Questo blog è dedicato allo studio delle tematiche relative all'ambiente e al paesaggio, e più in generale al mondo della natura, dell'arte e della cultura.

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Blogger: lucabellincioni
Nome: Luca Bellincioni
Storico, insegnante, guidarista, escursionista e fotoamatore, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano. Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Nei suoi scatti è presente una forte vena romantica, giacché egli tende idealmente a riprendere l'estetica dei vedutisti del Sette-Ottocento. Un gusto, questo, che si esprime innanzitutto nella ricerca dell'integrità dei soggetti e dei paesaggi proposti, nella ricerca dell'armonia tra uomo e ambiente, e da un punto di vista tecnico, nell'importanza data al cielo e nella cura delle inquadrature. Chi fosse interessato al mio lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattarmi all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it. Chi voglia invece pubblicare articoli e saggi attinenti agli argomenti trattati, può inviarmeli specificando nell'e-mail e alla fine del testo che il contributo al blog è del tutto gratuito e volontario e che sono responsabili dei contenuti dei propri scritti. I contributi anonimi o quelli risultati a mio insindacabile giudizio non attinenti od offensivi saranno comunque cestinati.

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martedì, 24 giugno 2008
Eolico selvaggio e non luoghi

Le immagini di impianti eolici in aperta campagna o sui crinali di montagne solitarie mi lasciano sempre molto perplesso. Ben vengano impianti del genere in zone e su siti già urbanizzati e degradati (come ce ne sono fin troppi), ma non in aree naturali o agricole. Oggi uno dei problemi prioritari del mondo, soprattutto nei Paesi occidentali ultra-industrializzati, come ad esempio Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, è il consumo del territorio e con esso quello di risorse e biodiversità. Non si può pensare di aiutare l'ambiente distruggendolo, ossia alterandolo con impianti del genere (che ipocritamente vengono definiti da chi li costruisce come "parchi").

Anche in Italia il fenomeno dell'"eolico selvaggio", come viene giustamente definito, sta compiendo danni gravissimi all'ambiente e al paesaggio, già in gran parte pesantemente compromessi negli ultimi decenni per rincorrere ciecamente un'idea di sviluppo a tutti i costi (e più spesso "mordi e fuggi") senza limiti e pianificazioni. Le centrali eoliche del resto sono insediamenti industriali a tutti gli effetti e perciò soltanto in siti industriali (ventosi) andrebbero realizzati, oppure in zone periurbane che abbiano perso ogni carattere di area agricola oltre che naturale (ad esempio le aree a urbanizzazione diffusa limitrofe ai grandi centri). Un censimento delle località ventose ma con queste caratteristiche di degrado ambientale e paesaggistico crediamo dovrebbe essere pensato al più presto.

Speriamo che l'opinione pubblica inizi a svegliarsi e ad accorgersi di quanto la realizzazione di tali impianti sia spesso irrazionale e legata più ad interessi speculativi che a valori ambientalistici. Il consumo di territorio è oggi un problema pari a quello delle emissioni di gas serra, e anzi ad esso strettamente collegato, secondo il perverso binomio maggiore urbanizzazione-maggiore necessità di energia. Oltre tutto la cancellazione dei paesaggi e delle peculiarità territoriali locale produce un "inquinamento culturale e sociale" che non dobbiamo sottovalutare: alla lunga vivere in luoghi privi di identità porterebbe alla formazione di generazioni di cittadini parimenti privi di identità; i "non luoghi", insomma, rischiano di produrre "non persone". Riflettiamoci su, il rischio è enorme.

Postato da: lucabellincioni a 00:08 | link | commenti
eolico, degrado paesaggistico e ambienta

martedì, 01 aprile 2008
Ancora eolico sulla Maremma!

E’ di questi giorni la inquietante notizia dell’accordo per un parco eolico nel territorio di Monte Romano fra l’Enel e l’amministrazione comunale. Presentato con la solita retorica (tronfia, demagogica e ormai fin troppo demenziale) dei posti di lavoro e con quella falsa e ridicola dello energia “pulita” e dello sviluppo sostenibile, ed ovviamente salutato e reclamizzato con grande entusiasmo dai conniventi giornali locali, il parco (ma sarebbe più appropriato chiamarlo “centrale”) si presenta come l’ennesimo capitolo di un costante e drammatico attacco al territorio della Maremma tosco-laziale. Prima il parco di Scansano, nel Grossetano, poi il progetto assurdo e fortunatamente fallito di una centrale eolica presso Allumiere, sulla Tolfa, poi ancora l’altro progetto mostruoso della mega antenna di Civitella Cesi, in seguito le altre numerose proposte di centrali eoliche in Toscana e nell’Alta Tuscia, assieme al ridicolo progetto di una centrale a Biomasse a Barbarano Romano, nella Valle del Biedano. Ora, di fronte a tutto ciò, anche un imbecille capirebbe che c’è un’idea ben precisa della Maremma che le lobbies dell’energia si sono fatta. Una fetta del territorio nazionale fra le meno urbanizzate, fra le più ricche di biodiversità (paesaggi, ambienti, climi, flora, fauna, ecc…), è oggi sempre più minacciata da avidi speculatori e improponibili politicanti che vedono nella Maremma un grande “deserto” da “riempire” ad ogni costo. Infatti, le amministrazioni locali sono quasi sempre favorevoli ai vari devastanti progetti, soprattutto a quelli sull’eolico poiché più facilmente presentabili ai propri cittadini, dopo la martellante propaganda propinataci dai media (vedi pubblicità e programmi televisivi pseudo-ambientalisti) anche da “autorevoli” (sulla carta) associazioni ambientaliste (vedi Legambiente), quest’ultime in realtà mosse da mal celati interessi privati con l’industria del vento. Ho già avuto modo di esprimere, su un altro articolo pubblicato su questo sito, le mie dure considerazioni sull’inopportunità di realizzare centrali eoliche nel territorio maremmano, e vi rimando il lettore. Riassumendo, tuttavia, vorrei ricordare come la Maremma tosco-laziale costituisca oggi uno degli ecosistemi più integri e pregiati d’Italia (e forse non solo); un territorio inoltre dall’eccezionale valore archeologico, per la presenza incredibili - quanto a qualità e quantità - tracce della storia dell’uomo, dalla preistoria ad oggi, ma soprattutto legate alla presenza etrusca, il cui fascino tuttora attrae visitatori da tutto il mondo.

A tal proposito, tornando al caso di Monte Romano, vorrei proprio che i promotori del progetto ci facessero capire come l’impatto delle le turbine eoliche, alte anche fino a 100 metri, possa essere compatibile con la conservazione di uno dei paesaggi rurali più belli ed integri del Lazio (l’ultimo baluardo, o quasi, della coltura e del pascolo estensivi nella regione) nonché del vastissimo corridoio biologico maremmano, vista la straordinaria ricchezza di avifauna nidificante e migratoria della Tolfa, che appunto correrebbe gravi rischi di incidenti con la creazione della centrale elettrica eolica, pericolosa, come accertato, per i volatili. Non ultimo, come potrebbero le gigantesche pale eoliche, che sarebbero visibili fin da grandi distanze, convivere con le straordinarie emergenze paesaggistiche, storiche e archeologiche d’epoca preistorica, etrusca, romana e medievale sparse in tutto il territorio circostante (Cencelle, Norchia, San Giovenale, Respampani, Luni sul Mignone, Tuscania, Tarquinia, Blera, Civitella Cesi, ecc…), le quali PROPRIO dal rapporto armonioso con il paesaggio circostante traggono il proprio fascino e, nondimeno, il proprio potenziale turistico. Potenziale, tra l’altro, mai e poi mai finora sfruttato ancorché minimamente (si pensi allo scandalo della splendida Norchia, abbandonata all’incuria, al degrado e alla delinquenza da decenni), per l’inettitudine manifesta e raccapricciante delle istituzioni comunali, provinciali e regionali. Sicché questi amministratori, da sempre incapaci di far decollare il turismo in una zona dalle potenzialità immense, ancora oggi riescono soltanto ad avallare progetti che porterebbero alla deturpazione dell’Etruria. Già l’area di Monte Romano è purtroppo interessata dalla presenza  di imponenti elettrodotti che servono i mostri di Civitavecchia e Montalto, simbolo di una decennale (e ormai, a quanto pare, tradizionale) servitù all’industria dell’energia,. E ora invece di pensare alla bonifica del paesaggio maremmano della zona, dal potenziale immenso anche riguardo al cosiddetto turismo “on the road” - che fa e ha fatto fortuna in molte zone della vicinissima Toscana -, si pensa a distruggere definitivamente uno degli ultimi baluardi del paesaggio laziale “all’antica”, con i suoi vasti orizzonti vuoti ed incontaminati. Senza contare che l’istallazione della centrale porterebbe alla necessità di creare nuovi elettrodotti, nuove strade e altre opere di urbanizzazione in un territorio prettamente agricolo e naturale, miracolosamente esente da questo tipo deterioramento para-metropolitano (con tutto il degrado di discariche abusive, smog, inquinamento delle acque e della terra che ciò comporterebbe!). Ancora una volta, cemento, degrado e squallore in aree integre, ossia spreco di territorio e paesaggio, invece di sane politiche urbanistiche che abbiano come principio quello della difesa del territorio e della lotta al consumo indiscriminato del suolo, oggi tra i problemi più gravi e tragici non solo nel nostro Paese ma del mondo intero.

Auspico, perciò, che di fronte a questo nuovo attacco speculativo si possa finalmente formare un movimento di opinione (e perché no?, un vero e proprio comitato promotore) favorevole all’istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, che protegga PER SEMPRE il meraviglioso territorio dell’Etruria Tolfetana, Viterbese e Grossetana, e che dia nuove e felici prospettive a questa terra, finalmente in rispetto alle sue antiche e moderne vocazioni. Prima che sia troppo tardi.

Postato da: lucabellincioni a 08:06 | link | commenti (2)
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giovedì, 14 febbraio 2008
Impianti eolici nella Maremma Laziale: alla nostra età non crediamo più alle favole

 

La preoccupante notizia dei progetti per la realizzazione di impianti eolici nell’Alta tuscia e nella Maremma non è purtroppo nuova: alcuni anni fa ci fu una dura battaglia per bloccare un mega impianto ad Allumiere, sulla Tolfa, in una zona di grandissimo pregio naturalistico, e in seguito, non molto tempo fa, si parlò di un progetto simile ad Onano, che poi fallì per motivi ancora oscuri, mentre presso Scansano, in Toscana, fu effettivamente realizzata una grossa centrale sopra il castello di Montepò.

Per chiarire subito la mia posizione, personalmente credo che realizzare impianti simili nel comprensorio della Maremma Laziale sia un’assurdità. L’installazione delle gigantesche pale eoliche segnerebbe la fine del rilancio del turismo nella Maremma laziale, che in un precedente articolo (“Ipotesi per un parco nazionale della Maremma Laziale”) sostenevo che meriterebbe ben altra attenzione. Chi mai considererebbe più tali zone, oggi tra l’altro ancora semi-sconosciute e dal potenziale tutto da riscoprire, come attraenti sotto il profilo turistico? Inoltre, come è noto, l’impatto estetico delle torri eoliche va ben oltre l’immediata località in cui esse sono installate. E in un territorio così ricco di siti e paesaggi pregevoli come la Maremma, e allo stesso tempo caratterizzato da grandi spazi aperti, tali impianti andrebbero a devastare l’estetica di siti straordinari come ad esempio Vulci, Sorano, Pitigliano, Sovana, Tuscania, Lago di Bolsena, ecc… Ed il problema non è certo soltanto di carattere paesaggistico ma soprattutto ed eminentemente di carattere ambientale. Tali progetti producono infatti erosione del territorio al pari del cemento delle lottizzazioni e dell’asfalto delle strade. E’ mai possibile che non riusciamo ad accorgerci che tali progetti  (e soprattutto le loro localizzazioni) sono collegati a volontà meramente speculative e non certo a interessi collettivi né tanto meno alla sensibilità ambientale di privati o amministratori? E’ mai possibile che non riusciamo a vedere che tali progetti sono sempre e solo proposti in località sconosciute, semidisabitate, con comunità piccolissime e spesso composte solo da anziani (vedi Ischia di Castro, Arlena, Tessennano, ecc…), e per questo più malleabili, più disposte a svendere il proprio territorio. Oltre tutto – stando alle proposte – gli impianti eolici nella Tuscia sorgerebbero in più località, il che significherebbe un danno non delimitato ma esteso a tutto il territorio nel complesso.

Personalmente non sono mai stato contro l’eolico “a priori” ma al suo uso irrazionale e speculativo. D’altronde l’eolico produce erosione del suolo, deturpamento del paesaggio e depregiamento del territorio, inquinamento acustico, inquinamento della terra e delle acque per l’uso del cemento ad esso connesso, nuove opere di urbanizzazione, senza contare l’uso che verrebbe fatto delle strade d’accesso agli impianti per abbandonare rifiuti e creare discariche; a ciò aggiungiamo che agli impianti seguirebbe l’installazione di nuovi elettrodotti, che affiancherebbero quelli già presenti e numerosi nella zona (che invece attenderebbero opere di bonifica paesaggistica, ad esempio tramite l’interramento dei tracciati almeno nelle zone più belle) con ulteriore rovina del nostro pregiato paesaggio agricolo e naturale. A questo punto ci chiediamo: se proprio si vuole puntare sull’eolico per produrre energia, perché non installare le gigantesche pale affianco alle centrali di Civitavecchia e Montalto, e cioè in aree già cementificate, inquinate ed orrende, anziché andare a devastare uno dei territori più integri della Tuscia e del Centro Italia, vale a dire la Maremma? Ci sono evidentemente interessi privati a far sì che ciò accada. Già le cave, i vari capannoni industriali sparsi a caso nelle campagne e della fattezze assolutamente aliene dal contesto rurale di arcana bellezza, gli elettrodotti che stuprano questo territorio per servire i mostri di Civitavecchia e Montalto, sottoponendolo ad una corvee di stampo medievale, hanno prodotto un danno di dimensioni incalcolabili all’immagine nonché all’ecosistema di questo territorio. Pare che allorquando si cerchi un territorio ove installare qualcosa di altamente impattante sotto ogni aspetto, si pensi sempre alla Maremma. Non sarà allora che qualcosa non va a livello di coscienza collettiva e di amministrazioni locali?

Eppure non tutto è perduto: ad Allumiere alcuni coraggiosi cittadini hanno saputo combattere e a sconfiggere il demenziale progetto della centrale eolica in una delle zone più belle e suggestive dell’intero Lazio, mentre a Blera un’autentica sommossa popolare ha forse definitivamente debellato il mostruoso progetto di una mega-antenna radiotelevisiva alta 150 metri (!), che avrebbe dovuto sorgere grosso modo tra San Giovenale e Luni sul Mignone, e cioè nel cuore dell’Etruria meridionale. Qui insomma, la gente ha saputo dare una risposta, anche se piuttosto circostanziale, circa il futuro del proprio territorio. Ma non basta certo: quel che mi rattrista maggiormente, infatti, è la totale mancanza di progetti per la tutela, la valorizzazione e la promozione del turismo nella Maremma Laziale. E’ davvero squallido constatare come un territorio così “vuoto” di presenza umana, e quindi oggi assai prezioso, sia disprezzato dalla maggior parte della popolazione che lo abita. E ciò invece di pensare a creare turismo con idee veramente innovative - come ad esempio la creazione di lunghe ippovie, qui ancora possibili, di sentieri per trekking e di trenini natura, ma anche di itinerari cicloturistici ed automobilistici che valorizzino la viabilità minore: in quest’ultimo caso basterebbe una semplice cartellonistica che indicasse ai viaggiatori, i quali per ora hanno spesso solo Vulci come punto di riferimento, le altre località interessanti e soprattutto le caratteristiche dei paesaggi rurali e naturali attraversati e che possono essere ammirati. Ad esempio la strada tra Canino e Tuscania che passa per Tessennano e Arlena è senz’altro una delle più spettacolari e integre dell’intera Provincia di Viterbo, con un paesaggio etrusco spettacolarmente conservato e che andrebbe assolutamente tutelato: eppure quasi nessuno ci passa e se lo fa torna indietro credendo di essersi perso cercando Vulci… Tessennano, in particolare, per le sue caratteristiche di piccolo e tranquillo borgo rurale immerso in uno scenario di rara bellezza, potrebbe divenire una sorta di villaggio turistico “naturale”, se valorizzato con eventi di richiamo e con interventi di restyling. Stesso dicasi per Pianiano, una sorta di “Calcata” in piccolo, raggiunto da Cellere tramite la superba eppure ancora sconosciuta strada che attraversa la Valle del Timone, mentre lo stesso Parco del Timone, da parte sua, praticamente non è visitabile in quanto i sentieri sono mal segnalati e ci si ritrova in pratica a percorrere senza meta una sterrata polverosissima tra boschi tagliati. Sempre per rimanere in zona, inoltre, i Monti di Canino sono quasi completamente recintati e quindi praticamente inaccessibili, mentre nessuno sa della presenza delle rovine di Castellardo e dei suoi panorami. Verso il Lago di Bolsena, invece, la Conca di Latera è uno scenario di eccezionale bellezza e che però quasi nessuno conosce e si ferma ad ammirare perché mancano adeguate indicazioni stradali: la notano (e se ne stupiscono), quindi, solo i pochissimi (ben informati) che si fermano a Valentano (e qui stendiamo un velo di pietà per il “restauro” della torre, con la realizzazione della goffa copertura posticcia al cui paragone il recente restauro della Torre di Marta è un capolavoro) o a Latera. E se andiamo a Sud ci troviamo di fronte alla vergogna di Norchia, un sito straordinario al pari di Vulci e tuttavia lasciato in uno stato di abbandono e degrado raccapricciante. Peggiori – se possibile – le condizioni di Grotta Porcina. I Monti della Tolfa, infine, sono ancora fuori del sistema dei parchi della Regione Lazio, preda dell’abusivismo edilizio e stradale, delle moto da cross e dei quad, e delle recinzioni selvagge.

In conclusione, cementificazione delle campagne, progetti di impianti eolici nelle preziose e silenziose distese maremmane, di nuove strade a veloce percorrenza e dell’aeroporto di Viterbo: questi i propositi che spiccano nelle vicende più recenti della politica del Viterbese. Ma dove vuole finire la Tuscia? Se ci dicono che questo è sviluppo, per carità indigniamoci. Noi non siamo cretini né, alla nostra età, crediamo ancora alle favole: di fronte al pianeta ormai ridotto allo stremo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è devastare e consumare ulteriormente territorio. Oggi più dello sviluppo economico occorrerebbe preoccuparsi della sopravvivenza del genere umano.

Se vogliamo davvero trovare la molla di un “nuovo” sviluppo economico, andiamola a cercare in quello che già possediamo e che non abbiamo finora saputo far fruttare. Impianti eolici nella Tuscia? Siamo oggi in bilico tra il tramonto definitivo del turismo nella Maremma Laziale e il suo tanto agognato rilancio. Seguiamo l’esempio delle cose che funzionano: il Lago di Bolsena, dopo decenni di oblio, sta divenendo sempre più una meta di incredibile richiamo turistico, soprattutto internazionale. E questo non certo grazie alla cementificazione (tranne purtroppo alcune recenti eccezioni…) del territorio ma alla sua conservazione, ciò che ha permesso lo sviluppo di un comprensorio turistico di altissima qualità. Il territorio della Maremma nel suo complesso, pertanto, grazie alla presenza del Lago Volsino, da un lato, e del celebre triangolo etrusco Tarquinia-Vulci-Tuscania (cui si aggiunge Cerveteri), dall’altro, potrebbe - se ben valorizzato - favorire turisticamente di questi grandi attrattori, secondo un concetto peraltro già espresso recentemente dal ministro Rutelli.

A noi dunque la scelta. Possiamo lasciare che questo meraviglioso territorio diventi un deserto di cemento, asfalto, tralicci e pale eoliche oppure aprire gli occhi e fare in modo che rimanga ancora – in un certo senso - un’isola felice, in cui le attività tradizionali agricole e pastorali possano continuare a convivere con la natura e a produrre i propri pregevoli frutti, e in cui sempre più turisti possano trovare motivi di interesse, di tipo naturalistico, culturale ed enogastronomico.

Postato da: lucabellincioni a 12:30 | link | commenti (1)
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giovedì, 07 febbraio 2008
Ipotesi per un Parco Nazionale dell'Etruria Laziale

   La vasta area compresa tra il Lago di Bracciano, i Colli Ceriti, i Monti della Tolfa e le valli del Biedano, del Mignone e del Marta, cuore dell’Etruria Meridionale, custodisce valori ambientali e paesaggistici di straordinario valore. Tra la Tolfa, il Mignone e il Marta, in particolare, permangono scenari silvo-agro-pastorali spesso così intatti (e ancora non violati da fenomeni di turismo di massa) da essere ormai rari non solo nel Lazio, ma nell’intera Penisola. La Maremma laziale, d’altronde, è rimasta oggi una delle poche aree della “regione di Roma” (assieme alla Sabina e al resto della Tuscia viterbese) ad aver mantenuto un rapporto relativamente equilibrato tra attività umane tradizionali (agricole e pastorizie) e ambiente naturale. La buona conservazione dell’ecosistema “campagna”, in particolare, altrove ormai in crisi e quasi scomparso a causa di un’urbanizzazione caotica e speculativa, riveste un’importanza assoluta anche quale biotipo per la persistenza di molte specie animali. La fauna di questo comprensorio è infatti tra le più ricche d’Italia, specialmente per quanto riguarda i rapaci (presenti in grande varietà su queste colline), che soprattutto sui Monti della Tolfa possono trovare ecosistemi ancora in grado di soddisfare le proprie esigenze alimentari e riproduttive: alcuni studiosi sostengono addirittura che sulle rupi tolfetane nidificherebbe tutt’oggi il capovaccaio, il caratteristico avvoltoio italiano un tempo diffusissimo in tutto il Lazio e ora a rischio d’estinzione in Italia; significativa, sempre sulla Tolfa, è pure la presenza del lupo, quivi tornato sin dagli anni ‘50. Anche la flora è magnifica, con innumerevoli esemplari di orchidee e vastissime coperture boschive per lo più a macchia mediterranea, ma anche con interessanti esemplari di “faggete depresse” (come quelle nei pressi di Oriolo ed Allumiere) e betullete (Manziana). Dal punto di vista morfologico, inoltre, sono da notare in primo luogo le numerose e caratteristiche forre tufacee, spettacolari canyon (come quello del Biedano) scavati negli altopiani dai numerosi fiumi e torrenti di una zona ricchissima di acque; in secondo luogo, sempre sulla Tolfa ammiriamo scenografiche pareti rocciose di trachite, tra cui spiccano quelle di Ripa Maiale e dei Sassoni di Furbara. Curiosa infine la presenza di un minuscolo “geyser” attivo nella Caldara di Manziana (presso Bracciano) residuo dell’antica attività vulcanica che ha conformato, assieme al lento lavorio dei corsi d’acqua, l’ambiente di questa zona come quello di tutto il resto dell’Alto Lazio etrusco. Un comprensorio, quello dell’Etruria laziale, reso peraltro unico dalla possibilità di creare percorsi integrati volti a collegare la fruizione turistica di differenti ecosistemi come la collina, la montagna, la campagna, il lago e il mare, in una ricchezza di biodiversità ristretta in una manciata di chilometri che ha pochi paragoni in Italia: a breve distanza da questo pregiato entroterra, infatti, c’è il litorale di Santa Severa, Macchiatonda e Palo, che, nonostante pesanti manomissioni da parte dell’uomo, conserva alcune zone assai interessanti sotto il profilo naturalistico, paesistico, storico ed archeologico, talvolta tutelate da piccole aree protette.

   E non c’è “soltanto” la natura. Oltre, come già detto, alla grande ricchezza di biodiversità, l’entroterra tolfetano e maremmano spicca per l’altrettanto eccezionale presenza di testimonianze archeologiche relative agli etruschi (e in misura minore ai romani), che fanno di questa zona forse la più interessante dell’intera Etruria: le necropoli di Cerveteri, Tarquinia, Norchia, San Giovenale e San Giuliano sono solo alcuni dei siti più noti. Per quanto riguarda la storia più recente, invece, va ricordata la presenza di rovine medievali e rinascimentali, spesso compendiate nelle cosiddette “città morte”, qui assai diffuse, tra cui la spettrale Monterano Vecchia e la stessa Norchia sono le più suggestive. Inoltre, i resti dell’antica attività estrattiva, soprattutto nel territorio di Allumiere, con pittoresche cave e miniere abbandonate, costituiscono un potenziale turistico tutto da riscoprire e valorizzare, come ad esempio è stato già fatto, con successo, in varie zone della Toscana. Infine vanno ricordati gli stessi centri storici, quasi tutti ben conservati e d’aspetto medievale, tra cui spiccano Bracciano con suo poderoso castello, Tolfa e Trevignano Romano con le loro rocche dirute dai panorami mozzafiato e Blera con i suoi pittoreschi monumenti medievali, romani ed etruschi: spesso si tratta di centri perfettamente armonizzati col paesaggio e in tal senso sono casi eloquenti i borghi di Barbarano Romano, Ceri, Rota, Sasso (purtroppo deturpato l’anno scorso da una volgare lottizzazione), Civitella Cesi e la stessa Blera; le ben più celebri Tuscania e Tarquinia, dal canto loro, sono tra le cittadine medievali più affascinanti del Centro Italia.

   In questo vasto territorio sono state nel tempo istituite alcune piccole aree protette di estremo interesse, come il Parco regionale Marturanum, la Riserva naturale di Tuscania, le Oasi WWF di Palo e Macchiatonda, il Monumento naturale della Caldara di Manziana, la Riserva naturale di Monterano e il più “giovane” Parco regionale del complesso lacustre di Bracciano e Martignano; le Necropoli di Tarquinia e Cerveteri sono state inserite nella lista dei siti UNESCO. Incredibilmente, tuttavia, il resto del territorio, e in primis la Tolfa, sono ancora fuori dal sistema regionale dei parchi, esclusione che negli ultimi tempi ha permesso il manifestarsi di inquietanti episodi di abusivismo edilizio nelle campagne, cui le amministrazioni locali non hanno saputo (né voluto) porre alcun freno. A fare da contraltare a questa situazione negativa, per fortuna, c’è stato il recente riconoscimento quali SIC (siti d’interesse comunitario) e ZPS (zone di protezione speciale) di buona parte delle zone non ancora tutelate come parchi e riserve, ciò che per lo meno renderà d’ora in poi più improbabile l’attuarsi di progetti ad alto impatto ambientale (come ad esempio la paventata demenziale centrale eolica di Freddara, ad Allumiere): allo stesso tempo, però, tali “contrassegni” non significheranno nei fatti una reale controllo sul territorio della Maremma tolfetana e viterbese, ma un semplice “monito”, purtroppo facilmente eludibile nei casi più piccoli e meno evidenti (si pensi alla proliferazione indiscriminata di ville, villette e capannoni), magari con la connivenza, più o meno tacita, di alcuni politici locali. Il rischio è in fatti quello di assistere in pochi anni allo scempio di questo magnifico territorio, poiché le aree più vicine a Roma (e agli assi viari principali) stanno oggi subendo un’aggressione edilizia ingente ed inquietante nella forma cancerogena dell’insediamento sparso, fenomeno che in molti casi ha già finito col banalizzare o cancellare del tutto il paesaggio originario (come da tempo è in parte accaduto attorno al Lago di Bracciano e a Cerveteri).

   Oltre alla speculazione edilizia, l’istituzione di efficaci strumenti di tutela del comprensorio della Maremma laziale meridionale vede oggi altri gravi ostacoli, in primo luogo relativi all’esistenza di vaste tenute agricole private molto restie all’istituzione di un parco naturale, visione negativa propria anche degli allevatori che pensano automaticamente ad un’area protetta come ad una limitazione delle proprie attività: considerazioni, queste, spesso fomentate dalla speculazione e conseguenti alla quasi totale assenza di una cultura ecologista, lacuna che già in passato fece fallire i progetti per il Parco Regionale dei Monti della Tolfa. Un altro problema del comprensorio è poi la presenza, nella parte più settentrionale (nel Comune di Monte Romano), di un poligono militare di oltre 5000 ha, che, pur contribuendo ad un certo mantenimento ambientale degli ecosistemi, preclude tuttavia al visitatore una porzione del territorio molto ampia ed assai significativa sotto il profilo turistico ed escursionistico, anche per la presenza, nella zona militare, di un lungo tratto dell’antica Via Clodia e di una parte dell’area archeologica di Norchia; inoltre, la gestione militare di questo lembo di Maremma non ne assicura affatto un corretto utilizzo, poiché le attività militari non possono essere soggette a controllo pubblico e civile, con il risultato che anche qui potrebbero prima o poi essere compiute ingenti manomissioni senza che nemmeno vi possano essere dibattito o opposizione alcuni. Dal punto di vista strettamente paesaggistico, invece, va rilevata purtroppo la presenza in questo vasto territorio di numerosi elettrodotti (talvolta ciclopici) collegati alle due centrali di Civitavecchia e Montalto, che sfigurano aree di straordinario valore ambientale e sede peraltro di attività agricole e zootecniche di grandissimo pregio, tra le più selvagge e disabitate del Lazio (in particolare in più punti sulla Tolfa e quasi dappertutto tra Tarquinia e Tuscania), che – se almeno parzialmente liberate dai tralicci e valorizzate, tramite un’adeguata cartellonistica, con itinerari escursionistici, ciclistici e per che no automobilistici – potrebbero già da soli costituire un eccezionale attrattore turistico, come ormai da decenni avviene ad esempio in molte zone della Bassa Toscana, dove il paesaggio “on the road” è uno degli elementi più apprezzati dai viaggiatori. Infine menzioniamo il mostruoso progetto, ciclicamente riproposto da politicanti locali e non, dell'"autostrada tirrenica" fra Lazio e Toscana, che non soltanto ferirebbe a morte l'ecosistema dell'intera Maremma, ma causerebbe - direttamente o indirettamente - anche la chiusura di molte aziende agricole e, più in generale, un forte depregiamento dell'immagine e delle valenze turistiche del comprensorio.

  

   Concludendo, per le sue peculiarietà la Tuscia tolfetana e maremmana si configura oggi come un territorio di estremo valore non solo per il Lazio, ma anche per l’intera Penisola, sicché vi sarebbero tutte le ragioni per ipotizzare l’istituzione di un nuovo Parco Nazionale dell’Etruria Laziale, anche perché molte delle emergenze da tutelare sono pressoché assenti in qualsiasi altra parte d’Italia. Un parco nazionale che costituirebbe un primo serio passo verso la tutela del paesaggio della Tuscia romana e viterbese, paesaggio in buona parte ancora miracolosamente integro ma oggi in grave pericolo, anche a causa dell’incombente degrado dell’area metropolitana e suburbana di Roma. Va da sé che il parco potrebbe essere ovviamente esteso al resto della Maremma laziale (fino alla Valle del Fiora e al confine con la Toscana, saldandosi con la già esistente Riserva naturale della Selva del Lamone), un’area oggi (come pure gran parte della Valle del Marta, del resto) intensamente coltivata (tra l’altro con punte di riconosciuta eccellenza soprattutto nel campo oleario) ma che custodisce valori ambientali e paesistici straordinari ancora da promuovere e salvaguardare (un progetto in tal senso è già stato proposto da Legambiente per la Valle del Timone, presso Cellere). In una realtà ad alta vocazione agricola come l’Alta Maremma viterbese, potrebbe essere sperimentato uno strumento come quello dei “parchi agricoli”, volti alla difesa e alla promozione delle attività tradizionali legate all’agricoltura (con l’incentivazione delle colture biologiche e di quelle utili alla produzione di biocarburante), alla silvicoltura, alla pastorizia e all’artigianato, intese come risorse economiche, sociali ed ambientali. D’altro canto, la grande diffusione di agriturismi e di aziende agricole legate a prodotti tipici, che negli ultimi anni è avvenuta in maniera costante in tutta la Tuscia maremmana, e il buon successo a livello di visite delle riserve e dei parchi naturali ivi compresi (in particolare Vulci e Marturanum) e di alcuni centri storici (a partire dalla splendida Tuscania), costituiscono un segnale positivo nel contesto di una rivalutazione eco-turistica di tutta la zona.

   Ancor più coerentemente l'area protetta, finora limitata all'ambito amministrativo laziale, se effettivamente istituita come "parco nazionale" potrebbe, e anzi dovrebbe, comprendere in qualche modo anche il magnifico territorio del Basso Grossetano, sia per le evidenti similitudini ambientali e storico-archeologiche (le forre, le necropoli, le vie cave, i borghi di tufo), sia soprattutto per l'estrema integrità dei valori ambientali, che qui hanno preservato esempi fra i più importanti e perfetti del "paesaggio etrusco", in particolare nell'ormai celebre triangolo Sorano-Sovana-Pitigliano: ciò porterebbe, d'altro canto, ad una tutela più rigorosa e completa della Valle del Fiume Fiora, il corso d'acqua forse più importante della Maremma dal punto di vista naturalistico. Nella prospettiva di un parco così esteso, tuttavia, anche le norme di tutela dovrebbero tener conto delle diverse situazioni sociali ed ambientali presenti nel territorio, nell'impossibilità, e anzi nell'inopportunità, di imporre vincoli e divieti generalmente propri di una riserva naturale (ad esempio il divieto di caccia e pesca) ad un'area così immensa. Al contrario, dovrebbe essere promossa la ripresa e la salvaguardia dei rapporti tradizionali fra uomo e ambiente, e cioè delle attività agro-pastorali, le stesse del resto, che hanno preservato fino ad oggi gran parte della Maremma dal degrado edilizio ed industriale. A tal proposito torna utile ricordare lo strumento dei "parchi agricoli", che in questo contesto andrebbero a costituire "sezioni" del più grande "contenitore" rappresentato dal Parco Nazionale, zone cioè in cui non sarebbe certo possibile né sensato, essendo zone di agricoltura estensiva, applicare le norme classiche di tutela integrale di flora e fauna. In ogni caso, essendo oggi il territorio maremmano un vero e proprio mosaico di ambienti e paesaggi, con l'alternanza continua di aree selvagge e naturali ed altre eminentemente rurali, è indispensabile trovare uno strumento che porti ad una tutela complessiva del comprensorio della Maremma tosco-laziale, per via della comune indentità legata alle vestigia del popolo etrusco, ed un nuovo parco nazionale potrebbe essere la soluzione. Un comprensorio, insomma, quello dell’Etruria tosco-laziale maremmana, che rappresenta un “tesoro” nazionale sotto tutto gli aspetti, naturalistico, paesaggistico, archeologico, storico, artistico, culturale ed economico: un tesoro da salvaguardare immediatamente come parco nazionale (il nome, suggestivo, potrebbe essere quello di "Parco Nazionale della Maremma Etrusca"), e non solo in quanto perno dell’identità storica del nostro Paese, ma anche quale risorsa primaria per uno sviluppo sostenibile e duraturo delle popolazioni locali.

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Brevi riflessioni sull’urgenza di istituire un Parco Naturale dei Monti della Tolfa

   Con questo articolo di denuncia, vorremmo porre all’attenzione del pubblico l’ennesimo scempio che si sta compiendo ai danni del paesaggio laziale, e ciò, come sempre, nel silenzio scandaloso e riprovevole dei più. Come tutti gli ambientalisti, tutti gli escursionisti e tutti gli studiosi sanno bene, i Monti della Tolfa costituiscono un’area di incomparabile bellezza, che preserva ampi scenari silvo-agro-pastorali così intatti da essere ormai inconsueti in Italia, ed un patrimonio di biodiversità straordinario, con lupi e molte specie di rapaci in via di estinzione e fioriture rarissime. Un comprensorio, questo, spesso definito un “gioiello naturalistico” a livello nazionale, ed inserito nella lista dei SIC (Siti d’Importanza Comunitaria) e delle ZPS (Zone di Protezione Speciale) dell’Unione Europea, e che è stato interessato negli anni passati da vari progetti di tutela, falliti a causa della loro eccessiva rigidità a livello di vincoli, in una zona, come questa, ancora strettamente legata alle attività tradizionali dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato.

   Ma allo stato attuale, i pericoli per l’ambiente tolfetano non provengono certo dalle attività tradizionali delle popolazioni locali (che anzi rappresentano – a nostro parere – un’inestimabile ricchezza non solo economica ma anche sociale e culturale per queste terre), bensì da un nemico molto più concreto. Ormai pericolosamente vicini all’area suburbana di Roma, oggi come non mai i Monti della Tolfa subiscono infatti l’aggressione di diverse forme di speculazione, soprattutto di quella edilizia. Se lungo le principali vie di comunicazioni (Via Aurelia e Autostrada Roma-Civitavecchia), e quindi lungo la fascia campestre del gruppo montuoso, si assiste già da tempo a vari fenomeni di degrado, soprattutto all’altezza di Civitavecchia (capannoni e costruzioni sparse), un caso particolarmente increscioso sta riguardando il lembo della catena confinante con i Colli Ceriti, ossia la zona del borgo di Sasso, raggiungibile con la comoda e panoramica strada che collega la Via Aurelia a Manziana. Mentre nelle campagne limitrofe negli ultimi anni sono state edificate numerose ville e villette sparse (probabilmente condonate), questo complesso assai pittoresco, caratterizzato da un pugno di case medievali dominate da una gigantesca rupe trachitica (il “Monte Sasso” appunto), è stato nell’ultimo anno sfigurato da nuove costruzioni orribili (villette a schiera) che stanno trasformando questo meraviglioso complesso paesistico in una sorta di periferia di Cerveteri, località del resto non nuova a brutali esempi di speculazione e di abusivismo edilizio.

   Ma non è finita qui: nei pressi di Sasso si trova un altro sito eccezionale dal punto di vista sia paesaggistico sia naturalistico, ossia i famosi Sassoni di Furbara, due grandi e suggestivi scogli trachitici di forma “dolomitica” (detti appunto le “Dolomiti Laziali”) che si ergono isolati in una bellissima campagna ondulata, e nelle cui rocce, secondo alcuni naturalisti, ancora nidificherebbe il capovaccaio. Fino ad un anno fa, transitando sulla strada, si poteva osservare tranquillamente questo spettacolo davvero magnifico, e possiamo dirvi che chi lo vedeva per la prima volta ne rimaneva assai sorpreso ed impressionato. Era uno dei paesaggi più celebri della Tolfa, uno scorcio indimenticabile da preservare assolutamente, magari come “Monumento Naturale” (come è stato fatto in passato dalla Regione per siti altrettanto importanti e significativi, ad esempio la valle carsica di Camposoriano, presso Terracina, LT). Ebbene, incredibilmente, anche questo paesaggio è stato deturpato! Nell’ultimo anno sono state costruite altre bruttissime ville e villette in posizione panoramica verso le rupi. Esse sono state edificate non solo lungo la strada, ma in un caso addirittura sopra una collinetta a poca distanza dalla stessa, alterando per sempre il superbo contrasto tra l’imponenza delle rupi e la solitudine e gli spazi aperti della campagna. Ove prima c’erano stupendi e scintillanti campi coltivati, ora possiamo “ammirare” esterrefatti i muri di cinta in cemento delle villette, cinte che spesso si estendono anche in maniera notevole verso la campagna, magari pronte per ospitare volgari piscine; molti di questi edifici sono ancora in fase di completamento. Inoltre, ovviamente, sono stati istallati nuovi pali per la corrente elettrica lungo la strada per servire le nuove abitazioni. Sicché, agli occhi di chi transita sulla strada, tutto ciò ha finito col sostituire il “paesaggio fantastico” dei Sassoni con un’accozzaglia di cemento e pali e fili della corrente. Chi conosce la zona, passandoci oggi non riesce a credere ai propri occhi che sia stato permesso tale scempio. Sembra veramente un incubo. E pensare che una parte del territorio di Cerveteri è stata recentemente inserita dall’Unesco tra i siti “patrimonio dell’umanità”! Se vi fossero amministratori coscienziosi a livello regionale, provinciale e locale, crediamo che tutte queste nuove edificazioni andrebbero bloccate e demolite, pena la deformazione di un paesaggio splendido che si era mantenuto intatto fino per secoli: anche perché oggi proprio l’integrità paesaggistica è alla base dello sviluppo turistico “di qualità” (ambientale, culturale, enogastronomico ed escursionistico) in un’area, come sappiamo tutti, dalle potenzialità immense in tal senso. Farsi la villetta panoramica, invece, non contribuisce certo allo sviluppo comune: se da un lato arricchisce un pugno di persone, dall’altro porta ad un immediato impoverimento delle risorse locali, e, nel caso della Tolfa, il paesaggio è indubbiamente una di queste. Crediamo che sia pertanto giunta l’ora di far valere la giustizia e gli interessi collettivi: non è più possibile continuare così.

   E non basta! La speculazione edilizia sta tornando prepotentemente ad interessarsi a Tolfa, altro “borgo gioiello” della zona, già in parte deturpato nei decenni del dopoguerra da un indiscriminato “sviluppo” (che parola grossa!) edilizio. E come sempre, nel Lazio e non solo, mentre il borgo è via via più spopolato, si vorrebbero realizzare nuove costruzioni tutt’attorno. Allo stesso tempo, i restauri delle antiche abitazioni avvengono spesso in maniera quantomeno ridicola, senza alcuna supervisione da parte delle istituzioni, snaturando e sminuendo la loro valenza architettonica.

   Inoltre (sì perché non è ancora finita!), è ancora in ballo il progetto folle, ridicolo e demenziale del “parco eolico” presso Allumiere (località Freddara), che andrebbe a devastare una zona incontaminata e non edificata, peraltro con ripercussioni paesaggistiche ed ambientali su tutte le aree limitrofe. Progetto, tuttavia, fortunatamente destinato alla bocciatura, anche perché contrastato con decisione dalla gente del posto, fieramente attaccata alla propria terra e conscia delle possibilità della zona di sviluppare, se adeguatamente tutelata, valorizzata e promossa, un serio movimento turistico. E a proposito, ricordiamo ai sostenitori del progetto che non esiste solo l’inquinamento dell’aria (inquinamento che, dicono i fautori dell’eolico sarebbe «statisticamente» contrastato con progetti simili), ma anche l’inquinamento della terra (e conseguentemente dell’acqua), l’inquinamento acustico, l’inquinamento culturale dato dalla cancellazione del paesaggio storico, e non ultima la depauperazione della fauna, tutte cose notoriamente prodotte da una centrale eolica laddove realizzata in un’area naturale. Certo, se le pale eoliche fossero installate su aree già cementificate ed urbanizzate, come ad esempio accanto agli “eco-mostri” delle centrali o del porto di Civitavecchia (e cioè in uno dei luoghi più orrendi ed inquinanti del Lazio), forse non sarebbe un gran danno, anzi in tal caso il progetto avrebbe un contenuto razionale poiché andrebbe a proporre un’energia alternativa al carbone proprio di fronte ad un simbolo dell’insostenibilità. Viceversa, se installate nel cuore della Tolfa, farebbero veramente sorgere dubbi sulla serietà dei promotori del progetto. Anche perché, depregiando il territorio con mostri visibili da ogni dove, nuove sterrate e nuovi elettrodotti, farebbero un favore agli avidi speculatori, che di lì a poco godrebbero senz’altro di concessioni edilizie, venuto ormai meno il valore paesaggistico ed ambientale dell’area.

   Fatto, quest’ultimo, che ultimamente si sta già avverando. Infatti, accanto alla minaccia eolica, in tutto il comprensorio le ruspe stanno creando nuove sterrate nelle campagne e sulle colline, che finiranno col limitare sensibilmente le sue possibilità escursionistiche e, quel che più conta, produrranno senz’altro l’allontanamento di numerose specie animali.

   Sulla base di quanto detto sinora, oggi ci pare pertanto urgente, innanzi tutto, istituire finalmente il Parco Naturale dei Monti della Tolfa, così da bloccare immediatamente ogni speculazione ai danni del comprensorio, avviando altresì il suo restauro ambientale (si pensi alla questione degli elettrodotti, che rovinano zone intatte e che potrebbero essere delocalizzati) e di conseguenza progettando un futuro di sviluppo sostenibile per le popolazioni locali, legato sia alle attività tradizionali, prime fra tutte quelle zootecniche, sia al turismo di qualità. Del resto, come è noto, l’area cerite-tolfetana, grazie alle sue straordinarie valenze naturalistiche, paesaggistiche e archeologiche, possiede immense potenzialità turistiche, ancora sottovalutate, e non può dunque permettersi di continuare a soggiacere senza alcuna tutela alla pressione edilizia dell’area metropolitana di Roma da un lato e di Civitavecchia dall’altro, col rischio di compromettere le proprie ricchezze ambientali nel giro di soli vent’anni. Senza dire, poi, che i sempre incombenti progetti viari in funzione di Civitavecchia non apporterebbero nulla in termini turistici alla Tuscia (e men che meno all’Alto Lazio maremmano), in quanto contribuirebbero alla rovina – già in atto - del suo pregevole territorio, favorendo, come sappiamo tutti, soltanto gli interessi di coloro che lavorano nell’ambito dei collegamenti navali con la Sardegna.

   Proteggere oggi il comprensorio della Tolfa è insomma un dovere morale ineluttabile nei confronti delle generazioni future, oltre che un modo concreto per assicurare un futuro positivo a queste terre e a chi ci vive.

Postato da: lucabellincioni a 22:12 | link | commenti
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