Questo blog è dedicato allo studio delle tematiche relative all'ambiente e al paesaggio, e più in generale al mondo della natura, dell'arte e della cultura. Per noi vale la massima: un paesaggio integro ed armonioso oggi è sempre il riflesso di un ambiente sano e di una società più civile.

Nome: Luca Bellincioni
Storico, insegnante, guidarista, escursionista e fotoamatore, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano.
Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Nei suoi scatti è presente una forte vena romantica, giacché egli tende idealmente a riprendere l'estetica dei vedutisti del Sette-Ottocento. Un gusto, questo, che si esprime innanzitutto nella ricerca dell'integrità dei soggetti e dei paesaggi proposti, nella ricerca dell'armonia tra uomo e ambiente, e da un punto di vista tecnico, nell'importanza data al cielo e nella cura delle inquadrature.
Chi fosse interessato al mio lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattarmi all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it.
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Vi sono spesso feroci obiezioni nei confronti di chi difende ad oltranza e con decisione le ragioni del paesaggio storico, inteso come complesso di ambienti naturali e rurali in cui sono inseriti elementi architettonici di valore riconosciuto come artistico o culturale. Viene loro obiettato come tale salvaguardia costituisca un atteggiamento “anti-storico”, un atteggiamento cioè che vorrebbe porre idealmente fine a qualsiasi trasformazione del territorio e degli spazi urbani, quasi a volerli “imbalsamare” in un aspetto reverenziale verso il passato. Personalmente trovo queste obiezioni soltanto apparentemente sottili, risultando, se sottoposte ad uno sguardo razionale e raffinato, quanto meno banali e mistificatorie. Da un lato i difensori del paesaggio storico affermano che l’architettura contemporanea sia qualitativamente inferiore a quella di tutte le epoche passate (almeno fino alla metà del Novecento, vale a dire fino allo sviluppo della società post-industriale e iperconsumistica) poiché non saprebbe rapportarsi con armonia con l’ambiente naturale ed agricolo: essi sottolineano dunque come nel passato le costruzioni, al di là dello stile, fossero sempre armonizzate con l’ambiente naturale e concorressero inevitabilmente, perciò, alla creazione di un paesaggio sì diverso ogni volta ma pur sempre “armonico”. Dall’altro lato, i sostenitori dello “sviluppo”, della “modernità” e della “tecnologia” affermano viceversa che l’attuale trasformazione delle tecniche edilizie ed architettoniche non sia altro che l’ennesima trasformazione del paesaggio e del rapporto tra uomo e territorio, come ce sono sempre state nel corso dei secoli; in quest’ottica, le costruzioni contemporanee non sarebbero altro che il risultato di una nuova, storica e plausibile interpretazione del rapporto col territorio da parte dell’uomo.
In realtà, vi sono due elementi apodittici ed ineluttabili che concorrono a dare ragione ai sostenitori del paesaggio storico. Il primo elemento è di tipo puramente quantitativo: mai nella storia dell’umanità si era giunti da un livello di incremento demografico simile a quello attuale e di conseguenza ad uno sfruttamento tanto indiscriminato del territorio come oggi, con tutte le drammatiche conseguenze a livello di inquinamento globale; tale realtà porta a riconsiderare il livello d’impatto da parte delle attività umane che possiamo ritenere lecito nei confronti dell’ambiente; e allo stesso porta, per logica, a condannare qualsiasi ipotesi di ulteriore erosione del territorio come quella provocata dai nuovi, prepotenti fenomeni di urbanizzazione. In secondo luogo c’è un elemento di tipo qualitativo: il rifiuto dell’edilizia contemporanea da parte dei difensori del paesaggio storico non si limita quasi mai soltanto ad una pura questione di forme architettoniche, ciò che potrebbe essere opinabile, bensì esplicita un seconda questione, assai meno soggettiva, ossia quella dei materiali. I materiali edili di oggi, a differenza di quelli di un tempo, non sono riassorbibili dall’ambiente rispetto al quale costituiscono un corpo totalmente estraneo, sia visivamente che organicamente. Il cemento armato (con tutto il corollario di materiali plastici e sintetici) non è un materiale riassorbibile dall’ambiente, mentre la pietra viva ed il legno sì. Il problema dell’edilizia contemporanea è di provocare un’erosione del territorio che lascerà segni difficilmente cancellabili dal tempo e dalle dinamiche naturali.
Certo, le tecniche edilizie oggi stanno subendo una radicale trasformazione "concettuale", che sempre più dovrà tenere conto delle tematiche della sostenibilità. Sicché inizia a farsi largo la cosiddetta "bioedilizia", attenta al consumo energetico e caratterizzata dall'uso di materiali riproducibili. Tuttavia, molte sono le perplessità: da un lato continuamo ad ammirare scheletri di cemento che invadono le periferie delle nostre città e non certo baite in legno e pietra, ciò che fa pensare che la diffusione di sistemi più sostenibili di edilizia sarà comunque troppo lenta e tardiva; dall'altro, anche la bioedilizia concorre al "consumo del territorio" e non ultimo all'inquinamento, anche perchè qualsiasi costruzione, in quanto tale, non solo altera l'ambiente ma produce rifiuti di ogni tipo. Insomma, in un contesto di urbanizzazione costante, la “bioedilizia” potrebbe essere un’alternativa valida, ma – come già detto - allo stato attuale il consumo del territorio è giunto ad un livello troppo alto per poter andare avanti, in quanto la risorsa-territorio non è cero infinita, contrariamente a quello i fautori dell’urbanizzazione all’infinito vorrebbero far pensare.
Il futuro dell’edilizia (e dell’architettura) sta nella ristrutturazione degli immobili già esistenti e nella riqualificazione-riedificazione di spazi precedentemente edificati e quindi da demolire se divenuti "insensati" (sia a livello storico-architettonico sia a livello di risparmio energetico): il palazzone anni '60-'70, ad esempio, che produce degrado urbano e culturale, andrebbe quindi sostituito con una costruzione magari della stessa cubatura, ma senz'altro più armonica con le linee architettoniche dell'eventuale centro storico di pregio esistente e non ultimo più funzionale al risparmio energetico.
Viceversa, non è più razionalmente possibile pensare di sfruttare altro territorio, a meno di non voler devastare l’intero territorio italiano e con esso gli elementi fondamentali per la nostra vita, quali aria, acqua e terra. Chi oggi pensa positivamente al mostruoso modello della “città infinita” dimostra o di avere serie mancanze a livello intellettivo, ossia di essere un emerito imbecille, oppure di essere corrotto e in cattiva fede (sebbene spesso i due elementi coesistano nella stessa persona). Serve con urgenza, ad esempio, una legge che finalmente distacchi il diritto di proprietà dal diritto di edificazione e che sancisca lo status del suolo nazionale quale patrimonio pubblico inalienabile. Solo con una nuova legge sulla "tutela del suolo" potrà essere data reale forza sociale e politica alle ragioni della tutela dell’ambiente e della salvaguardia del paesaggio storico, limitando l’impatto ambientale che l’edilizia e l’architettura contemporanee tendono a provocare, con giustificazioni che spesso tendono ad essere mistificatorie, arroganti e anche un po’ demenziali.