un’accozzaglia di cemento e pali e fili della corrente. Chi conosce la zona, passandoci oggi non riesce a credere ai propri occhi che sia stato permesso tale scempio. Sembra veramente un incubo. E pensare che una parte del territorio di Cerveteri è stata recentemente inserita dall’Unesco tra i siti “patrimonio dell’umanità”! Se vi fossero amministratori coscienziosi a livello regionale, provinciale e locale, crediamo che tutte queste nuove edificazioni andrebbero bloccate e demolite, pena la deformazione di un paesaggio splendido che si era mantenuto intatto fino per secoli: anche perché oggi proprio l’integrità paesaggistica è alla base dello sviluppo turistico “di qualità” (ambientale, culturale, enogastronomico ed escursionistico) in un’area, come sappiamo tutti, dalle potenzialità immense in tal senso. Farsi la villetta panoramica, invece, non contribuisce certo allo sviluppo comune: se da un lato arricchisce un pugno di persone, dall’altro porta ad un immediato impoverimento delle risorse locali, e, nel caso della Tolfa, il paesaggio è indubbiamente una di queste. Crediamo che sia pertanto giunta l’ora di far valere la giustizia e gli interessi collettivi: non è più possibile continuare così.

   E non basta! La speculazione edilizia sta tornando prepotentemente ad interessarsi a Tolfa, altro “borgo gioiello” della zona, già in parte deturpato nei decenni del dopoguerra da un indiscriminato “sviluppo” (che parola grossa!) edilizio. E come sempre, nel Lazio e non solo, mentre il borgo è via via più spopolato, si vorrebbero realizzare nuove costruzioni tutt’attorno. Allo stesso tempo, i restauri delle antiche abitazioni avvengono spesso in maniera quantomeno ridicola, senza alcuna supervisione da parte delle istituzioni, snaturando e sminuendo la loro valenza architettonica.

   Inoltre (sì perché non è ancora finita!), è ancora in ballo il progetto folle, ridicolo e demenziale del “parco eolico” presso Allumiere (località Freddara), che andrebbe a devastare una zona incontaminata e non edificata, peraltro con ripercussioni paesaggistiche ed ambientali su tutte le aree limitrofe. Progetto, tuttavia, fortunatamente destinato alla bocciatura, anche perché contrastato con decisione dalla gente del posto, fieramente attaccata alla propria terra e conscia delle possibilità della zona di sviluppare, se adeguatamente tutelata, valorizzata e promossa, un serio movimento turistico. E a proposito, ricordiamo ai sostenitori del progetto che non esiste solo l’inquinamento dell’aria (inquinamento che, dicono i fautori dell’eolico sarebbe «statisticamente» contrastato con progetti simili), ma anche l’inquinamento della terra (e conseguentemente dell’acqua), l’inquinamento acustico, l’inquinamento culturale dato dalla cancellazione del paesaggio storico, e non ultima la depauperazione della fauna, tutte cose notoriamente prodotte da una centrale eolica laddove realizzata in un’area naturale. Certo, se le pale eoliche fossero installate su aree già cementificate ed urbanizzate, come ad esempio accanto agli “eco-mostri” delle centrali o del porto di Civitavecchia (e cioè in uno dei luoghi più orrendi ed inquinanti del Lazio), forse non sarebbe un gran danno, anzi in tal caso il progetto avrebbe un contenuto razionale poiché andrebbe a proporre un’energia alternativa al carbone proprio di fronte ad un simbolo dell’insostenibilità. Viceversa, se installate nel cuore della Tolfa, farebbero veramente sorgere dubbi sulla serietà dei promotori del progetto. Anche perché, depregiando il territorio con mostri visibili da ogni dove, nuove sterrate e nuovi elettrodotti, farebbero un favore agli avidi speculatori, che di lì a poco godrebbero senz’altro di concessioni edilizie, venuto ormai meno il valore paesaggistico ed ambientale dell’area.

   Fatto, quest’ultimo, che ultimamente si sta già avverando. Infatti, accanto alla minaccia eolica, in tutto il comprensorio le ruspe stanno creando nuove sterrate nelle campagne e sulle colline, che finiranno col limitare sensibilmente le sue possibilità escursionistiche e, quel che più conta, produrranno senz’altro l’allontanamento di numerose specie animali.

   Sulla base di quanto detto sinora, oggi ci pare pertanto urgente, innanzi tutto, istituire finalmente il Parco Naturale dei Monti della Tolfa, così da bloccare immediatamente ogni speculazione ai danni del comprensorio, avviando altresì il suo restauro ambientale (si pensi alla questione degli elettrodotti, che rovinano zone intatte e che potrebbero essere delocalizzati) e di conseguenza progettando un futuro di sviluppo sostenibile per le popolazioni locali, legato sia alle attività tradizionali, prime fra tutte quelle zootecniche, sia al turismo di qualità. Del resto, come è noto, l’area cerite-tolfetana, grazie alle sue straordinarie valenze naturalistiche, paesaggistiche e archeologiche, possiede immense potenzialità turistiche, ancora sottovalutate, e non può dunque permettersi di continuare a soggiacere senza alcuna tutela alla pressione edilizia dell’area metropolitana di Roma da un lato e di Civitavecchia dall’altro, col rischio di compromettere le proprie ricchezze ambientali nel giro di soli vent’anni. Senza dire, poi, che i sempre incombenti progetti viari in funzione di Civitavecchia non apporterebbero nulla in termini turistici alla Tuscia (e men che meno all’Alto Lazio maremmano), in quanto contribuirebbero alla rovina – già in atto - del suo pregevole territorio, favorendo, come sappiamo tutti, soltanto gli interessi di coloro che lavorano nell’ambito dei collegamenti navali con la Sardegna.

   Proteggere oggi il comprensorio della Tolfa è insomma un dovere morale ineluttabile nei confronti delle generazioni future, oltre che un modo concreto per assicurare un futuro positivo a queste terre e a chi ci vive.

Postato da: lucabellincioni a 22:12 | link | commenti
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