Questo blog è dedicato allo studio delle tematiche relative all'ambiente e al paesaggio, e più in generale al mondo della natura, dell'arte e della cultura.

Nome: Luca Bellincioni
Storico, insegnante, guidarista, escursionista e fotoamatore, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano.
Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Nei suoi scatti è presente una forte vena romantica, giacché egli tende idealmente a riprendere l'estetica dei vedutisti del Sette-Ottocento. Un gusto, questo, che si esprime innanzitutto nella ricerca dell'integrità dei soggetti e dei paesaggi proposti, nella ricerca dell'armonia tra uomo e ambiente, e da un punto di vista tecnico, nell'importanza data al cielo e nella cura delle inquadrature.
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Le immagini di impianti eolici in aperta campagna o sui crinali di montagne solitarie mi lasciano sempre molto perplesso. Ben vengano impianti del genere in zone e su siti già urbanizzati e degradati (come ce ne sono fin troppi), ma non in aree naturali o agricole. Oggi uno dei problemi prioritari del mondo, soprattutto nei Paesi occidentali ultra-industrializzati, come ad esempio Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, è il consumo del territorio e con esso quello di risorse e biodiversità. Non si può pensare di aiutare l'ambiente distruggendolo, ossia alterandolo con impianti del genere (che ipocritamente vengono definiti da chi li costruisce come "parchi").
Anche in Italia il fenomeno dell'"eolico selvaggio", come viene giustamente definito, sta compiendo danni gravissimi all'ambiente e al paesaggio, già in gran parte pesantemente compromessi negli ultimi decenni per rincorrere ciecamente un'idea di sviluppo a tutti i costi (e più spesso "mordi e fuggi") senza limiti e pianificazioni. Le centrali eoliche del resto sono insediamenti industriali a tutti gli effetti e perciò soltanto in siti industriali (ventosi) andrebbero realizzati, oppure in zone periurbane che abbiano perso ogni carattere di area agricola oltre che naturale (ad esempio le aree a urbanizzazione diffusa limitrofe ai grandi centri). Un censimento delle località ventose ma con queste caratteristiche di degrado ambientale e paesaggistico crediamo dovrebbe essere pensato al più presto.
Speriamo che l'opinione pubblica inizi a svegliarsi e ad accorgersi di quanto la realizzazione di tali impianti sia spesso irrazionale e legata più ad interessi speculativi che a valori ambientalistici. Il consumo di territorio è oggi un problema pari a quello delle emissioni di gas serra, e anzi ad esso strettamente collegato, secondo il perverso binomio maggiore urbanizzazione-maggiore necessità di energia. Oltre tutto la cancellazione dei paesaggi e delle peculiarità territoriali locale produce un "inquinamento culturale e sociale" che non dobbiamo sottovalutare: alla lunga vivere in luoghi privi di identità porterebbe alla formazione di generazioni di cittadini parimenti privi di identità; i "non luoghi", insomma, rischiano di produrre "non persone". Riflettiamoci su, il rischio è enorme.
E’ di questi giorni la inquietante notizia dell’accordo per un parco eolico nel territorio di Monte Romano fra l’Enel e l’amministrazione comunale. Presentato con la solita retorica (tronfia, demagogica e ormai fin troppo demenziale) dei posti di lavoro e con quella falsa e ridicola dello energia “pulita” e dello sviluppo sostenibile, ed ovviamente salutato e reclamizzato con grande entusiasmo dai conniventi giornali locali, il parco (ma sarebbe più appropriato chiamarlo “centrale”) si presenta come l’ennesimo capitolo di un costante e drammatico attacco al territorio della Maremma tosco-laziale. Prima il parco di Scansano, nel Grossetano, poi il progetto assurdo e fortunatamente fallito di una centrale eolica presso Allumiere, sulla Tolfa, poi ancora l’altro progetto mostruoso della mega antenna di Civitella Cesi, in seguito le altre numerose proposte di centrali eoliche in Toscana e nell’Alta Tuscia, assieme al ridicolo progetto di una centrale a Biomasse a Barbarano Romano, nella Valle del Biedano. Ora, di fronte a tutto ciò, anche un imbecille capirebbe che c’è un’idea ben precisa della Maremma che le lobbies dell’energia si sono fatta. Una fetta del territorio nazionale fra le meno urbanizzate, fra le più ricche di biodiversità (paesaggi, ambienti, climi, flora, fauna, ecc…), è oggi sempre più minacciata da avidi speculatori e improponibili politicanti che vedono nella Maremma un grande “deserto” da “riempire” ad ogni costo. Infatti, le amministrazioni locali sono quasi sempre favorevoli ai vari devastanti progetti, soprattutto a quelli sull’eolico poiché più facilmente presentabili ai propri cittadini, dopo la martellante propaganda propinataci dai media (vedi pubblicità e programmi televisivi pseudo-ambientalisti) anche da “autorevoli” (sulla carta) associazioni ambientaliste (vedi Legambiente), quest’ultime in realtà mosse da mal celati interessi privati con l’industria del vento. Ho già avuto modo di esprimere, su un altro articolo pubblicato su questo sito, le mie dure considerazioni sull’inopportunità di realizzare centrali eoliche nel territorio maremmano, e vi rimando il lettore. Riassumendo, tuttavia, vorrei ricordare come
A tal proposito, tornando al caso di Monte Romano, vorrei proprio che i promotori del progetto ci facessero capire come l’impatto delle le turbine eoliche, alte anche fino a
Auspico, perciò, che di fronte a questo nuovo attacco speculativo si possa finalmente formare un movimento di opinione (e perché no?, un vero e proprio comitato promotore) favorevole all’istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, che protegga PER SEMPRE il meraviglioso territorio dell’Etruria Tolfetana, Viterbese e Grossetana, e che dia nuove e felici prospettive a questa terra, finalmente in rispetto alle sue antiche e moderne vocazioni. Prima che sia troppo tardi.
La preoccupante notizia dei progetti per la realizzazione di impianti eolici nell’Alta tuscia e nella Maremma non è purtroppo nuova: alcuni anni fa ci fu una dura battaglia per bloccare un mega impianto ad Allumiere, sulla Tolfa, in una zona di grandissimo pregio naturalistico, e in seguito, non molto tempo fa, si parlò di un progetto simile ad Onano, che poi fallì per motivi ancora oscuri, mentre presso Scansano, in Toscana, fu effettivamente realizzata una grossa centrale sopra il castello di Montepò.
Per chiarire subito la mia posizione, personalmente credo che realizzare impianti simili nel comprensorio della Maremma Laziale sia un’assurdità. L’installazione delle gigantesche pale eoliche segnerebbe la fine del rilancio del turismo nella Maremma laziale, che in un precedente articolo (“Ipotesi per un parco nazionale della Maremma Laziale”) sostenevo che meriterebbe ben altra attenzione. Chi mai considererebbe più tali zone, oggi tra l’altro ancora semi-sconosciute e dal potenziale tutto da riscoprire, come attraenti sotto il profilo turistico? Inoltre, come è noto, l’impatto estetico delle torri eoliche va ben oltre l’immediata località in cui esse sono installate. E in un territorio così ricco di siti e paesaggi pregevoli come
Personalmente non sono mai stato contro l’eolico “a priori” ma al suo uso irrazionale e speculativo. D’altronde l’eolico produce erosione del suolo, deturpamento del paesaggio e depregiamento del territorio, inquinamento acustico, inquinamento della terra e delle acque per l’uso del cemento ad esso connesso, nuove opere di urbanizzazione, senza contare l’uso che verrebbe fatto delle strade d’accesso agli impianti per abbandonare rifiuti e creare discariche; a ciò aggiungiamo che agli impianti seguirebbe l’installazione di nuovi elettrodotti, che affiancherebbero quelli già presenti e numerosi nella zona (che invece attenderebbero opere di bonifica paesaggistica, ad esempio tramite l’interramento dei tracciati almeno nelle zone più belle) con ulteriore rovina del nostro pregiato paesaggio agricolo e naturale. A questo punto ci chiediamo: se proprio si vuole puntare sull’eolico per produrre energia, perché non installare le gigantesche pale affianco alle centrali di Civitavecchia e Montalto, e cioè in aree già cementificate, inquinate ed orrende, anziché andare a devastare uno dei territori più integri della Tuscia e del Centro Italia, vale a dire
Eppure non tutto è perduto: ad Allumiere alcuni coraggiosi cittadini hanno saputo combattere e a sconfiggere il demenziale progetto della centrale eolica in una delle zone più belle e suggestive dell’intero Lazio, mentre a Blera un’autentica sommossa popolare ha forse definitivamente debellato il mostruoso progetto di una mega-antenna radiotelevisiva alta
In conclusione, cementificazione delle campagne, progetti di impianti eolici nelle preziose e silenziose distese maremmane, di nuove strade a veloce percorrenza e dell’aeroporto di Viterbo: questi i propositi che spiccano nelle vicende più recenti della politica del Viterbese. Ma dove vuole finire
Se vogliamo davvero trovare la molla di un “nuovo” sviluppo economico, andiamola a cercare in quello che già possediamo e che non abbiamo finora saputo far fruttare. Impianti eolici nella Tuscia? Siamo oggi in bilico tra il tramonto definitivo del turismo nella Maremma Laziale e il suo tanto agognato rilancio. Seguiamo l’esempio delle cose che funzionano: il Lago di Bolsena, dopo decenni di oblio, sta divenendo sempre più una meta di incredibile richiamo turistico, soprattutto internazionale. E questo non certo grazie alla cementificazione (tranne purtroppo alcune recenti eccezioni…) del territorio ma alla sua conservazione, ciò che ha permesso lo sviluppo di un comprensorio turistico di altissima qualità. Il territorio della Maremma nel suo complesso, pertanto, grazie alla presenza del Lago Volsino, da un lato, e del celebre triangolo etrusco Tarquinia-Vulci-Tuscania (cui si aggiunge Cerveteri), dall’altro, potrebbe - se ben valorizzato - favorire turisticamente di questi grandi attrattori, secondo un concetto peraltro già espresso recentemente dal ministro Rutelli.
A noi dunque la scelta. Possiamo lasciare che questo meraviglioso territorio diventi un deserto di cemento, asfalto, tralicci e pale eoliche oppure aprire gli occhi e fare in modo che rimanga ancora – in un certo senso - un’isola felice, in cui le attività tradizionali agricole e pastorali possano continuare a convivere con la natura e a produrre i propri pregevoli frutti, e in cui sempre più turisti possano trovare motivi di interesse, di tipo naturalistico, culturale ed enogastronomico.
La vasta area compresa tra il Lago di Bracciano, i Colli Ceriti, i Monti della Tolfa e le valli del Biedano, del Mignone e del Marta, cuore dell’Etruria Meridionale, custodisce valori ambientali e paesaggistici di straordinario valore. Tra
E non c’è “soltanto” la natura. Oltre, come già detto, alla grande ricchezza di biodiversità, l’entroterra tolfetano e maremmano spicca per l’altrettanto eccezionale presenza di testimonianze archeologiche relative agli etruschi (e in misura minore ai romani), che fanno di questa zona forse la più interessante dell’intera Etruria: le necropoli di Cerveteri, Tarquinia, Norchia, San Giovenale e San Giuliano sono solo alcuni dei siti più noti. Per quanto riguarda la storia più recente, invece, va ricordata la presenza di rovine medievali e rinascimentali, spesso compendiate nelle cosiddette “città morte”, qui assai diffuse, tra cui la spettrale Monterano Vecchia e la stessa Norchia sono le più suggestive. Inoltre, i resti dell’antica attività estrattiva, soprattutto nel territorio di Allumiere, con pittoresche cave e miniere abbandonate, costituiscono un potenziale turistico tutto da riscoprire e valorizzare, come ad esempio è stato già fatto, con successo, in varie zone della Toscana. Infine vanno ricordati gli stessi centri storici, quasi tutti ben conservati e d’aspetto medievale, tra cui spiccano Bracciano con suo poderoso castello, Tolfa e Trevignano Romano con le loro rocche dirute dai panorami mozzafiato e Blera con i suoi pittoreschi monumenti medievali, romani ed etruschi: spesso si tratta di centri perfettamente armonizzati col paesaggio e in tal senso sono casi eloquenti i borghi di Barbarano Romano, Ceri, Rota, Sasso (purtroppo deturpato l’anno scorso da una volgare lottizzazione), Civitella Cesi e la stessa Blera; le ben più celebri Tuscania e Tarquinia, dal canto loro, sono tra le cittadine medievali più affascinanti del Centro Italia.
In questo vasto territorio sono state nel tempo istituite alcune piccole aree protette di estremo interesse, come il Parco regionale Marturanum,
Oltre alla speculazione edilizia, l’istituzione di efficaci strumenti di tutela del comprensorio della Maremma laziale meridionale vede oggi altri gravi ostacoli, in primo luogo relativi all’esistenza di vaste tenute agricole private molto restie all’istituzione di un parco naturale, visione negativa propria anche degli allevatori che pensano automaticamente ad un’area protetta come ad una limitazione delle proprie attività: considerazioni, queste, spesso fomentate dalla speculazione e conseguenti alla quasi totale assenza di una cultura ecologista, lacuna che già in passato fece fallire i progetti per il Parco Regionale dei Monti della Tolfa. Un altro problema del comprensorio è poi la presenza, nella parte più settentrionale (nel Comune di Monte Romano), di un poligono militare di oltre
Concludendo, per le sue peculiarietà la Tuscia tolfetana e maremmana si configura oggi come un territorio di estremo valore non solo per il Lazio, ma anche per l’intera Penisola, sicché vi sarebbero tutte le ragioni per ipotizzare l’istituzione di un nuovo Parco Nazionale dell’Etruria Laziale, anche perché molte delle emergenze da tutelare sono pressoché assenti in qualsiasi altra parte d’Italia. Un parco nazionale che costituirebbe un primo serio passo verso la tutela del paesaggio della Tuscia romana e viterbese, paesaggio in buona parte ancora miracolosamente integro ma oggi in grave pericolo, anche a causa dell’incombente degrado dell’area metropolitana e suburbana di Roma. Va da sé che il parco potrebbe essere ovviamente esteso al resto della Maremma laziale (fino alla Valle del Fiora e al confine con
Ancor più coerentemente l'area protetta, finora limitata all'ambito amministrativo laziale, se effettivamente istituita come "parco nazionale" potrebbe, e anzi dovrebbe, comprendere in qualche modo anche il magnifico territorio del Basso Grossetano, sia per le evidenti similitudini ambientali e storico-archeologiche (le forre, le necropoli, le vie cave, i borghi di tufo), sia soprattutto per l'estrema integrità dei valori ambientali, che qui hanno preservato esempi fra i più importanti e perfetti del "paesaggio etrusco", in particolare nell'ormai celebre triangolo Sorano-Sovana-Pitigliano: ciò porterebbe, d'altro canto, ad una tutela più rigorosa e completa della Valle del Fiume Fiora, il corso d'acqua forse più importante della Maremma dal punto di vista naturalistico. Nella prospettiva di un parco così esteso, tuttavia, anche le norme di tutela dovrebbero tener conto delle diverse situazioni sociali ed ambientali presenti nel territorio, nell'impossibilità, e anzi nell'inopportunità, di imporre vincoli e divieti generalmente propri di una riserva naturale (ad esempio il divieto di caccia e pesca) ad un'area così immensa. Al contrario, dovrebbe essere promossa la ripresa e la salvaguardia dei rapporti tradizionali fra uomo e ambiente, e cioè delle attività agro-pastorali, le stesse del resto, che hanno preservato fino ad oggi gran parte della Maremma dal degrado edilizio ed industriale. A tal proposito torna utile ricordare lo strumento dei "parchi agricoli", che in questo contesto andrebbero a costituire "sezioni" del più grande "contenitore" rappresentato dal Parco Nazionale, zone cioè in cui non sarebbe certo possibile né sensato, essendo zone di agricoltura estensiva, applicare le norme classiche di tutela integrale di flora e fauna. In ogni caso, essendo oggi il territorio maremmano un vero e proprio mosaico di ambienti e paesaggi, con l'alternanza continua di aree selvagge e naturali ed altre eminentemente rurali, è indispensabile trovare uno strumento che porti ad una tutela complessiva del comprensorio della Maremma tosco-laziale, per via della comune indentità legata alle vestigia del popolo etrusco, ed un nuovo parco nazionale potrebbe essere la soluzione. Un comprensorio, insomma, quello dell’Etruria tosco-laziale maremmana, che rappresenta un “tesoro” nazionale sotto tutto gli aspetti, naturalistico, paesaggistico, archeologico, storico, artistico, culturale ed economico: un tesoro da salvaguardare immediatamente come parco nazionale (il nome, suggestivo, potrebbe essere quello di "Parco Nazionale della Maremma Etrusca"), e non solo in quanto perno dell’identità storica del nostro Paese, ma anche quale risorsa primaria per uno sviluppo sostenibile e duraturo delle popolazioni locali.
Con questo articolo di denuncia, vorremmo porre all’attenzione del pubblico l’ennesimo scempio che si sta compiendo ai danni del paesaggio laziale, e ciò, come sempre, nel silenzio scandaloso e riprovevole dei più. Come tutti gli ambientalisti, tutti gli escursionisti e tutti gli studiosi sanno bene, i Monti della Tolfa costituiscono un’area di incomparabile bellezza, che preserva ampi scenari silvo-agro-pastorali così intatti da essere ormai inconsueti in Italia, ed un patrimonio di biodiversità straordinario, con lupi e molte specie di rapaci in via di estinzione e fioriture rarissime. Un comprensorio, questo, spesso definito un “gioiello naturalistico” a livello nazionale, ed inserito nella lista dei SIC (Siti d’Importanza Comunitaria) e delle ZPS (Zone di Protezione Speciale) dell’Unione Europea, e che è stato interessato negli anni passati da vari progetti di tutela, falliti a causa della loro eccessiva rigidità a livello di vincoli, in una zona, come questa, ancora strettamente legata alle attività tradizionali dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato.
Ma allo stato attuale, i pericoli per l’ambiente tolfetano non provengono certo dalle attività tradizionali delle popolazioni locali (che anzi rappresentano – a nostro parere – un’inestimabile ricchezza non solo economica ma anche sociale e culturale per queste terre), bensì da un nemico molto più concreto. Ormai pericolosamente vicini all’area suburbana di Roma, oggi come non mai i Monti della Tolfa subiscono infatti l’aggressione di diverse forme di speculazione, soprattutto di quella edilizia. Se lungo le principali vie di comunicazioni (Via Aurelia e Autostrada Roma-Civitavecchia), e quindi lungo la fascia campestre del gruppo montuoso, si assiste già da tempo a vari fenomeni di degrado, soprattutto all’altezza di Civitavecchia (capannoni e costruzioni sparse), un caso particolarmente increscioso sta riguardando il lembo della catena confinante con i Colli Ceriti, ossia la zona del borgo di Sasso, raggiungibile con la comoda e panoramica strada che collega la Via Aurelia a Manziana. Mentre nelle campagne limitrofe negli ultimi anni sono state edificate numerose ville e villette sparse (probabilmente condonate), questo complesso assai pittoresco, caratterizzato da un pugno di case medievali dominate da una gigantesca rupe trachitica (il “Monte Sasso” appunto), è stato nell’ultimo anno sfigurato da nuove costruzioni orribili (villette a schiera) che stanno trasformando questo meraviglioso complesso paesistico in una sorta di periferia di Cerveteri, località del resto non nuova a brutali esempi di speculazione e di abusivismo edilizio.
Ma non è finita qui: nei pressi di Sasso si trova un altro sito eccezionale dal punto di vista sia paesaggistico sia naturalistico, ossia i famosi Sassoni di Furbara, due grandi e suggestivi scogli trachitici di forma “dolomitica” (detti appunto le “Dolomiti Laziali”) che si ergono isolati in una bellissima campagna ondulata, e nelle cui rocce, secondo alcuni naturalisti, ancora nidificherebbe il capovaccaio. Fino ad un anno fa, transitando sulla strada, si poteva osservare tranquillamente questo spettacolo davvero magnifico, e possiamo dirvi che chi lo vedeva per la prima volta ne rimaneva assai sorpreso ed impressionato. Era uno dei paesaggi più celebri della Tolfa, uno scorcio indimenticabile da preservare assolutamente, magari come “Monumento Naturale” (come è stato fatto in passato dalla Regione per siti altrettanto importanti e significativi, ad esempio la valle carsica di Camposoriano, presso Terracina, LT). Ebbene, incredibilmente, anche questo paesaggio è stato deturpato! Nell’ultimo anno sono state costruite altre bruttissime ville e villette in posizione panoramica verso le rupi. Esse sono state edificate non solo lungo la strada, ma in un caso addirittura sopra una collinetta a poca distanza dalla stessa, alterando per sempre il superbo contrasto tra l’imponenza delle rupi e la solitudine e gli spazi aperti della campagna. Ove prima c’erano stupendi e scintillanti campi coltivati, ora possiamo “ammirare” esterrefatti i muri di cinta in cemento delle villette, cinte che spesso si estendono anche in maniera notevole verso la campagna, magari pronte per ospitare volgari piscine; molti di questi edifici sono ancora in fase di completamento. Inoltre, ovviamente, sono stati istallati nuovi pali per la corrente elettrica lungo la strada per servire le nuove abitazioni. Sicché, agli occhi di chi transita sulla strada, tutto ciò ha finito col sostituire il “paesaggio fantastico” dei Sassoni con un’accozzaglia di cemento e pali e fili della corrente. Chi conosce la zona, passandoci oggi non riesce a credere ai propri occhi che sia stato permesso tale scempio. Sembra veramente un incubo. E pensare che una parte del territorio di Cerveteri è stata recentemente inserita dall’Unesco tra i siti “patrimonio dell’umanità”! Se vi fossero amministratori coscienziosi a livello regionale, provinciale e locale, crediamo che tutte queste nuove edificazioni andrebbero bloccate e demolite, pena la deformazione di un paesaggio splendido che si era mantenuto intatto fino per secoli: anche perché oggi proprio l’integrità paesaggistica è alla base dello sviluppo turistico “di qualità” (ambientale, culturale, enogastronomico ed escursionistico) in un’area, come sappiamo tutti, dalle potenzialità immense in tal senso. Farsi la villetta panoramica, invece, non contribuisce certo allo sviluppo comune: se da un lato arricchisce un pugno di persone, dall’altro porta ad un immediato impoverimento delle risorse locali, e, nel caso della Tolfa, il paesaggio è indubbiamente una di queste. Crediamo che sia pertanto giunta l’ora di far valere la giustizia e gli interessi collettivi: non è più possibile continuare così.
E non basta! La speculazione edilizia sta tornando prepotentemente ad interessarsi a Tolfa, altro “borgo gioiello” della zona, già in parte deturpato nei decenni del dopoguerra da un indiscriminato “sviluppo” (che parola grossa!) edilizio. E come sempre, nel Lazio e non solo, mentre il borgo è via via più spopolato, si vorrebbero realizzare nuove costruzioni tutt’attorno. Allo stesso tempo, i restauri delle antiche abitazioni avvengono spesso in maniera quantomeno ridicola, senza alcuna supervisione da parte delle istituzioni, snaturando e sminuendo la loro valenza architettonica.
Inoltre (sì perché non è ancora finita!), è ancora in ballo il progetto folle, ridicolo e demenziale del “parco eolico” presso Allumiere (località Freddara), che andrebbe a devastare una zona incontaminata e non edificata, peraltro con ripercussioni paesaggistiche ed ambientali su tutte le aree limitrofe. Progetto, tuttavia, fortunatamente destinato alla bocciatura, anche perché contrastato con decisione dalla gente del posto, fieramente attaccata alla propria terra e conscia delle possibilità della zona di sviluppare, se adeguatamente tutelata, valorizzata e promossa, un serio movimento turistico. E a proposito, ricordiamo ai sostenitori del progetto che non esiste solo l’inquinamento dell’aria (inquinamento che, dicono i fautori dell’eolico sarebbe «statisticamente» contrastato con progetti simili), ma anche l’inquinamento della terra (e conseguentemente dell’acqua), l’inquinamento acustico, l’inquinamento culturale dato dalla cancellazione del paesaggio storico, e non ultima la depauperazione della fauna, tutte cose notoriamente prodotte da una centrale eolica laddove realizzata in un’area naturale. Certo, se le pale eoliche fossero installate su aree già cementificate ed urbanizzate, come ad esempio accanto agli “eco-mostri” delle centrali o del porto di Civitavecchia (e cioè in uno dei luoghi più orrendi ed inquinanti del Lazio), forse non sarebbe un gran danno, anzi in tal caso il progetto avrebbe un contenuto razionale poiché andrebbe a proporre un’energia alternativa al carbone proprio di fronte ad un simbolo dell’insostenibilità. Viceversa, se installate nel cuore della Tolfa, farebbero veramente sorgere dubbi sulla serietà dei promotori del progetto. Anche perché, depregiando il territorio con mostri visibili da ogni dove, nuove sterrate e nuovi elettrodotti, farebbero un favore agli avidi speculatori, che di lì a poco godrebbero senz’altro di concessioni edilizie, venuto ormai meno il valore paesaggistico ed ambientale dell’area.
Fatto, quest’ultimo, che ultimamente si sta già avverando. Infatti, accanto alla minaccia eolica, in tutto il comprensorio le ruspe stanno creando nuove sterrate nelle campagne e sulle colline, che finiranno col limitare sensibilmente le sue possibilità escursionistiche e, quel che più conta, produrranno senz’altro l’allontanamento di numerose specie animali.
Sulla base di quanto detto sinora, oggi ci pare pertanto urgente, innanzi tutto, istituire finalmente il Parco Naturale dei Monti della Tolfa, così da bloccare immediatamente ogni speculazione ai danni del comprensorio, avviando altresì il suo restauro ambientale (si pensi alla questione degli elettrodotti, che rovinano zone intatte e che potrebbero essere delocalizzati) e di conseguenza progettando un futuro di sviluppo sostenibile per le popolazioni locali, legato sia alle attività tradizionali, prime fra tutte quelle zootecniche, sia al turismo di qualità. Del resto, come è noto, l’area cerite-tolfetana, grazie alle sue straordinarie valenze naturalistiche, paesaggistiche e archeologiche, possiede immense potenzialità turistiche, ancora sottovalutate, e non può dunque permettersi di continuare a soggiacere senza alcuna tutela alla pressione edilizia dell’area metropolitana di Roma da un lato e di Civitavecchia dall’altro, col rischio di compromettere le proprie ricchezze ambientali nel giro di soli vent’anni. Senza dire, poi, che i sempre incombenti progetti viari in funzione di Civitavecchia non apporterebbero nulla in termini turistici alla Tuscia (e men che meno all’Alto Lazio maremmano), in quanto contribuirebbero alla rovina – già in atto - del suo pregevole territorio, favorendo, come sappiamo tutti, soltanto gli interessi di coloro che lavorano nell’ambito dei collegamenti navali con la Sardegna.
Proteggere oggi il comprensorio della Tolfa è insomma un dovere morale ineluttabile nei confronti delle generazioni future, oltre che un modo concreto per assicurare un futuro positivo a queste terre e a chi ci vive.