Questo blog è dedicato alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Per noi vale la massima: un paesaggio integro ed armonioso oggi è sempre il riflesso di un ambiente sano e di una società più civile.

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Utente: lucabellincioni
Nome: Luca Bellincioni
Storico, guidarista, escursionista e fotoreporter, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano. Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Sulla base della sua esperienza nel campo, egli attualmente si propone alle amministrazioni locali quale "consulente per la valorizzazione turistica del paesaggio". Recentemente ha anche acquisito un diploma come "consulente per il risparmio energetico e per le energie rinnovabili", arricchendo decisamente il suo percorso formativo. Chi fosse interessato al suo lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattare l'Autore all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it. Chi voglia invece pubblicare articoli e saggi attinenti agli argomenti trattati, può inviarli specificando nell'e-mail e alla fine del testo che il contributo al blog è del tutto gratuito e volontario e che sono responsabili dei contenuti dei propri scritti. I contributi anonimi o quelli risultati a insindacabile giudizio dell'Autore non attinenti od offensivi saranno comunque cestinati.

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giovedì, 02 luglio 2009
Deficit di tutela e deficit di sviluppo nella Tuscia

Gli inquietanti e demenziali progetti di "eolico selvaggio" che interessano attualmente la Tuscia dovrebbero far riflettere su una questione di fondamentale importanza circa lo sviluppo delle aree rurali in genere e del Viterbese in particolare. La mancanza di una tutela vasta e pianificata  porta ciclicamente su questo territorio pregiatissimo - e su altri territori dalle caratteristiche simili e allo stesso modo non adeguatamente tutelati - proposte di progetti impattanti e devastanti. Dall'eolico alle grandi centrali biomasse, dalla riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia alle nuove autostrade e superstrade, dalla ricerca della grande discarica post-Malagrotta nella magnifica campagna fra Tarquinia e Allumiere all'aeroporto di Viterbo, dalla riconversione al nucleare di Montalto alla paventata costruzione di una nuova (la terza nel Lazio!) centrale nucleare nei pressi di Orte, dalle nuove aree industriali sparse qua e là alle lottizzazioni (a ville e villette) che molti Comuni sono pronti a consentire. Ora, appare chiaro anche ad un imbecille che se davvero tutti questi progetti venissero davvero realizzati la Tuscia - l'antica terra degli Etruschi - praticamente scomparirebbe dalla faccia della Terra e si potrebbe tranquillamente parlare di disastro ambientale. Appare dunque ancor più chiaro che probabilmente sarà impossibile realizzarli tutti, ma comunque ognuno fra questi progetti rimane di per sé ancora in ballo, o in alcuni casi (ad esempio l'eolico, il carbone e l'inutile e folle superstrada Civitavecchia-Viterbo) risulta addirittura in fase avanzata.

Ad ogni modo, il complesso di questi progetti - che disegnano un quadro quasi apocalittico per il futuro della Tuscia - pesa come una spada di Damocle sul territorio del Viterbese e dei suoi diretti dintorni e occorre aggiungere che questa realtà angosciosa non è cosa degli ultimi tempi ma ha ormai una vera e propria tradizione alle spalle. Infatti sono decenni che la Tuscia è interessata da scellerati progetti impattanti, segno di una servitù ad interessi superiori che è stata attenuata soltanto da una felice circostanza: vale a dire la vitalità che nella Provincia ancora conserva l'agricoltura, la quale qui più che altrove si è dimostrata un vero e proprio baluardo dell'ambiente. Tuttavia, la ciclica riproposizione di progetti devastanti ha fatto sì che nel territorio della Tuscia si vivesse e si continui a vivere in una situazione di eterna precarietà. Questa precarietà, dal canto suo, limita da sempre lo sviluppo economico del territorio provinciale, e soprattutto il comparto turistico. Infatti l'insicurezza diffusa sul destino di queste terre non ha mai permesso l'avvio di investimenti massicci sul territorio ad esempio nel turismo di qualità (enogastronomico, agrituristico, culturale, ambientale, ecc.), che invece già fa da molti anni la fortuna di zone limitrofe della Toscana e dell'Umbria.

Eppure la Tuscia vanta un patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale fra i più straordinari d'Europa, con la presenza di ambiti paesaggistici diversissimi (pianure, colline, foreste, laghi, canyon, calanchi, spiagge e cordoni di dune, fiumi) e spesso assolutamente integri ove si inseriscono mirabilmente i segni di un'intensa antropizzazione antica. Molti imprenditori (anche provenienti dall'estero) sarebbero disposti ad investire grosse somme nella Tuscia ed alcuni lo hanno già fatto, nonostante i succitati problemi. Ma la stragrande  maggioranza degli addetti al settore turistico stentano a fare investimenti a lungo termine nella Tuscia, poiché le amministrazioni locali - e quelle della Provincia e della Regione -, non danno alcuna garanzia sulla salvaguardia delle risorse sulle quali dovrebbe proprio basarsi l'avvio di un'attività connessa con il turismo e le peculiarità dei luoghi. Per parlare chiaro: chi investirebbe oggi, con tutti questi assurdi e devastanti progetti in ballo, centinaia di migliaia (o milioni) di euro per avviare una moderna azienda agrituristica che possa offrire lo standard che oggi viene offerto nelle aree più sviluppate d'Italia in fatto di turismo di qualità? Chi investirebbe tutto il lavoro di una vita o - più prosaicamente - ingenti risorse per realizzare un business in un territorio che potrebbe essere, un giorno o l'altro, deturpato e depregiato? Chi, più semplicemente, si sobbarcherebbe oggi mutui e spese enormi ad esempio per ristrutturare una casa colonica e avviarci un'attività, col rischio di vedersi spuntare di fronte alla propria azienda una centrale eolica o una superstrada? O ancora, chi investirebbe nella riconversione al biologico della propria azienda agricola per vedersela poi danneggiata dal cemento delle infrastrutture o dai fumi tossici del carbone o dalle scorie nucleari? Ma - a ben vedere - tutte queste attività connesse con l'agricoltura ed il turismo sono proprio quelle - le uniche - connesse ad un sano e sostenibile sviluppo del territorio, che favorisca la sua tutela, la sua salvaguardia, la sua promozione in ambito nazionale ed internazionale. E molti esempi virtuosi in Italia lo confermano.

Dobbiamo insomma concludere che la Tuscia è sinora stata governata come una regione da Terzo Mondo. Un'area di pregio eccezionale sfruttata sino all'osso dalla speculazione energetica, qui così potente, e più recentemente anche da quella edilizia. Mentre il suo patrimonio turistico rimane tuttora scandalosamente e penosamente sottovalutato e sotto-sfruttato, per colpa di amministratori locali incompetenti, rozzi, arroganti ed autoreferenziali. Ora l'eolico costituisce soltanto l'ennesimo assalto a questo meraviglioso patrimonio, che oltre ad essere turistico, è innanzi tutto ambientale, culturale ed umano. Auspichiamo che la Provincia di Viterbo si svegli prima che sia troppo tardi, riconosca le pecche di una gestione fin qui fallimentare delle risorse del territorio, si rimbocchi le maniche ed inizi davvero a "modernizzare" la Tuscia, che oggi significa far fruttare le sue peculiarità e non cancellarle.

Vanno per prima cosa istituite nuove aree protette che non siano i soliti fazzoletti di terra, bensì parchi vasti che diano garanzie a chi ci vive e che attirino investimenti di qualità, permettendo il rilancio all'unisono del settore agricolo e di quello turistico. Rammentiamo a tal proposito i nostri progetti per un Parco Nazionale dell'Etruria (a tutela della Tolfa e dell'area maremmana) e per un Parco Regionale della Teverina Viterbese, nonché il progetto avanzato tempo fa dalla Provincia stessa della candidatura a Patrimonio Unesco del Lago di Bolsena e della Valle dei Calanchi.: un'iniziativa, quest'ultima, di grande valore strategico ma che appare oggi abbandonata ed anzi a serio rischio a causa dei vari progetti di centrali eoliche nell'area volsina, in particolare di quello di Piansano in via di realizzazione nel silenzio (o nell'assenso?) delle autorità provinciali e regionali.

Non c'è più tempo da perdere ed occorre - ripeto - ricominciare a parlare di aree protette. Lo stesso allargamento del Parco della Valle del Treja si mostra urgentissimo al fine di bloccare i progetti d'eolico selvaggio di quasi tutti i Comuni del comprensorio, mentre l'ampliamento della Riserva del Lago di Vico (anche verso le aree agricole limitrofe non ancora comprese) costituisce un'altra priorità stando alla feroce speculazione edilizia palesatasi nei suoi dintorni negli ultimi anni.

Sapranno la Provincia, la Regione e qualche Comune lungimirante rendersi conto della situazione, e fare qualcosa per dare un indirizzo nuovo al futuro della Tuscia? Prima che sia troppo tardi?

Postato da: lucabellincioni a 13:09 | link | commenti
lazio, sviluppo, eolico, tuscia, impatto ambientale

martedì, 23 giugno 2009
Lettera Aperta a Paolo d'Arpini del Circolo Vegetariano di Calcata - Come gettare "al vento" il territorio

Contro l'eolico in ambiti rurali e naturali: dovunque, senza se e senza ma!

Ciao caro Paolo se dovessimo cercare un Comune che non abbia ancora fatto uno studio di fattibilità o una conferenza su un progetto di una centrale eolica, stenteremmo a trovarlo... Persino il Comune di Tuscania l'anno scorso in pompa magna annunciò l'avvio di un progetto per la creazione di un Parco eolico nel suo territorio. E stiamo parlando di Tuscania, circondata da vincoli e vincoli di ogni tipo. Certo è che se un'amministrazione volesse davvero fare una centrale eolica lo farebbe in barba ai vincoli corrompendo qui e là i vari uffici tecnici. Lo hanno fatto e continuano a farlo in Sicilia, Campania e Puglia, dove sono stati devastati paesaggi magnifici nell'indifferenza comune. Fortunatamente - in questo caso - nel Lazio ci abitano molte persone, e molte di esse si dedicano all'ambientalismo, quello vero però, quello di chi si sporca le gambe e le mani nei sentieri, assaporando la bellezza della natura e non l'ambientalismo falso di chi parla d'ambiente da dietro un pc o davanti alla televisione, senza essere nemmeno mai stato su un sentiero [...]. Ebbene l'eolico - nei modi in cui si sta sviluppando - è uno schiaffo alla ragione: ti prego davvero di leggere i miei articoli sul mio blog in merito (ho dedicato gli ultimi due anni della mia vita a questo problema) e capirai i tanti motivi per dire no a "questo" eolico. Da "consulente per il risparmio energetico e le energie rinnovabili" riconosciuto dalla Regione Lazio quale sono, mi permetto di dire la mia su questa spinosa questione. Gli assunti da cui parto per dire no all'"eolico selvaggio" sono vari, ma cerco di riassumerteli al volo: 1- Non si può aiutare l'ambiente devastandolo; 2- Attualmente solo l'agricoltura e il turismo possono permettere uno sviluppo locale sostenibile ed entrambi sono danneggiati dall'eolico; 3- Oggi il problema più grave del mondo - e quello che sta alla base del maggiore consumo energetico e quindi dei cambiamenti climatici - non è altro che il consumo di territorio: e l'eolico produce proprio consumo del territorio.

Eppure l'eolico è in sé un'energia molto utile se usata con la logica. Innanzitutto esistono altre forme di tecnologia eolica meno impattanti (minieolico e microeolico) di cui non si parla mai perché le grandi aziende che producono le grandi pale debbono venderle. In secondo luogo l'eolico non dovrebbe mai essere promosso in aree "sperdute" come spesso i sindaci propongono, perché proprio quelle "aree sperdute" sono le porzioni di territorio di maggiore pregio!!! Le torri eoliche dovrebbero invece essere installate - come già si inizia a pensare da più parti - in siti già altamente alterati dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ad esempio a ridosso degli insediamenti produttivi, i quali fra l'altro sono proprio i maggiori "energivori", e restando il fatto che l'energia deve essere prodotta il più vicino possibile a dove viene consumata. Tempo fa proposi in svariati articoli la realizzazione di una "mappa nazionale dei siti industriali ventosi". Tale soluzione permetterebbe lo sviluppo sostenibile dell'energia eolica, limitando al minimo l'impatto paesaggistico, contando però anche che pure nelle aree industriali dovrebbero comunque essere evitate le torri alte 100 metri! Le quali oggi vengono proposte qui e là perché - ripeto - le fabbriche le hanno già costruite e non sanno più a chi venderle e cercano qualche amministrazione traffichina e qualche popolazione rincoglionita per appioppargli questi impianti che quasi più nessuno vuole... E non a caso nelle aree italiane in cui il paesaggio "si vende" e dove si vive di turismo, tipo l'arco alpino, tutte le regioni hanno varato una moratoria sull'eolico... Chissà perché... Tuttavia, rispetto all'eolico, di queste soluzioni alternative non si parla mai e non ce la faccio più a ripetere le stesse cose perché si tratta di cose eclatanti ed evidenti, e se la gente non ci arriva perché è idiota non ci posso fare niente. Non se ne parla perché da un lato gli industriali italiani non vogliono le pale affianco ai loro "bei" capannoni, dall'altro perché i terreni agricoli costano molto meno... e poi l'opinione pubblica è bombardata da pubblicità deficienti che ti propongono delle belle campagne punteggiate di torri eoliche, quasi fossero un elemento naturale: un'immagine posta lì ad arte per iniziare a farci fare confidenza con queste assurde mostruosità, simbolo del Dio-Tecnologia cui tutto si deve - pare - sottomettere. Per cui, anche culturalmente, il valore di un paesaggio integro sta decadendo del tutto e si rischia che le popolazioni locali diventino sempre più favorevoli alla devastazione del proprio stesso territorio (che magari non conoscono più e di cui non gli frega più niente).

E tornando all'Agro Falisco, chi conosce la morfologia della zona (anzi mi chiedo: ma chi la conosce davvero?) e le caratteristiche di questo paesaggio converrà sul fatto che ovunque le pale venissero installate provocherebbero un impatto devastante in quanto sarebbero visibili da decine e decine di chilometri (le pale alte cento metri sono visibili spesso anche da 100 km in territori pianeggianti). Infatti l'Agro Falisco è formato da un susseguirsi di altopiani dolcemente ondulati interrotti da profondi valloni (le "forre"): ebbene le pale verrebbero installate su uno di questi altopiani, ma appare chiaro a tutti come non ci siano barriere naturali a "chiudere" alla vista uno qualsiasi di essi, per cui la centrale eolica sarebbe visibile da ogni punto dell'Agro Falisco; pensiamo ai danni che provocherebbe la centrale al paesaggio stupendo (e vincolato) che si gode sulla Via Flaminia da Rignano a Civita Castellana, ove lo sguardo oggi può spaziare in ogni lato a perdita d'occhio sulle magnifiche e dolcissime ondulazioni falische; oppure al danno al paesaggio eccezionale che è spesso visibile nelle aree archeologiche dell'Agro Falisco, ove fra castelli in rovina e costruzioni pre-romane i ruderi appaiono in splendida armonia con il paesaggio agricolo e naturale, fatto di quei vasti orizzonti che proprio l'eolico finisce col distruggere. Pensiamo poi a quelle giornate bellissime d'inverno con la nebbiolina che copre tutto l'agro da cui spunta solo qualche vecchia quercia e la mole solenne del Soratte... Pensiamo agli stessi panorami dal Soratte verso l'Agro Falisco, con e le sue immense distese di grano e di pascoli... Tutto ciò che oggi contraddistingue l'Agro Falisco, e che lo rende riconoscibile sia a chi ci abita sia ai turisti, scomparirebbe completamente, accecato dalla visione di mostri roteanti alti 100 metri, con buona pace del turismo culturale che si stava sviluppando e che praticamente crollerebbe, e con buona pace quindi di tutte le aziende agrituristiche e b&b che avevano investito centinaia di migliaia di euro in questo territorio e che non avrebbero più da "vendere" il vecchio paesaggio romantico del Soratte ma una misera accozzaglia di pale eoliche. E in una zona così vicina a Roma, se decadesse definitivamente il turismo - e l'agricoltura stessa, che oggi ha bisogno di un'immagine vincente del proprio territorio per imporsi sui mercati... - lo sapete quale sarebbe il suo destino? Il cemento. Sarebbe la morte dell'Agro Falisco, che dalla prospettiva di un Parco Regionale (o Nazionale) che proteggesse uno dei paesaggi più romantici del mondo, decantato da artisti, letterati e viaggiatori, diventerebbe un triste deserto di pale eoliche, elettrodotti (quelli nuovi che - accanto a quelli già esistenti - verrebbero costruiti assieme ad una centrale eolica), villette e capannoni. Perché questo sarebbe il suo destino, non prendiamoci in giro. E chi dice il contrario se ne prenda le responsabilità verso le generazioni future cui - mi sembra - in troppi vogliano togliere il diritto sacrosanto di godere di un territorio integro, come abbiamo potuto fare noi.

Sicché mi pare necessario concludere che ci è a favore dell'eolico in ambiti rurali o naturali, e nella fattispecie nell'Agro Falisco, non vuole bene al territorio ma concorre alla sua distruzione. Si smascherino gli interessi occulti che sono dietro a queste operazioni e si avvii un nuovo modello di sviluppo per le aree a vocazione agricola a turistica, come la Valle del Treja. Un modello però basato sulla Ragione, non sull'ignoranza o sulla speculazione.

Spero che questa mia mail ti sia d'ausilio per approfondire la questione. Non dobbiamo fare concessioni a chi parla di eolico in ambiti pregiati tipo l'Agro Falisco: chi vuole devastare il territorio è un nemico da combattere con tutti i mezzi a disposizione.

Postato da: lucabellincioni a 17:18 | link | commenti (6)
lazio, eolico, energie rinnovabili, etruria, tutela ambientale, tuscia, impatto ambientale, tutela del territorio, degrado paesaggistico e ambienta, agro falisco

giovedì, 18 giugno 2009
Idee per un Parco Agricolo e Culturale della Sabina

Introduzione: finalità e caratteristiche generali

 

   La Sabina ha conservato un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso dei boschi che avvolgono i monti dalle sagome arrotondate, i piccoli vigneti, i colori cangianti dei pascoli e dei campi coltivati, i vasti e magnifici uliveti che rivestono i poggi, gli innumerevoli borghi arroccati formano insieme un importante esempio di "paesaggio medievale", di notevole valore estetico e tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma. Straordinaria inoltre la produzione agricola locale, che dà vista ad un olio extravergine d’oliva fra i più pregiati al mondo, conosciuto sin dall’epoca romana ed insignito – primo fra tutti gli oli italiani – del marchio DOP (denominazione d’origine protetta). Tale produzione (che comprende differenti qualità come la Raja, la Carboncella, il Frantoio, il Leccino, il Pendolino) è favorita da particolari condizioni geologiche e climatiche, le stesse che permettono altre notevoli coltivazioni locali, come ad esempio i frutteti, che potrebbero nel tempo ottenere simili riconoscimenti.

 

   L’immenso patrimonio agricolo, paesaggistico e culturale della Sabina, tuttavia, non gode attualmente né di un’adeguata tutela né – tanto meno – di un’adeguata politica di valorizzazione e promozione sul mercato agroalimentare e turistico nazionale ed internazionale. Le amministrazioni locali hanno finora agito al di fuori di un progetto condiviso e complessivo, proponendo ognuna soluzioni di sviluppo diverse ed episodiche, nel complesso ancora lontane dagli standard qualitativi offerti dalle aree più sviluppate in Italia in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico.

Tali lacune hanno indotto l’Autore a concepire l’idea di un Parco Agricolo e Culturale della Sabina, finalizzato alla salvaguardia e allo sviluppo della società rurale sabina. Il Parco doterebbe i Comuni di una pianificazione dello sviluppo economico e urbanistico, evitando così ogni ulteriore consumo di terreni agricoli e ponendo le basi per un utilizzo più equilibrato e razionale del territorio.

 

   Va ribadito infatti come la mancanza di tutela nella Sabina sia oggi un grave freno ad uno sviluppo turistico di un certo rilievo, e recenti progetti ad altissimo impatto ambientale, come il Polo Logistico di Passo Corese, rischiano di stravolgere la vocazione naturale di questo territorio, che è evidentemente agricola e turistica.

    Una seria politica di tutela attira investimenti di qualità nel territorio ed è presupposto essenziale per la sua valorizzazione e quindi per la sua promozione. Sul trinomio tutela-valorizzazione-promozione, infatti, si gioca il futuro della Sabina, ed un progetto come il Parco Agricolo e Culturale della Sabina può esserne la sintesi più efficace.

   Un parco vastissimo, che comprenderebbe tutte le aree rurali della Sabina Laziale (Sabina Tiberina, Farfense, Lucretile, Turanense e Reatina) e di quella Umbra (i territori cioè di Stroncone, Otricoli, Calvi e in parte di Narni), per dar vita a un grandioso progetto di valorizzazione e promozione dell’intera sub-regione sabina e delle sue straordinarie peculiarità paesaggistiche e per sviluppare un turismo culturale, ambientale ed enogastronomico ai livelli delle più rinomate zone turistiche dell’Umbria, della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte e di altre realtà. L’enorme diffusione di agriturismi negli ultimi tempi rappresenta fra l’altro un segnale di fondamentale importanza per la Sabina, che pian piano sta iniziando a proporsi come una nuova meta del turismo enogastronomico e culturale, grazie anche all’eccezionale posizione strategica e alla comodità dei collegamenti viari. Un “paradiso rurale” a due passi dalla Città Eterna, quindi, dove il paesaggio è sempre verde, dove i tramonti sono irripetibili e la primavera incomparabile, dove l’atmosfera paesana è rimasta quella di sessant’anni fa.

   Un parco tuttavia differente dalle tradizionali aree protette nazionali e regionali con i loro stretti (e spesso discutibili) vincoli che rischiano di rendere impopolari le scelte volte alla salvaguardia del territorio e che comunque risultano inadatti ad un’area prettamente rurale come quella del Parco da noi proposto. Il Parco Agricolo e Culturale non prevede infatti alcuna limitazione delle attività tradizionali, fra cui la caccia e la pesca, che potranno continuare a svolgersi nei limiti già previsti dalla Legge. Anzi, come suggerisce l’aggettivo “agricolo”, una delle finalità principali del Parco sarà proprio quella di difendere le attività tradizionali, agro-silvo-pastorali e venatorie, che d’altro canto dalla migliore salvaguardia del territorio nei confronti della speculazione e dell’abusivismo edilizi non potranno che trarre giovamento.

 

   Concludendo, confidiamo nell’interessamento al progetto del Parco da parte di tutte le associazioni ambientaliste e culturali della zona nonché delle amministrazioni locali, nella consapevolezza della necessità di iniziare a proporre qualcosa di innovativo e costruttivo sul territorio sabino. Di seguito forniamo pertanto un’analisi della variegata realtà sabina rispetto alle sue potenzialità turistiche e agli interventi auspicabili nel contesto del Parco Agricolo e Culturale.

 

 

1. Zonizzazione del territorio del Parco

 

Il Parco Agricolo e Culturale della Sabina dovrà comprendere le aree agricole di pregio paesaggistico e ambientale dell'intera sub-regione sabina. Un "parco diffuso" quindi, di carattere diverso da quello dei normali parchi naturali, e più legato alla tutela, valorizzazione e promozione delle specificità culturali del territorio più che di quelle strettamente naturalistiche; senza nulla togliere ovviamente alla possibilità di realizzazione un Parco Regionale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto. Le aree interessate dal Parco sono le seguenti:

 

1-La Sabina Tiberina (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Catino, Gavignano, Magliano Sabina, Collevecchio, Roccantica, Casperia, Otricoli, Calvi dell'Umbria, ecc.)

2-La Sabina Farfense (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Nativo, Fara Sabina, Montepoli in Sabina, Toffia, Mompeo, Salisano, Castelnuovo di Farfa, ecc.)

3-La Sabina Reatina (Comuni: Contigliano, Greccio, ecc.)

4-La Sabina Turanense (Comuni: Collalto Sabino, Castel di Tora, Colle di Tora, Paganico, Ascrea, Rocca Sinibalda, ecc.)

5-La Sabina Lucretile e Romana (Comuni: Nerola, Scandriglia, Palombara Sabina, Orvinio, Moricone, Percile, Licenza, ecc.)

6-La Sabina interna (Comuni: Belmonte Sabino, Monteleone Sabino, Montenero Sabino, Torricella in Sabina, Poggio San Lorenzo, Casaprota, ecc.)

 

Le sei aree individuate corrispondono ad altrettanti ambiti omogei dal punto di vista geografico, paesaggistico e culturale. Spicca la presenza di tre Comuni amministrativamente umbri, quali cioè Calvi, Stroncone ed Otricoli, che dà al Parco una dimensione interregionale e ha lo scopo di riunire sotto un progetto unitario anche il pregiato territorio della "Sabina Umbra", divisa oggi dal resto della Sabina soltanto da un confine immaginario ma ad essa in realtà strettamente legata per motivi geografici (i Monti Sabini e la Valle del Tevere) e turistici (con gli itinerari legati alla Via Flaminia e alla SP 313). Ai tre Comuni citati potrebbe inoltre essere aggiunta parte del territorio comunale di Narni, che - com'è noto - comprende alcune frazioni storicamente "sabine".

 

 

2. Analisi degli ambiti paesaggistici

 

Essendo il territorio sabino assai vasto e variegato sotto il profilo delle morfologie, delle colture agrarie, degli insediamenti e della storia urbanistica, occorre studiare le diverse situazioni locali per comprendere gli interventi specifici da avviare tramite il Parco Agricolo e Culturale. Qui di seguito, pertanto, offriamo una breve pamoramica sulle diverse realtà della Sabina, con una particolare attenzione alle condizioni del paesaggio e allo stato di sviluppo turistico.

 

2a- La Sabina Tiberina:

   La Sabina Tiberina è una delle aree più caratteristiche del paesaggio agrario sabino, e forse la più rappresentativa. Nonostante una recente tendenza all'insediamento sparso, in alcuni punti già notevole (e caratterizzato non solo da case sparse ma dalla formazione di veri e propri villaggi "di strada" e "di cresta"), qui è ancora ravvisabile il paesaggio agrario "medievale" che si distingue per l'alternarsi di colture arboree e seminative e del pascolo incolto, dando forma a quel paesaggio "a mosaico", apprezzabile soprattutto da lontano o dall'alto (il Monte Pizzuto costituisce un punto di vista preferenziale), che avvicina questa porzion della Sabina al classico paesaggio agreste del Centro Italia, in particolare a quello umbro, di cui costituisce del resto una sorta di prolungamento meridionale. A ciò si aggiungono i numerosi centri storici (per lo più di piccole dimensioni), che - fatta qualche eccezione, in primis Poggio Mirteto - appaiono quasi sempre perfettamente integrati nel paesaggio agreste, donando scorci magnifici e sorprendenti (Torri in Sabina, Rocchette, Roccantica, Casperia, Catino, Fianello, Montasola, Cottanello, Stimigliano, Poggio Sommavilla, Vacone, ecc.). Quasi assenti inoltre gli insediamenti produttivi (per lo più piccoli scali vallivi di natura artigianale, come quelli di Poggio Mirteto, Magliano Sabina, Gavignano Sabino, ecc.), secondo una peculiarità propria della Sabina, che oggi si presenza - per sua fortuna - come un'area praticamente deindustrializzata.

   La mancata industrializzazione del territorio - che è d'altro canto naturalmente una causa dell'impoverimento e dello spopolamento di queste plaghe - non è stata mai colta come una risorsa dalle amministrazioni locali, che quasi mai dal Dopoguerra ad oggi hanno avviato progetti di valorizzazione del paesaggio agrario, lasciando anzi aggredire da un'anarchia edilizia nelle forme e nelle ubicazioni delle nuove costruzioni, rurali e non. Il risultato è un'eccessiva varietà delle costruzioni nel paesaggio agreste, che spesso tende a banalizzarlo. Tuttavia tale promiscuità edilizia tende a diminuire con l'allontanarsi da Roma, in particolare da Casperia in poi, assieme allo stesso insediamento sparso, che comunque - occorre sottolinearlo - si concentra soprattutto nella fascia pedemontana lungo la 313 o nelle sue vicinanze, lasciando invece integre le innumerevoli splendide vallette che dalle quote più alte della fascia collinare si susseguono fino al solco del Tevere. Tale ubicazione lascia pensare come l'urbanistica sabina dal Dopoguerra ad oggi abbia cercato di coniugare la duplice esigenza di mantenere l'agricoltura nei terreni più fertili (quelli vallivi) e di fornire nuove abitazioni (nei pressi delle strade) agli abitanti che facevano da pendolari per Roma. Quel che è però mancato è stato un insieme di direttive su come costruire i nuovi edifici in ambito rurale, sebbene i danni apportati al paesaggio siano ancora tutto sommato rimediabili ed anzi oggi si assista ad una spontanea tendenza ad un’edilizia di maggiore qualità.

   Ad ogni modo, dopo decenni di spopolamento ed abbandono, la Sabina Tiberina negli ultimi tempi ha subito una sorta di piccola rinascita turistica: accanto ai sempre più numerosi visitatori, molte persone lungimiranti, provenienti da altre parti d'Italia e spesso anche dall'estero, hanno iniziato ad investire in quest'area della Provincia di Rieti, sia per i prezzi ancora relativamente bassi degli immobili sia per la consapevolezza del potenziale straordinario di una zona ancora genuina, fuori dal turismo di massa e a meno di un'ora da Roma; in una delle zone più belle del comprensorio, quella fra Casperia, Torri in Sabina e Roccantica, ormai si parla di addirittura "Sabinashire", riportando alla mente lo sviluppo che - ormai molti decenni addietro - ebbe il Chianti, in Toscana, divenuto una meta classica del turismo culturale a livello internazionale e soprattutto di matrice inglese.

   La Sabina Tiberina, dunque, oggi si trova in una situazione molto particolare e contrastante: da un lato un rinnovato interesse ed un enorme, evidente potenziale di sviluppo turistico, dall'altro le solite spinte al degrado urbanistico derivanti dalla vicinanza con Roma e dalla richiesta (esogena ed endogena) di prime case ben collegate o di singole ville di campagna. Un'immediata riposta di tutela come il Parco Agricolo e Culturale potrebbe invece sviluppare l'interesse turistico per la Sabina Tiberina, incanalando la vicinanza di Roma in una direzione giusta e costruttiva (trasformandola cioè da problema a risorsa) e allo stesso tempo tutelando il territorio e ponendo i presupposti per la creazione - in pochi anni - di uno dei distretti del turismo culturale ambientale ed enogastronomico più importanti del Centro Italia. Notevole, del resto, è già l'offerta in fatto di agriturismi, b&b e case-vacanza, che in questa zona raggiungono livelli di qualità molto alti rispetto al resto della Sabina, avvicinandosi spesso al livello delle medesime strutture turistiche rurali umbre e toscane.

 

2b- La Sabina Farfense:

   Imperniata sul corso del Fiume Farfa, la Sabina Farfense ospita la celebre ed antichissima Abbazia di Farfa, custode della cultura occidentale nei secoli difficili dell'Alto Medioevo. Tale presenza costituisce già di per sé un richiamo di un certo spessore e ha contribuito a sviluppare turisticamente - seppure in maniera modesta - alcuni centri abitati limitrofi (Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina, Toffia, Montopoli in Sabina, Bocchignano, ecc.), che spiccano fra l'altro per un'apprezzabile (e nel caso di Bocchignano eccezionale) integrità urbanistica. Il paesaggio agrario poi si mostra fra i più caratteristici della Sabina: simile a quello della contigua Sabina Tiberina, se ne distingue però per la maggiore presenza di frutteti, che oltre a variare notevolmente il paesaggio, lo rendono magnifico nel periodo delle fioriture (aprile). L'avvenuta realizzazione di una rete di sentieri nella Valle del Farfa, con tanto di segnaletica e cartellonistica didattica, permette al visitatore - pur parzialmente - di apprezzare la bellezza del corso del Farfa. Da sottolineare inoltre un discreto patrimonio di edilizia rurale storica (che comprende alcuni mulini in rovina), che andrebbe salvaguardato e valorizzato meglio. Un'altra presenza importante è il cosiddetto Ulivone di Canneto, albero millenario che da solo costituirebbe un'attrattiva turistica di straordinario valore, ma tuttora scarsamente valorizzata. Splendido e ancora poco valorizzato è infine il borgo di Frasso Sabino, in cui fra l'altro sono in corso dei lavori per un parcheggio che si auspica non sconvolga l'estetica delicatissima del luogo.

   Il pregio storico e paesaggistico della zona non ha mai indotto le amministrazioni locali ad un'attenta tutela del territorio. Notiamo subito infatti un acuirsi di quell'insediamento sparso che già caratterizza parzialmente la Sabina Tiberina. L'urbanizzazione praticamente aumenta in maniera proporzionale all'avvicinarsi a Roma, raggiungendo un risultato notevole lungo la SS313 da Poggio Mirteto a Passo Corese, da Frasso Sabino ad Osteria Nuova e da Fara Sabina al bivio per Borgo Quinzio sulla Salaria. In più punti, soprattutto presso Passo Corese, è da rilevare la presenza di svariati manufatti abusivi, alcuni dei quali addirittura abbandonati allo stato di scheletro. Detto ciò, si immagini il destino di quest'area nel caso venisse effettivamente realizzato il Polo Logistico di Passo Corese, sia dal punto di vista del traffico sua dal punto di vista del potenziale sviluppo urbanistico.

   La Sabina Farfense si pone dunque come l'area più indifesa e delicata dell'intera Sabina, e anche come una delle più preziose per il connubio fra ambiente agreste e testimonianze del passato (l'abbazia, i borghi, i casolari, ecc.), cui va aggiunta la produzione d'olio extravergine d'oliva dop (la zona annovera alcune fra le aziende più importanti) la presenza stessa di un fiume di grande valore naturalistico come il Farfa: quest'ultimo andrebbe tutelato come riserva naturale, da inserire nel Parco Agricolo e Culturale, potenziandone fra l'altro la sentieristica.

 

2c-  La Sabina Reatina:

   Si tratta dell'area forse più "turistica" dell'intera sabina, poiché favorita dalla collocazione all'interno del comprensorio della Valle Santa di Rieti, recentemente interessato da notevole sviluppo turistico, anche grazie al progetto del Cammino di San Francesco, che unisce ad anello i quattro importanti santuari francescani. Dominata da vari santuari e conventi, fra i quali naturalmente quello di San Francesco a Greccio, la zona è suddivisa in appena tre Comuni, Contigliano e Greccio e la stessa Rieti, in cui ricade parte del territorio montano e pianeggiante del comprensorio dei Monti Sabini rivolto alla conca. Nell'ambito di quest'ultima, però, rimane fuori dalla perimetrazione del Parco tutto il versante dei Monti Reatini, con Poggio Bustone, Cantalice, ecc., intendendo il Parco Agricolo e Culturale comprendere esclusivamente le aree della Sabina "classica", essendo fra l'altro l'area del Reatino vero e proprio più legata al comprensorio del Terminillo che al resto della Sabina.

   Il paesaggio agrario è fra i più integri e pregevoli non solo della Sabina ma dell'intero Lazio, e la Piana Reatina, dal canto suo, è considerata una delle più belle vallate montane dell'Italia appenninica. L'ambiente rurale e gli insediamenti umani appaiono infatti quasi perfettamente integrati, con la straordinaria presenza di edifici rurali d'epoca o di veri e propri monumenti di interesse storico-architettonico sparsi nella campagna (è il caso in primis della restaurata Abbazia di San Pastore). Fondamentale - ai fini della tutela del territorio - la sussistenza di vastissime tenute d'origine nobiliare e altresì di colture specializzate e di pregio (granicoltura), che fanno da cornice alla bella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, e che pure dovranno ricadere nel Parco Agricolo e Culturale. Presenti in zona numerose strutture agrituristiche di alta qualità (spesso circondate dalle suddette grandi tenute), che fanno di questo comprensorio uno dei meglio attrezzati e dei più accoglienti della Sabina in fatto di turismo culturale.

   Lo sviluppo urbanistico sia di Greccio sia di Contigliano - entrambi borghi di rara suggestione e mirabilmente ristrutturati e mantenuti - appare ancora piuttosto ordinato, nonostante alcuni episodi di abusivismo e di speculazione edilizia nei pressi di quest'ultimo paese. Purtroppo, negli ultimi tempi sono stati rilanciati folli progetti di insediamenti produttivi e impianti eolici, a riprova di come nemmeno lo sviluppo turistico - se non accompagnato ad un'adeguata tutela formale ed effettiva tramite un'area protetta - non riesca a scongiurare interventi speculativi sul territorio.

 

2d- La Sabina Turanense:

   E' una delle aree più marginali della Sabina e dell'intera Provincia di Rieti. Pur essendo un comprensorio molto vasto, che va dal confine con l'Abruzzo (Piana di Carsoli) sino alle propaggini dei Monti Sabini all'altezza di Rocca Sinibalda, l'intera area - imperniata sulla Valle del Turano e compresa fra i gruppi montuosi dei Lucretili, dei Carseolani e dei Sabini - presenta un'identità culturale tutta propria con ben definiti caratteri paesaggistici. Interessante anche il rapporto identitario e culturale con il vicino Cicolano, con il quale ha condiviso il destino della trasfomazione di buona parte dei terreni vallivi in lago artificiale e conseguentemente il fenomeno dello spopolamento in massa prima e del turismo poi. Ma notevole rimane - agli occhi dello storico e dell'antropologo - la differenza fra il Cicolano, area tradizionalmente non sabina e pre-aquilana, e la Sabina Turanense, territorio ove i segni dell'incastellamento del resto della Sabina medievale sono evidentissimi.

   Una precisa identità - quella della Sabina Turanense - che si scopre già in auto provenendo da Carsoli e da Roma: non appena varcato il confine regionale (e provinciale), i capannoni e le ville moderne lasciano d'improvviso il posto ad un paesaggio antico, ove i segni dell'uomo si manifestano nei rari casali in pietra, adornati da pini e cipressi. Si capisce che ormai si è in Sabina, insomma, e la situazione non cambia percorrendo tutta la strada che risale la vallata del suggestivo Lago del Turano e si spinge sino allo splendido borgo di Rocca Sinibalda, arroccato nel verde e dominato dalla mole dell'imponente Castello. Anche qui praticamente assenti gli insediamenti produttivi, che danno l'impressione al visitatore di un paesaggio incontaminato e rimasto immutato nei secoli.

   Una zona di straordinario pregio, quindi, ricca di centri storici stupendi e di paesaggi incantevoli, che da sola meriterebbe la tutela come parco naturale regionale (già esiste comunque la Riserva Naturale dei Monti Navegna e Cervia che tutela una porzione di territorio montano) e che invece è ancora oggi piuttosto negletta al turismo nazionale ed internazionale.

   Ma i problemi di salvaguardia non mancano nemmeno qui. Mentre l'insediamento sparso rimane ben poca cosa, la speculazione edilizia ha provocato danni ingenti soprattutto a Castel di Tora, dove una recente, piccola ma volgare lottizzazione ai piedi del bel borgo medievale ha alterato profondamente il rapporto fra la campagna e l'abitato, oppure a monte di Stipes, ove un'altra (stavolta immensa) lottizzazione ha massacrato il fianco di un'intera montagna e il paesaggio di chi guardi il lago dal Monte Cervia. Situazioni simili sono in progetto in molti altri centri del comprensorio, le cui amministrazioni non paiono avere i mezzi (né la volontà) per respingere tali aggressioni. Nell'ambito del Parco Agricolo e Culturale, una delle finalità principali sarà la salvaguardia e la valorizzazione dell'immenso patrimonio paesaggistico della Sabina Turanense, con progetti di promozione del territorio e di intensificazione della sentieristica, in una delle zone della Sabina più vocate allo sviluppo del turismo escursionistico.

 

2e- La Sabina Romana e Lucretile:

   E' questa una delle zone più vaste e problematiche della Sabina, con i suoi contrasti e le sue spiccate diversità. Sebbene sia costituita da un'area vasta ma non vastissima, al suo interno sono ravvisabili situazioni quasi opposte sotto molti aspetti. La Sabina Lucretile - quasi completamente compresa nel Parco Regionale dei Monti Lucretili - può infatti suddividersi in altre tre piccole aree: la prima è quella più vicina a Roma e facente capo grosso modo al comune di Palombara Sabina con le sue frazioni (contemplando ovviamente Sant'Angelo Romano, Marcellina e la stessa Monterotondo nella Campagna Romana più che nella Sabina vera e propria); la seconda è un'ampia zona di transizione, costituita dal territorio di Monteflavio, Moricone, Montelibretti, Montorio Romano e Nerola; una terza zona ricadente nei Comuni di Scandriglia, Poggio Moiano e Orvinio, tutti in Provincia di Rieti e - più a sud - di Licenza, Percile e Roccagiovine, in Provincia di Roma.

   Iniziamo dal paesaggio, che in generale (fatta eccezione per Orvinio come vedremo) risulta eccezionalmente caratterizzato dalla coltura dell'olivo, predominante su tutte le altre colture ma che, ciò nonostante, lascia un notevole spazio alla frutticoltura; ben più vario e complesso è il discorso sulla qualità urbanistica, che varia molto da Comune a Comune: intorno a Palombara Sabina è da rilevare il maggiore insediamento sparso, che in alcuni punti ha seriamente alterato il paesaggio agrario, a causa non solo dell'edificazione in sé ma dalla realizzazione di manufatti (spesso abusivi e condonati) assolutamente incompatibili con esso (ville moderne a fini residenziali) e talvolta addirittura nei pressi di emergenze storiche ed architettoniche importantissime (come ad esempio le brutte ville che ormai quasi circondano l'Abbazia di San Giovanni in Argentella); il degrado urbanistico continua inoltre ad interessare lo stesso abitato di Palombara, mentre la vicenda dell'antenne già installate (e da installare) sul Monte Gennaro pare fortunatamente inoltrarsi su una strada positiva grazie all'interessamento da parte del FAI. Migliora decisamente la situazione negli altri Comuni del versante romano dei Lucretili, sebbene in più di un caso occorra sottolineare episodi di abusivismo edilizio e speculazione (in particolare ai piedi di Monteflavio, Moricone e Montelibretti) risalenti all'ultimo scellerato condono; un vero scempio invece appare la collocazione di un’area di esercitazione dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco nel Comune di Montelibretti, all’interno di una zona rurale.

   Venendo poi all'area ricadente in Provincia di Rieti, qui il paesaggio risulta praticamente spaccato in due, con la prevalenza del paesaggio agrario nel territorio di Scandriglia e Poggio Moiano e di quello naturale intorno ad Orvinio; entrambi questi paesaggi nella loro specie rappresentano due degli episodi più pregevoli dell'intero Lazio, arricchiti peraltro dalla presenza di notevoli testimonianze sia di edilizia rurale sia di architettura religiosa (citiamo solo le suggestive rovine di Santa Maria del Piano, presso Orvinio); negativo invece il discorso urbanistico, che purtroppo svela una gestione riprovevole dei Comuni di Scandriglia e Poggio Moiano, praticamente sdoppiatisi con lo sviluppo edile moderno, e discutibile in quello di Orvinio pur restando la bellezza del suo centro storico, recentemente inserito nel "Club dei Borghi più Belli d'Italia". Giungiamo poi alla Valle Licinese, con Percile, Licenza e Roccagiovine, che ripropone il classico paesaggio montano e collinare dei boschi, dei prati e dei pascoli della media-montagna pre-appenninica, con episodi di frutticoltura più a valle, nel territorio di Licenza. In quest'ultimo è fra l'altro da sottolineare la presenza delle rovine della villa di Orazio, citata più volte dal grande scrittore e filosofo romano, che tanto decantò il suo amato angulus sabino.

   Il turismo in tutta la Sabina Romana e Lucretile è decisamente modesto, e si basa sull'escursionismo del fine settimana e sulle gite domenicali da parte di un'utenza per lo più proveniente dalla Capitale. Sporadico il turismo culturale, ambientale ed enogastronomico (diffuso praticamente solo a Palombara) che pare allontanare anni luce questo lembo di Sabina dai recenti "fasti" di Casperia e dintorni o dalla Valle Santa. Eppure i presupposti ci sarebbero tutti, e dovrebbero far leva da un lato sulle possibilità escursionistiche dei Lucretili, ancora non sufficientemente promosse, e dall'altro sulla rara bellezza del paesaggio agrario della vallata di Scadriglia e, parimenti, sull'integrità e la suggestione del paesaggio naturale fra Orvinio, Percile, Licenza e Roccagiovine e sulla bellezza stessa di questi ultimi (spesso piccolissimi) centri storici. D'altro canto è qui straordinaria la produzione dell'olio extravergine d'oliva (donde proviene una parte cospicua della DOP Sabina) che dovrebbe incentivare la valorizzazione del paesaggio agrario a fini turistici (tramite fattorie didattiche, agriturismi, percorsi escursionistici campestri, fiere agricole, ecc.), anche e soprattutto nell'area romana.

 

2f- La Sabina interna e la Val Canera:

   Nonostante sia praticamente tagliata in due dalla Via Salaria, si tratta dell'area più tranquilla ed appartata della Sabina. Di ciò risente positivamente anche il paesaggio quasi ovunque integro e bellissimo, e caratterizzato da un cospicuo patrimonio di edilizia rurale storica, oggi purtroppo in vario stato di abbandono. I molti centri storici, che ripetono la classica tipologia sabina dei borghi di poggio, si presentano in modo piuttosto differente l'un l'altro a seconda della particolare storia amministrativa in fatto di arredo urbano e gestione urbanistica. L'area in questione è inoltre molto frazionata e in via di spopolamento, anche a causa di un isolamento stradale più marcato rispetto ad esempio alla Valle del Farfa. il paesaggio agrario risulta dal canto suo molto vario, da quello classico sabino della campagna di Casaprota, Torricella o Monteleone Sabino, a quello già più "reatino" e "montano" di Ornaro, Monte San Giovanni, Montenero Sabino e della Val Canera. Magnifica l'urbanistica di Montenero, che tuttavia è interessato da un'annosa (e discutibile) opera - ancora incompiuta - di ristrutturazione del Castello Orsini allo scopo di farne una sede distaccata dell'Università La Sapienza di Roma, e che lascia dei seri dubbi sul rispetto della struttura originaria. Splendidi poi i piccoli borghi arroccati di Ornano, Ginestra, Torricella, Collelungo ed altri, immersi in una natura rigogliosa e circondati da amene campagne. interessante il caso toponomastico di Poggio Perugino, fra l'altro anch'esso piccolo villaggio sommitale, punto d'accesso all'incantevole omonimo altopiano.

   Buona nel complesso la gestione urbanistica della zona, facilitata del resto dallo spopolamento: va sottolineata però con forza la presenza di molti manufatti abusivi, alcuni dei quali purtroppo addirittura allo stato di scheletro come nei pressi di Monteleone e nella campagna fra Torricella e Poggio San Lorenzo, o come l'enorme scheletro di cemento a ridosso dell'abitato di Casaprota (e in quest'ultimo caso si può parlare tranquillamente di ecomostro). La solitudine dei luoghi infatti permette spesso anche una certa "liceità", e questa zona della Sabina ne è la conferma. Compito del Parco è quello di eliminare immediatamente tali sfregi, che troppo incidono negativamente sull'immagine dei Comuni interessati, bloccandone lo sviluppo turistico. Migliora il discorso nella Val Canera, dove peraltro si assiste ad un certo sviluppo - pur limitato rispetto alle sue notevoli potenzialità - di agriturismi e b&b: strutture ricettive, queste, che si sono diffuse negli ultimi anni un po' ovunque anche nel resto della Sabina interna, benché all'oggi il turismo sia qui ancora modestissimo.

   Per valorizzare quest'area della Sabina sarebbe auspicabile l'istituzione di un Parco Naturale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Pizzuto e Tancia, entrambi fra l'altro già inseriti nell'elenco dei SIC dell'Unione Europea e quindi formalmente già assai vincolati. Inoltre, la diffusa presenza di siti archeologici - fra cui spicca quello di Trebula Mutuesca, presso Monteleone Sabino - costituisce un altro elemento su cui occorrerebbe puntare di più, anche con la creazione di un itinerario escursionistico che unisca le varie località d'interesse storico-archeologico. Dal punto di vista infine strettamente paesaggistico, un'idea sarebbe quella di realizzare dei tabelloni didattici da installare sui belvedere dei centri storici che  offrano panorami particolarmente rappresentativi del paesaggio agrario sabino (ad esempio quello della stessa Monteleone Sabino) al fine di spiegarne al visitatore le caratteristiche storiche e scientifiche.

 

 

3. Interventi da attuare sul territorio del Parco

 

   Gli interventi del Parco sono gli strumenti atti a realizzare le sua finalità di tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio agricolo, culturale, ambientale, paesaggistico e turistico della Sabina. Molteplici i settori sui quali il Parco dovrà programmare il suo piano operativo, in accordo con il principio di fondo del Parco stesso, vale a dire "programmare" lo sviluppo della Sabina, sottraendolo così all'anarchia delle iniziative dei Comuni e dei singoli privati, spesso contrastanti e comunque quasi sempre incompatibili con uno sviluppo armonioso di questo pregiato territorio.

 

3a - Agricoltura e tutela e valorizzazione del paesaggio agrario:

- divieto di nuove costruzioni in tutto il territorio interessato dal Parco, tranne quelle di pubblica utilità e quelle strettamente connesse alle attività tradizionali agro-silvo-pastorali e artigianali (ad ogni modo ogni nuova costruzione dovrà rispondere a precisi parametri sia architettonici che energetici stabiliti dal piano del Parco); interventi di riqualificazione paesaggistica, con la demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti;

- interventi di ingegneria naturalistica, con il recupero delle cave dismesse e di quelle in via di chiusura, e rimboschimenti mirati, in particolare nell'area di Fara Sabina; interventi di bonifica fluviale e delle discariche abusive; divieto di avviare colture aliene dal contesto agricolo tradizionale (es. le coltivazioni in serra);

- promozione di colture ad alto valore economico e turistico, sul modello del Pian Grande di Castelluccio di Norcia (PG), da realizzarsi in uno (o più) degli altopiani del Parco che abbia le caratteristiche adatte, non solo dal punto di vista climatico ma anche da quello ambientale (cioè che sia stato fino a tempi recenti utilizzato a scopi agricoli);

- avvio di colture collegate alla produzione di biocarburanti nelle aree attualmente incolte, da incentivarsi anche tramite la creazione di piccole cooperative agricole;

- creazione di un Vivaio del Parco e fornitura gratuita di alberi ornamentali tipici della campagna sabina (quercia, pino, cipresso, ecc.) a beneficio di chi voglia piantarli nei pressi del proprio edificio rurale, al fine di attenuare l'impatto paesaggistico dell'insediamento sparso; obbligo viceversa di piantumazione di tali essenze a ridosso delle strutture produttive situate in aree rurali, allo scopo di limitarne il grave impatto estetico.

 

3b- Edilizia:

- incentivi per la ristrutturazione ed il riutilizzo del patrimonio di edilizia rurale al fine di salvaguardare e valorizzare il paesaggio agrario sabino; nella stessa ottica, gli incentivi dovrebbero riguardare anche la riqualificazione architettonica in stile di edifici moderni ed attualmente alieni dal contesto paesaggistico, fatto di fondamentale importanza soprattutto nelle aree a maggiore insediamento sparso;

- imposizione di precisi parametri architettonici per le nuove costruzioni, secondo i vari modelli (come forme, colori, materiali, ecc.) delle tradizionali strutture rurali sabine;

- incentivi e sgravi fiscali per le aziende edili che decidano di convertire la propria attività nella bioedilizia.

 

3c- Energia e gestione rifiuti:

- sviluppo di energie rinnovabili a basso impatto ambientale e paesaggistico, fra cui: l'incentivazione di coperture fotovoltaiche delle strutture produttive presenti sul territorio e di tutti gli edifici pubblici (scuole, municipi, ospedali, ec...) tranne quelli di spiccato valore storico-artistico-architettonico;

- sperimentazione negli insediamenti produttivi (sia industriali-artigianali che commerciali) di illuminazione tramite l'innovativa tecnologia del lampione eolico-fotovoltaico;

- costruzione di una piccola centrale a biomasse in un'area industriale già esistente (es. Rieti, Poggio Mirteto o Monterotondo);

- riqualificazione energetica di edifici moderni ma inefficienti dal punto di vista energetico (da attuarsi possibilmente in concomitanza alla riqualificazione architettonica) come molte costruzioni del Dopoguerra;

- incentivazione del microeolico a livello domestico, pubblico e industriale;

- imposizione di precisi parametri energetici per le nuove costruzioni;

- avvio della raccolta differenziata in tutti i Comuni del Parco.

 

3d- Infrastrutture:

- valorizzazione della rete stradale minore con adeguati interventi di segnaletica e cartellonistica stradali, da realizzarsi in punti strategici sia dal punto di vista viario che paesaggistico; l'entrata da ambo i versanti dei tronchi stradali interessati dovrà quindi essere segnalata al turista in automobile al fine di poter apprezzare l'integrità e la genuinità dei paesaggi sabini che proprio sulle strade minori si rivelano in tutto il loro splendore (es. la strada da Borgo Quinzio a Percile passando per Scandriglia ed Orvinio, oppure quella da Poggio Catino a Contigliano passando per Casperia, Roccantica, Montasola, Cottanello, o ancora quella fra Osteria Nuova e il Lago del Turano passando per Monteleone Sabino e Rocca Sinibalda, ecc..);

- manutenzione delle strade sterrate e riconversione in sterrate di asfaltate particolarmente impattanti;

- creazione della "Pista ciclabile più lunga del Mondo", che colleghi tutte le aree del Parco in un unico itinerario ciclistico; il tracciato dovrà utilizzare e riqualificare strade rurali già esistenti (sterrate, carrarecce, mulattiere) e soltanto in caso di necessità costituire un pista di nuova costruzione; lungo tutto il tracciato (bordato da staccionata) saranno naturalmente installati pannelli informativi ed indicazioni sull'itinerario da percorrere, le tappe consigliate e tutte le deviazioni possibili.

 

3e- Tutela e riqualificazione dei centri storici:

- demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti situati a ridosso e nei diretti pressi dei centri storici;

- incentivi per la riqualificazione (pubblica e/o privata) degli edifici storici;

- cura ordinaria dell'arredo urbano ed eliminazione (o sostituzione) di elementi deturpanti in punti di particolare pregio nei centri storici (cartelli stradali, tubi di scarico, ecc.);

- avvio di un progetto sperimentale ("borgo ad impatto zero") per un centro storico (di modesta entità e quasi spopolato) di riqualificazione totale e straordinaria dell'arredo urbano secondo un modello da individuare a seconda delle caratteristiche storiche ed architettoniche del centro storico prescelto, con l'eliminazione estetica e il divieto di tutti gli elementi moderni e deturpanti (antenne e paraboliche, tubi di scarico in lamiera, fioriere ed insegne in plastica, cartelli stradali, spazi per manifesti politici, ecc.) e con particolare attenzione all'illuminazione pubblica, che non dovrà prevedere energia elettrica ma sistemi di illuminazione tradizionali; i proprietari degli immobili inseriti in questi centri storici sperimentali - per le scomodità pratiche connesse al progetto - avranno altresì diritto ad un incentivo mensile;

- istituzione di un concorso annuale ("Borgo di Qualità") che prevede la premiazione del borgo sabino che più si sia distinto, durante l'arco dell'anno,  nell'arredo urbano ed extraurbano e nella valorizzazione del proprio centro storico.

 

3f- Valorizzazione dei centri storici:

- creazione di almeno due centri commerciali naturali: uno da collocarsi in un centro storico piccolo e in via di spopolamento ma notevole dal punto di vista paesaggistico ed urbanistico ed eventualmente ben collegato (es. Bocchignano, Fianello, Rocchette, Montasola, Pietraforte, ecc.), un altro da collocarsi in un centro storico di media entità e già affermato dal punto di vista turistico (es. Casperia, Poggio Catino, Fara Sabina, Poggio Mirteto, Collevecchio, ecc.);

- realizzazione di una rete di sentieri escursionistici montani, collinari e campestri, che uniscano i centri storici più suggestivi e i siti religiosi più importanti, da collegare (quale variante) al Cammino di San Francesco;

- creazione di un programma annuale di feste a tema e rievocazioni d'epoca che copra tutto l'arco dell'anno e non soltanto la stagione estiva; istituzione in un "Festival internazionale di musica medievale e rinascimentale" da svolgersi durante la stagione estiva nei più suggestivi borghi sabini, tramite la valorizzazione di piazze o di edifici storici;

- apertura alle visite turistiche di castelli e palazzi storici particolarmente pregiati dal punto di vista artistico ed architettonico, previo accordi fra il Parco e i proprietari dei monumenti; il caso più eclatante di una mancata valorizzazione di questo tipo è attualmente il magnifico Castello di Rocca Sinibalda (che se aperto favorirebbe un enorme flusso turistico sia nel paese che nella zona circostante), ma anche castelli minori come quello di Oliveto Sabino, Orvinio, Montenero Sabino, ecc. meriterebbero di essere aperti al pubblico. Caso a parte il Castello Orsini di Nerola, ormai all'interno completamente trasformato a fini di lucro, la cui visita (giustificata dal rilevante interesse architettonico) potrebbe comunque essere concessa in alcuni giorni dell'anno.

 

3g- Promozione del paesaggio agrario e del territorio:

- creazione di un servizio navetta, in ogni area del Parco, che esegua un tour panoramico sulle strade rurali di maggiore interesse paesaggistico con sosta ai borghi più interessanti e visite guidate;

- realizzazione di documentari turistici, guide e depliant;

- gestione dell'immagine territoriale, in modo tale da inserire il Parco nei pacchetti dei tour operator nazionali ed internazionali in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico;

- creazione di un convengo nazionale annuale sul tema del paesaggio agrario, da tenersi ogni occasione in un Comune diverso, all'interno di un edificio storico di pregio, ove invitare esperti del settore (urbanisti, architetti, ambientalisti, proprietari di aziende agricole) e i rappresentanti di Comuni che si siano distinti per progetti virtuosi sul proprio territorio in fatto di tutela della ruralità;

- creazione di corsi sullo studio, la tutela e la valorizzazione del paesaggio agrario, da attuarsi in collaborazione con le istituzioni universitarie;

- istituzione di un concorso fotografico quadrimestrale internazionale denominato "Stagioni in Sabina" aperto a fotografi professionisti e a fotoamatori che abbia come premio una somma in denaro e un soggiorno in un agriturismo o b&b in Sabina e come finalità quella di far conoscere la bellezza del paesaggio sabino nei diversi mesi dell'anno.

 

 

4. Conclusioni

 

   Dall'analisi condotta, appare con evidenza la necessità di nuovi strumenti di tutela, valorizzazione e promozione del territorio sabino, in merito alle sue straordinarie qualità culturali, storiche, paesaggistiche, ambientali, agrarie ed enogastronomiche. La gestione di tale inestimabile patrimonio da parte delle amministrazioni locali risulta all'oggi insufficiente e in alcuni casi addirittura dannosa. La vicinanza con Roma, dal canto suo, è finora stata soltanto un problema per gran parte della Sabina, sia dal punto di vista della salvaguardia del territorio, sia rispetto al suo sviluppo turistico. Invece, tale circostanza va trasformata in risorsa e compito del Parco Agricolo e Culturale della Sabina sarà innanzi tutto quello di respingere le aggressioni proprie della vicinanza ad una metropoli (insediamenti industriali e commerciali, abusivismo e speculazione edilizia, nuove strade) e viceversa portare in Sabina una parte dell'ingente mole turistica della Capitale. Accanto a tale sviluppo "indotto", poi, sarà fondamentale trasformare la Sabina, nelle sue diverse realtà e vocazioni, in un comprensorio turistico "autonomo" e di prestigio nazionale ed internazionale, che vada a costituire una valida alternativa - nell'ambito del turismo rurale, ambientale, culturale ed enogastronomico - a realtà italiane attualmente ben più consolidate in tal senso, come il Chianti, la Valdorcia, Le Langhe, il Montefeltro, la Valle Umbra, ecc.. Importante sarà anche attuare una sinergia con la vicina Provincia di Viterbo e con l'area nord di quella di Roma, allo scopo di realizzare un vero e proprio "distretto turistico dell'Alto Lazio", che si distingua per qualità ed innovazione, sfruttando l'immenso potenziale turistico del settore settentrionale della Regione.

 

   Il Parco Agricolo e Culturale permetterebbe uno sviluppo più sostenibile ed armonioso del territorio sabino, esaltandone le peculiarità nel solco sicuro della tradizione ma con una sensibilità moderna ed innovativa, che permetta all'offerta turistica della Sabina di porsi agli alti livelli oggi richiesti dal turismo culturale. Un progetto, quello del Parco, che non intaccherà affatto i modi di vita attuali della popolazione sabina, ma darà ad essa nuove prospettive di lavoro, limitando il fenomeno del pendolarismo che tanto incide negativamente sulla qualità della vita dei cittadini. Il Parco darà inoltre nuova linfa all'agricoltura, permettendo alla dop “Sabina” - come merita - di immettersi con una nuova immagine e con un maggiore riscontro economico nel mercato nazionale ed internazionale: sappiamo bene, infatti, che oggi le produzioni locali di qualità sono strettamente collegate all'immagine del proprio territorio nella loro valutazione economica al'interno del mercato agroalimentare; sicché promuovere bene il territorio significa anche poter vendere meglio e a prezzi maggiori i propri prodotti.

   Infine, le tante innovazioni dal punto di vista infrastrutturale, conservazionistico, energetico e di marketing territoriale, faranno del Parco Agricolo e Culturale della Sabina un modello per le altre aree rurali d'Italia, donando così lustro e visibilità alle amministrazioni locali e attirando finanziamenti e investimenti di qualità sul territorio. Soltanto con il Parco Agricolo e Culturale potrà essere conservata e sviluppata quella caratteristica di terra genuina, sana e laboriosa propria della Sabina. Alternative del resto non ci sono, ed episodi come l'Outlet del Soratte o progetti come il Polo Logistico di Passo Corese - che attualmente sembrano incontrastabili - sono il segnale che non c'è più tempo da perdere.

Postato da: lucabellincioni a 16:58 | link | commenti
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lunedì, 02 marzo 2009
Progetto per la valorizzazione turistica del paesaggio della Tuscia

Introduzione:

Da molti anni ormai si parla di un rilancio turistico della Tuscia Laziale, vale a dire del territorio della Provincia di Viterbo e della porzione confinante della Provincia di Roma. Un territorio fra i più ricchi d'Italia (e probabilmente non solo) dal punto di vista ambientale, paesaggistico, culturale, artistico, storico ed archeologico. Un territorio che fu il cuore della civiltà etrusca, donde deriva una parte fondamentale della stessa identità culturale e civile del nostro Paese.

La presenza di siti straordinari e conosciuti in tutto il mondo (citiamo soltanto il Parco dei Mostri di Bomarzo, la Civita di Bagnoregio e le necropoli di Cerveteri e Tarquinia, quest'ultime patrimonio Unesco) da decenni fa di questa zona una meta di richiamo internazionale, fra le più "classiche" in Italia nell'ambito del turismo culturale. Eppure, il turismo qui non è certo quello cosiddetto "di massa", anzi. Mentre in molte zone della Toscana e dell'Umbria sono ormai i pullman a portare i visitatori, nella Tuscia il turismo rimane attività di piccoli gruppi (quasi sempre famiglie) o singole coppie, in ogni caso però di utenti di un livello culturale medio-alto. Un turismo colto e selezionato, quindi, ma non sufficiente a far sì che le attività turistiche siano per la Tuscia un volano di consistente sviluppo economico. Il turismo di qualità si addensa attorno a quei 4-5 siti rinomati (e pure con rilevanti insufficienze), mentre attorno ai laghi resiste un "turismo" spesso di infimo livello e deleterio per l'ambiente, quello legato cioè alle seconde residenze, come nel caso soprattutto del Lago di Bracciano, e sempre più anche intorno al Lago di Bolsena.

A differenza della Toscana e dell'Umbria, quel che è mancato qui è stata la valorizzazione turistica del territorio nel suo complesso, che nell'immaginario collettivo appare semplicemente come un contenitore "anonimo" in cui si inseriscono siti pregevoli che vale la pena di visitare. Tutto ciò che viene attraversato per raggiungerli passa dunque in secondo piano, non perché non abbia valore in sé ma perché non è stato mai adeguatamente descritto né dalla letteratura guidaristica né tantomeno celebrato al pari di aree italiane anche vicine e con un'identità propria molto marcata (il Chianti, la Valdorcia, la Valle Umbra, ad esempio). Nulla, ma proprio nulla, è mai stato fatto in decenni e decenni dalle amministrazioni provinciali, regionali e comunali per dare un'identità turistica a questo territorio in ambito nazionale; per far sì che quando si nomini il termine "Tuscia" un Piemontese, un Valdostano, un Emiliano o un Siciliano sappiano bene di cosa si stia parlando. Per esempio, molti turisti che vengono dal Nord (da dove proviene la mole maggiore del turismo culturale ed ambientale italiano) "passano" nella Tuscia per vedere questo e quello ma poi vanno a dormire a Roma, oppure in Umbria e in Toscana. Non ci si inoltra mai fuori dalle strade principali (l'Aurelia, la Cassia e L'A1) e si perde così l'essenza di questo territorio, con i suoi magnifici paesaggi etruschi che proprio sulle strade secondarie (o meglio a piedi) appaiono in tutta la loro bellezza.

La valorizzazione delle strade secondare nella Tuscia appare come uno degli aspetti principali e più urgenti del rilancio turistico, anche perché sappiamo bene, purtroppo, quanti e quali scempi sono stati perpetrati sulla Via Cassia e sulla Via Aurelia (ma anche sull'Ortana e sul tratto a valle della Cimina), dove si addensa larga parte dello sviluppo urbanistico della Tuscia e dove la bellezza del paesaggio è ormai percepibile solo a tratti. Eppure, chi osa avventurarsi nei “meandri” dell’Etruria meridionale spesso finisce col ritornarci; a parte gli splendidi laghi, che colpiscono immediatamente il turista (anche quello meno colto), gli orizzonti immensi della Maremma e della Tolfa (con i ruderi antichi un po' dappertutto), oppure il paesaggio misterioso delle forre del Treja, della Teverina o della Valle del Biedano, sono immagini che rimangono stampate nella mente dei visitatori, anche perché si tratta di paesaggi unici al mondo. E tuttavia, la stragrande maggioranza dei turisti non sa nulla della bellezza del "paesaggio etrusco" e finisce - come abbiamo detto - col considerare la Tuscia quale mera "terra di transito".

La cosa più straordinaria è però che tale atteggiamento sia proprio più degli Italiani in visita nel Lazio che degli stranieri. Nell'area del Lago di Bolsena, infatti, si assiste ad un ridimensionamento del "mordi e fuggi" grazie a molti turisti stranieri (olandesi e tedeschi soprattutto) che scelgono questi magnifici luoghi per soggiorni prolungati, usufruendo per lo più dei camping; allo stesso tempo, anche gli agriturismi della zona vedono uno sviluppo sicuramente più alto della media della Tuscia. Ancor più incredibile è l'incontrare turisti stranieri che si avventurano con guide (nella loro lingua) fra i rovi di Norchia e di altri luoghi impervi, oltre che sconosciuti anche agli stessi abitanti dell'Alto Lazio...

C'è quindi anche un problema culturale di fondo, che non permette a molti turisti italiani (soprattutto da Roma in giù) di apprezzare le particolarità di un territorio che non presenta le Dolomiti o i faraglioni di Capri. Se si fa eccezione dei laghi e della Valle dei Calanchi di Civita di Bagnoregio, che - come abbiamo detto - colpiscono un po' tutti, gli altri paesaggi della Tuscia lasciano un po' indifferente il turista di media e bassa cultura. Un po' per la mancanza di elementi "grandi" e di immediato impatto visivo (le citate cime dolomitiche, ad esempio), un po' per la mancanza di promozione turistica, per cui la bellezza del paesaggio etrusco, in realtà magniloquente, non è nemmeno percepita dal turista meno colto, poiché mancante di un'identità forte e radicata nell'immaginario collettivo.

Anche per questa lacuna, dunque, ossia la scarsissima valorizzazione del territorio nel suo complesso e la mancanza di un'immagine forte della Tuscia a livello nazionale, il turismo nella Tuscia non è mai riuscito a divenire un settore economico sufficientemente sviluppato e trainante. Il turismo della Tuscia si qualifica tutt'oggi come un mordi e fuggi; fenomeno che, pur caratterizzando ormai anche altri territori turisticamente molto più sviluppati, qui assume tonalità ancor più marcate. I turisti non sanno - e probabilmente non se lo chiedono nemmeno - il perché si dovrebbe soggiornare nella Tuscia piuttosto che altrove. Quali sono le sue peculiarità, quali i motivi su cui fondare la scelta?

Senza entrare nel merito delle varie posizioni assunte da amministratori e operatori del settore turistico locali - opinioni spesso assurde, superficiali e mistificatorie (ho sentito parlare addirittura della mancanza di infrastrutture in un territorio che viceversa oggi è minacciato proprio da uno sviluppo sconsiderato dell'asfalto e del cemento!) - il concetto che mi pare debba esser chiaro è il seguente: alla Tuscia manca una valorizzazione turistica del territorio nel suo complesso, con particolare riferimento alle sue risorse paesaggistiche ed ambientali, nei confronti di cui ancora non è stato fatto niente o quasi. Di luoghi stupendi ce sono a decine, e sotto tutti i punti di vista (i laghi, le forre, i siti archeologici, i borghi, le ville, i castelli, i boschi secolari, ecc...), alcuni già rinomati (Bracciano, il Parco dei Mostri di Bomarzo, le necropoli di Cerveteri e Tarquinia, Civita di Bagnoregio, Vulci, ecc.), altri da far conoscere meglio (Tuscania, Bagnaia, Trevignano, Anguillara, Bolsena, Caprarola, ecc.), ed altri ancora da promuovere del tutto (Tolfa, Monterano, Barbarano Romano e Marturanum, Blera e Luni sul Mignone, Selva del Lamone, Norchia, Civitella d'Agliano, Tenuta di Respampani, Valle del Vezza, ecc.). Ma tutti questi attrattori sono inseriti in un territorio turisticamente ancora "anonimo", senza un'identità ben definita nell'immaginario collettivo. E' questo lo sforzo che si chiede a chi amministra la Tuscia: uno sforzo di marketing insomma, di promozione turistica ad altissimi livelli, come si addice alle valenze di un territorio così straordinario, senza però tralasciare l'importanza di tutelarlo e valorizzarlo meglio; consapevolezza, quest'ultima, che anzi si pone come conditio sine qua non per uno sviluppo turistico di lunga durata.

A nostro modesto parere, sarebbero indispensabili alcuni interventi rivoluzionari nei confronti dei modi con cui la Tuscia è stata gestita finora, ossia - salvo eccezioni sporadiche - come una zona da "terzo mondo del turismo". Va da sé, allo stesso tempo, che il presente progetto è - lo ripetiamo - strettamente collegato alle istanze di tutela dello stesso patrimonio paesaggistico ed ambientale, oggi più che mai minacciato da numerosi progetti violentemente impattanti che andrebbero proprio a cancellare le basi sulle quali dovrebbe invece fondarsi la rivalorizzazione turistica dell'intero territorio dell'Alto Lazio etrusco. Citiamo, ad esempio, il nuovo aeroporto di Viterbo, il ripristino della ferrovia Civitavecchia-Capranica, la riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia, la creazione di una superstrada a scorrimento veloce fra Viterbo e Civitavecchia (una città che è un vero tiranno per tutta la Tuscia), l'Autostrada Tirrenica e infine i parchi fotovoltaici a terra che spuntano come funghi e le demenziali centrali eoliche in corso di approvazione nell'area maremmana. Quest'ultima appare - alla luce dei fatti - la porzione più indifesa della Tuscia, eppure quella forse più ricca di bellezze paesaggistiche ed archeologiche, e che per questo meriterebbe ben altra considerazione. Tutti questi progetti producono erosione di territorio e degrado del paesaggio, e quindi un ridimensionamento del potenziale turistico, ma anche della qualità ambientale, della Tuscia.

Premettiamo che con la nozione di "paesaggio" introdotta in questo lavoro, intendiamo quattro tipologie: 1-paesaggio urbano storico; 2-paesaggio suburbano; 3-paesaggio agricolo tradizionale; 4-paesaggio naturale. Peculiarità della Tuscia è la compenetrazione delle varie tipologie, in particolare del paesaggio rurale e di quello naturale, che spesso formano - in stretta simbiosi - un unico ambiente.

Nei seguenti paragrafi sono esposte alcune idee finalizzate alla tutela, alla valorizzazione e alla promozione del paesaggio della Tuscia Laziale, che l'Autore auspica possano essere prese in considerazione dall'opinione pubblica e dalle amministrazioni locali.

 

1. Il Parco Nazionale della Maremma Etrusca.

Uno degli interventi più urgenti ed importanti da effettuare è rappresentato dall'istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca (per maggiori informazioni si legga il mio articolo Ipotesi per un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, disponibile su questo stesso blog al link ambientepaesaggio2000.splinder.com/tag/parco+nazionale+delletruria+lazi), a tutela del cuore dell'Etruria, ove più si addensano le testimonianze del popolo etrusco: un'area di straordinaria importanza non solo sotto il profilo paesaggistico, naturalistico, artistico, storico ed archeologico, ma anche per la conservazione di  una parte fondamentale delle più profonde radici culturali del nostro Paese. Tale iniziativa favorirebbe un rilancio immediato dell'immagine della Tuscia e dell'Etruria meridionale, un territorio oggi ancora semisconosciuto in Italia, e indurrebbe allo sviluppo inaspettato di un turismo culturale ed ambientale. La perimetrazione del parco dovrebbe comprendere sostanzialmente tre ambiti geografici: 1) i Monti della Tolfa, i Colli Ceriti (comuni di Cerveteri, Tolfa, Allumiere, Canale Monterano, Oriolo Romano) e la Valle del Biedano (comuni di Vejano, Barbarano Romano, Villa San Giovanni in Tuscia e Blera); 2) la Maremma interna viterbese (o Altopiano della Tuscia) e la cosiddetta "regione delle necropoli rupestri" (Comuni di Vetralla, Monte Romano, Viterbo, Tarquinia, Tuscania, Arlena di Castro, Tessennano, Canino, Montalto di Castro, Cellere); 3) la Maremma interna grossetana nel triangolo delle cosiddette "città del tufo” (comuni di Pitigiliano, Sovana, Sorano). Essendo un territorio estremamente complesso, caratterizzato dall'alternanza di aree agricole ed altre eminentemente naturali e selvagge, le porzioni più ampiamente e spiccatamente rurali (pensiamo ad esempio alle zone più prossime alla costa o all'altopiano fra Tuscania e Vulci) potrebbero essere tutelate con il sistema di un "parco agricolo", evitando così le ristrette forme di protezione proprie di un'area naturale protetta vera e propria (in primis il divieto di caccia). Nel caso della Tolfa - la cui tanto agognata tutela appare come l'intervento forse più urgente in fatto di conservazione ambientale dell'intero Lazio - occorrerebbe puntare su un serio progetto di sentieristica, per rendere fruibile al turismo escursionistico un territorio dalle potenzialità immense (pensiamo al recupero e alla valorizzazione del tracciato dell'antica Via Clodia); del resto, al di là del Parco Nazionale dell'Etruria, i Monti della Tolfa meritano di essere protetti e valorizzati quanto prima, almeno come parco regionale.

 

2. Il Parco Regionale della Teverina Viterbese.

Il territorio compreso grosso modo nel quadrilatero con ai vertici Mugnano, Vitorchiano, il confine umbro-laziale sulla SS71 e Sermugnano, cuore della Teverina Viterbese, conserva caratteri di forte unitarietà e di grande interesse estetico. In questa vasta area sono pressoché assenti stabilimenti ed attività industriali eccessivamente impattanti per il paesaggio e per l'ambiente (fatta eccezione per alcune cave, comunque poco visibili), mentre è da rilevare l'estrema integrità dei centri storici e dei paesaggi agrari e naturali, fra i più belli, intatti e suggestivi del Lazio. Il territorio nel suo complesso costituisce infatti un importante esempio di "paesaggio medievale" rimasto quasi immutato fino ad oggi: sia lungo la SP Teverina, sia lungo le strade di collegamento fra i vari centri (in particolare fra Vetriolo e Civitella d'Agliano, fra Bagnoregio e Bolsena e fra Celleno e Graffignano), si ammirano scenari splendidi, ove la campagna verdissima coi suoi vasti orizzonti ancora riesce ad emozionare chi le percorra. A tutto ciò si aggiunge la peculiarità dello straordinario complesso dei calanchi di Civita di Bagnoregio, un notevole patrimonio boschivo e botanico ed un ampio reticolo di forre tufacee (fra cui va citato l'impressionante canyon dell'Infernaccio, presso Grotte di Santo Stefano): tali valori naturalistici già di per sé fanno della Teverina una zona meritevole di tutela come parco regionale. Dal punto turistico, invece, è da segnalare la presenza di due attrattori turistici consolidati come Bomarzo, col suo Parco dei Mostri, e la già citata Civita di Bagnoregio, che attualmente oscurano gli altri paesi della zona; in realtà entrambi i siti dovrebbero costituire un catalizzatore turistico per l'intera Teverina, portando alla valorizzazione dei gioielli paesistici sparsi senza soluzione di continuità su questo territorio, come ad esempio i borghi di Chia, Mugnano, Roccalvecce, Celleno, Montecalvello, Sermugnano, Civitella d'Agliano, ecc., o le aree archeologiche di Corviano e della Selva di Malano-San Nicolao. Va da sé che il Parco potrebbe - e dovrebbe - essere collegato all'istituendo Parco Interregionale del Tevere, creando una rete di lunghi sentieri escursionistici, equituristici e cicloturistici che porti alla valorizzazione e alla fruizione di tutta l'area tiberina umbro-laziale, con la possibilità di pernottare in punti-sosta ricavati dal ricco patrimonio di edilizia rurale storica della zona (che, oggi per lo più in abbandono, presenta fra l'altro episodi di grande pregio architettonico) o da edifici adibiti a foresteria all'interno degli stessi "paesi-tappa" (si veda anche il cap. 8).

 

3. Valorizzazione della rete stradale minore della Tuscia.

Punto fondamentale per il rilancio turistico della Tuscia è certamente la valorizzazione della rete stradale minore, allo scopo di favorire un turismo "on the road" che oggi fa la fortuna di molte zone della Toscana e dell'Umbria. Un tipo di turismo che ben si presta alla scoperta di affascinanti località minori e di paesaggi splendidi ma ancora sconosciuti, e che allo stesso tempo concorre pure alla fruizione (e allo sviluppo) di b&b, agriturismi, ristoranti. Tale valorizzazione prevede la realizzazione di un vero e proprio itinerario automobilistico, con tanto di apposita segnaletica stradale, che porti il turista ad ammirare i più suggestivi ed intatti paesaggi della Tuscia, secondo tre percorsi distinti, relativi alle differenti aree geografiche (ad esempio: il Lago di Bracciano e la Maremma Laziale; i Monti Cimini e i laghi di Vico e Bolsena; la Teverina), ma collegati fra loro. Il progetto dovrebbe prevedere poi la messa a disposizione di depliant informativi presso tutti i centri più importanti della Tuscia, la creazione di un apposito sito internet e l'installazione, lungo le strade comprese negli itinerari automobilistici - e in prossimità di punti particolarmente suggestivi e simbolici (ad esempio nei pressi della rampa per il parapendio sul Lago di Vico, che offre un panorama di incredibile bellezza ma che manca attualmente di qualsiasi indicazione stradale!!!) -, di tabelle esplicative sulle cose da vedere e sulle tappe consigliabili. Va da sé che questo progetto andrebbe d'accordo con le necessità di sviluppo e adeguamento delle infrastrutture viarie della Tuscia; anziché puntare su nuovi assi viari, sarebbe opportuno prima lavorare sull'esistente, magari in funazione turistica, con l'asfaltamento di strade attualmente sterrate ma importanti per il collegamento di località marginali e il recupero (e la manutenzione) di sterrate o asfaltate in cattive condizioni: fra i casi più urgenti ed interessanti dal punto di vista turistico citiamo la sterrata per Luni sul Mignone (sul tragitto della ferrovia abbandonata Capranica-Civitavecchia) e la magnifica "Via del Marano" fra Tolfa e Tarquinia, una delle strade più suggestive e panoramiche della Tuscia e dell'intero Lazio (entrambe le strade attraversanto territorio splendidi e dovrebbero essere segnalate turisticamente).

Allo stesso tempo, vogliamo però sottolineare che la ristrutturazione o l'eventuale realizzazione ex novo strade non dovrebbe mai indurre e permettere uno sviluppo urbanistico lungo di esse, e, tanto meno, vogliamo chiarire la nostra contrarietà al progetto inutile e dannoso dell'autostrada tirrenica, che diminuirebbe anzi il valore dell'offerta turistica del territorio maremmano. Oggi, per essere davvero competitivi e "moderni" in fatto di turismo - e per lasciarci alle spalle tutte le vecchie, ignobili e ridicole concezioni "da Dopoguerra" che vedevano nel cemento e nell'asfalto il sinonimo dello sviluppo in ogni settore - è necessario capire una volta per tutte che il turismo in Paesi "storici" come l'Italia è - e sarà sempre più - attratto non certo dal degrado urbanistico, bensì dall'integrità dei luoghi: peculiarità questa che nei prossimi anni aumenterà il proprio valore economico (e sociale) in modo progressivo ed esponenziale. E così, per le amministrazioni locali oggi conservare significa fare un vero e proprio investimento, e nemmeno troppo a lungo termine. E nella Tuscia, con il suo pregiato territorio, sarebbe un errore imperdonabile non comprendere quest'ovvietà: anzi, chi oggi non vuol conservare questi luoghi palesa (loschi) interessi personali ben diversi dalla volontà generale di dare un nuovo impulso economico a questo territorio. E' bene che i cittadini se ne rendano conto.

 

4. Un parco per Norchia e Falerii Novi.

Uno degli interventi più importanti ed urgenti nella Tuscia è costituito dalla tutela e dalla valorizzazione dell’area archeologica di Norchia, da anni lasciata al degrado e all’abbandono nonostante la sua eccezionale importanza storico-monumentale. Per Norchia si potrebbe ipotizzare la creazione di un parco sul modello di Vulci, eventualmente da inserire all'interno del più vasto progetto del Parco Nazionale della Maremma Etrusca. Va da sé che tutelare e valorizzare Norchia significherebbe attuare delle misure di riduzione del divieto d'accesso nell'area del poligono di Monte Romano, ove insiste una parte della stessa area archeologica e di un  tratto particolarmente suggestivo (e sconosciuto) dell'antica Via Clodia: un parco, quindi, che riesca a coniugare la fruizione sia della necropoli rupestre, fra le più importanti al mondo, sia dello splendido ambiente naturale circostante fatto di vegetazione rigogliosa e spazi ampi ed incontaminati. Un intervento simile dovrebbe essere concentrato anche sull'area archeologica di Falerii Novi, una delle più interessanti della Tuscia, nota per la sua magnifica cinta muraria d'epoca romana. Le rovine sono inserite in una località che ha visto negli ultimi decenni sconsiderati fenomeni di speculazione, abusivismo edilizio ed urbanizzazione diffusa che hanno in  parte alterato il contesto agrario e naturale in cui sorgono le rovine di quest'antica città dell'Agro Falisco. Tuttavia, permangono in situazione di continuità attorno all'area archeologica (specialmente fra Civita Castellana e Nepi) ampie porzioni di un paesaggio agricolo splendido, già descritto e celebrato dal Dennis per la sua somiglianza con la campagna inglese. Inoltre, nei diretti pressi di Falerii Novi (ma separata da questa da un'ampia, ignobile e clamorosa lottizzazione a ville!!!) si trova un tratto ingente della Via Amerina, assieme a varie necropoli e resti di costruzioni medievali, attualmente di difficile fruizione per la mancanza totale di segnaletica turistica ma di grande valore paesaggistico e turistico. In entrambi i casi la visita potrebbe (e forse dovrebbe) prevedere, come a Vulci, un ticket d'ingresso quale contributo al mantenimento dei luoghi e del personale del parco.

Prendendo spunto ancora dal caso di Falerii Novi, va infine considerata l'importanza di tutto l'ambiente circostante e - più in generale - dell'Agro Falisco, un'area che conserva un paesaggio unico in Italia e fra i più caratteristici del Lazio; un paesaggio di eccezionale valore estetico e culturale, con gli antichi borghi quasi sempre affacciati su panorami che paiono dipinti. In merito sono stati avanzati da tempo progetti di ampliamento dell'esistente Parco Regionale della Valle del Treja, troppo ristretto ed attualmente assediato dalla speculazione edilizia (si prendano come esempio eloquente gli scempi perpetrati nella periferia di Mazzano Romano e nelle campagne attorno all'abitato di Castel Sant'Elia). Molte voci lungimiranti (in primis Paolo d'Arpini del Circolo Vegetariano di Calcata), però, hanno, in tempi recenti, proposto l'istituzione di un vero e proprio Parco Regionale dell'Agro Falisco, a tutela di una sub-regione con una forte ed antica identità e con un potenziale turistico straordinario: quest'ultima crediamo sia l'unica proposta realmente efficace per attuare la rivalorizzazione dell'intero comprensorio (formato dai Comuni di Nepi, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Faleria, Mazzano Romano, Magliano Romano, Calcata, Sutri).

 

5. Decoro urbano ed extraurbano e ricostituzione del patrimonio edilizio ed architettonico originario.

Occorre avviare una politica di recupero del paesaggio urbano dei centri della Tuscia, con interventi decisi e pianificati sul decoro degli edifici, demolizioni mirate di strutture altamente impattanti o deturpanti, ricostruzione di beni andati perduti nel tempo ma ben documentati (come ad esempio la torre di Barbarano Romano, crollata negli anni Trenta del Novecento). Rispetto a questo argomento, i casi di Viterbo e Tarquinia sono da considerarsi fra i più urgenti: entrambi i centri storici conservano ambienti urbani medievali di estremo fascino e di straordinaria integrità, ma non pienamente valorizzati: i celebri quartieri medievali di Viterbo (San Pellegrino e Pianoscarano) versano oggi in uno stato di quasi totale abbandono, per via del progressivo svuotamento delle abitazioni e - fatto collegato - a causa della scarsità di attività commerciali di tipo turistico (soprattutto a Pianoscarano); sicché quegli scenari rimangono come "svuotati" da ogni flusso pedonale e turistico -  e quindi poco accoglienti - pur costituendo, paradossalmente, la porzione di maggior pregio della città. Peggiore il caso di Tarquinia, ove alla mancanza della valorizzazione turistica del centro storico (anche qui scarsi gli esercizi commerciali di tipo turistico) si somma una generale lacuna nel decoro urbano, con numerosi vicoli e piazzette deturpati da interventi scandalosi di edilizia moderna (che andrebbero pertanto eliminati con demolizioni tutt'altro che impossibili) o semplicemente dalla non curanza dei residenti; lo stesso tragitto che dal Palazzo Vitelleschi conduce alla chiesa e alla torre di Santa Maria di Castello - teoricamente magnifico con le numerose costruzioni medievali, le chiese, i panorami, ecc. - non è né segnalato né salvaguardato, finendo per presentarsi come una passeggiata in una sorta di "città fantasma", ove gli unici abitanti sono le automobili parcheggiate. A tal proposito, infine, sia a Viterbo che a Tarquinia andrebbe regolamentato il traffico delle auto, che in molti casi infastidiscono il visitatore anche nei vicoli più isolati e marginali. E viene da chiedersi come mai a San Gimignano siano riusciti a far abitare quasi tutte le case del centro storico e a permettere allo stesso tempo l'accesso con le auto senza creare situazioni di vetture parcheggiate dappertutto o di traffico nelle stradine medievali. E' mai possibile che modelli già esistenti, e funzionanti, non siano presi in alcuna considerazione dagli amministratori della Tuscia? Arroganza, ignoranza o semplice menefreghismo?

Un discorso simile va fatto per il patrimonio extraurbano dell'edilizia rurale, che mai nella Tuscia è stato adeguatamente tutelato e valorizzato, nonostante la presenza (specialmente dell'area falisca e teverina) di strutture rurali antiche e pregevoli. Occorre dire, inoltre, che dal Dopoguerra ad oggi, molte (non tutte certo, fortunatamente) delle costruzioni realizzate nelle campagne della Tuscia, anche a scopo agricolo, non hanno rispettato alcun canone architettonico tradizionale, e in ciò una grave lacuna va ricercata come sempre nelle amministrazioni comunali e provinciali, che non hanno saputo porre (in stridente ed imbarazzante contrasto con le vicine amministrazioni senesi, ternane e grossetane) regole certe nella costruzione di edifici in ambiti rurali. In tal senso dovrebbero essere stanziati fondi volti a stimolare nel privato la ristrutturazione "in stile" degli immobili già presenti nelle aree rurali (e naturali), con il rispetto di alcuni canoni al livello di colori, forme e materiali, e magari anche con l'introduzione (oggi già incentivata) di forme di risparmio energetico. Va da sé che tali considerazioni dovrebbero interessare anche l'edificazione di strutture di tipo commerciale, artigianale ed industriale nei territori rurali: costruzioni che certamente dovrebbero essere evitate in questi contesti (per non ripetere alcuni sciagurati esempi negativi, come l'accozzaglia di capannoni sorta negli ultimi tempi nei pressi del bivio per l'area archeologica di Ferento, in un contesto paesaggistico di inestimabile valore) ma che, laddove realmente indispensabili (e compatibili con le prevalenti attività agricole), dovrebbero anch'esse conformarsi agli stessi canoni estetici ed energetici, secondo una regolamentazione peraltro già in atto in altre zone turistiche del nostro Paese, ad esempio nelle Langhe, in Piemonte.

 

6. Fruibilità dei castelli e delle torri panoramiche nei centri storici.

Un aspetto particolarmente interessante per il rilancio del turismo sarebbe la fruibilità di alcune fra le torri che caratterizzano tutt'oggi numerosi abitati della Tuscia. La possibilità di visitare di un bene storico-monumentale identitario costituisce un attrattore molto importante per i turisti, tant'è che la visita di torri panoramiche, come già in uso da molti decenni in località simili della Toscana (l'esempio più scontato è ancora San Gimignano), riscuote uno straordinario successo. Ciò che è più incredibile è che in Provincia di Viterbo, in decenni e decenni di chiacchiere al vento sul turismo, non sia mai stato avviato un benché minimo progetto di recupero ad esempio di una delle tante, splendide torri di Tarquinia o della Torre di Lavello a Tuscania o della Torre Civica di Viterbo, che offrirebbero senz'altro panorami d'eccezione per la felicità dei visitatori. L'unica eccezione è la Torre di Valentano, restaurata fra l'altro in modo quanto meno discutibile, e comunque in una località di secondaria importanza negli attuali itinerari turistici del Viterbese. Altra questione è quella della fruibilità delle dimore storiche e dei castelli della Tuscia. In tal senso la situazione è più complessa e variegata. Attualmente, infatti, sono visitabili molti edifici storici, ma ancora troppo esigui in confronto al patrimonio - davvero incredibile - di castelli, ville e palazzi rinascimentali nella Tuscia. Inoltre, molti dei monumenti all'oggi aperti al pubblico non presentano i flussi turistici che oggettivamente meriterebbero, ed il caso del Palazzo Farnese a Caprarola è in tal senso eclatante: un luogo che in molte altre regioni d'Italia (e d'Europa) basterebbe da solo a ravvivare l'intera economia di una cittadina e dei suoi dintorni, e che invece viene visitato ancora da pochissimi turisti, pur rappresentando una delle massime espressioni del Manierismo e uno dei più bei palazzi signorili cinquecenteschi del Vecchio Continente.

Non sarebbe certamente impossibile, da parte dei Comuni e della Provincia, avviare accordi con i proprietari degli edifici di interesse storico ed artistico attualmente chiusi affinché possano essere resi visitabili, almeno in certi periodi dell'anno; fra i casi più importanti (ed urgenti) citiamo i castelli di Graffignano, Civitella d'Agliano, Gallese, Vejano, Faleria, Civitella Cesi, Mazzano Romano, Calcata, Vasanello ed Ischia di Castro, tutti peraltro situati in Comuni fortemente marginali e spopolati, che proprio l'apertura di beni così preziosi potrebbe risollevare economicamente e demograficamente tramite il turismo (si prenda, nel Lazio, l'esempio positivo del Castello Caetani di Sermoneta, aperto da decenni, sul quale si fonda l'economia e l’indotto di un intero paese di migliaia di abitanti). D'altronde negli ultimi tempi molti Comuni o siti turistici della Tuscia (Vulci su tutti) hanno favorito di finanziamenti "a pioggia", quasi sempre utilizzati per opere inutili e addirittura deturpanti: non si capisce, quindi, perché non si possano ricevere finanziamenti per opere veramente necessarie e finalizzate a migliorare i luoghi, non a peggiorarli come invece avviene tuttora!

 

7. I parchi suburbani.

Altro intervento urgente è la creazione di una rete di "parchi suburbani" (sull'esempio di quelli già esistenti a Sutri e a Barbarano Romano) a tutela di quel particolare valore paesistico che la stragrande maggioranza dei centri della Tuscia posseggono, vale a dire l'integrazione ancora armoniosa fra l'edificato storico e l'ambiente agricolo e naturale. Tale peculiarità infatti rappresenta potenzialmente un forte attrattore nei confronti del turismo culturale ed ambientale, e ne è prova lo sviluppo turistico, spesso insospettabile, avuto dai centri in cui il connubio "città-natura" è stato sufficientemente tutelato e promosso (Calcata, Civita di Bagnoregio, Barbarano Romano, Tuscania, ecc...). La particolare conformazione dell'ambiente naturale e delle architetture storiche dei centri della Tuscia rappresenta inoltre un unicum a livello mondiale, finora però mai adeguatamente valorizzato: pensiamo, ad esempio, al sistema delle forre, diffuse in quasi tutto il territorio e che necessiterebbero di interventi di valorizzazione escursionistica (ed in molti casi di bonifica ambientale). Fra i "parchi suburbani" più urgenti da istituire, per le enormi valenze paesistiche e turistiche contenute e per l'attuale assenza di tutela, citiamo almeno Blera e Civitella Cesi (da collegare tramite un'unica area protetta), Celleno, Vitorchiano, Cerveteri (collegabile con Ceri e Castel Giuliano), Tolfa, Oriolo Romano, Civitella d'Agliano, Capranica, Nepi, Civita Castellana, Bagnoregio, Lubriano. A  Bomarzo, invece, è già presente in parte un parco suburbano, e cioè la Riserva di Monte Casoli, ma resta non tutelato il versante opposto all'abitato, parimenti di eccezionale valore paesaggistico (contando peraltro che Bomarzo rappresenta uno fra i migliori esempi, nell'intero Lazio e non solo, di borgo armonicamente inserito nell'ambiente). A Tarquinia, dal canto suo, occorrerebbe creare un’area di protezione, fruibile turisticamente a piedi o in mountain bike, che congiungesse le mura medievali col sito archeologico dell'antica Corneto (similmente, e magari meglio, a quanto fatto per Tuscania e le sue necropoli). Un cenno a parte merita infine il caso di Vetralla, il cui interessante centro storico mantiene soltanto da un lato le prerogative per l'istituzione di un parco suburbano, qui ancor più urgente per il rischio continuo di speculazioni edilizie e per la persistenza nelle dirette vicinanze dell'abitato di siti archeologici di grande importanza come Norchia e Grotta Porcina.

 

8. La valorizzazione dei piccoli villaggi abbadonati, centri commerciali naturali, villaggi turistici naturali, albergo diffuso.

Importante è anche la valorizzazione dei piccoli borghi semi-spopolati quali "centri commerciali naturali", con l’organizzazione di una fiera mensile itinerante sui prodotti tipici della Tuscia, da localizzare ogni mese in un centro diverso. Tale iniziativa dovrebbe interessare tutti i paesi con caratteri di spiccata marginalità, al fine di far conoscere meglio il territorio della Tuscia con i suoi incantevoli siti minori, immersi in scenari paesaggistici straordinari e tuttora sconosciuti al turismo locale, nazionale ed internazionale. Anche la stessa ricettività andrebbe incentivata in centri di questo tipo, al fine di creare dei veri e propri "villaggi turistici naturali" (collegabili al turismo scolastico, ai campi scuola, al turismo congressuale, a corsi e seminari), in contesti dove ormai regna l'abbandono più totale, favorendo peraltro, con investimenti mirati, un enorme sviluppo dell'edilizia "di qualità", legata cioè alle ristrutturazioni, che qui troverebbe un campo d'azione ancora completamente "vuoto". Fra i numerosi paesi in cui tali iniziative potrebbero essere fattibili, citiamo ad esempio Pianiano, Roccalvecce, Montecalvello, Sermugnano, Arlena di Castro, Ischia di Castro, Cellere, Tessennano, Bassano in Teverina, Civitella d'Agliano, Sipicciano, Faleria, Veiano, Civitella Cesi, Lubriano, Mazzano Romano, Magliano Romano, Castel Sant'Elia, Mugnano, Graffignano, ecc..

 

9. Documentari per la promozione della Tuscia.

Una lacuna “storica” nella gestione del patrimonio ambientale della Tuscia è la mancanza di promozione turistica in ambito nazionale. Si dovrebbe infatti provvedere quanto prima alla realizzazione di video-documentari incentrati proprio sulle bellezze paesaggistiche e naturali della Tuscia, da far visionare nelle scuole delle provincie del Lazio e nei canali televisivi nazionali. Quest'ultimo aspetto, che potrebbe apparire scontato, in realtà scontato non è se pensiamo che la Tuscia è un territorio ancora sconosciuto nel suo complesso dal turismo nazionale ed internazionale, sicché al toponimo "Tuscia" non corrisponde all'oggi un'immediata caratterizzazione di un territorio nell'immaginario collettivo. Molto interessante notare, per comprendere meglio il livello bassissimo di veicolazione dell'immagine della Tuscia a livello anche regionale, che nello stesso Basso Lazio moltissimi cittadini addirittura non sanno associare il termine "Tuscia" al territorio in questione o, più semplicemente, spesso sono mai stati nella Provincia di Viterbo. Più noto è invece il fatto che molti turisti italiani continuino a pensare a località celebri come Tuscania e Civita di Bagnoregio come appartenenti rispettivamente alla Toscana e all'Umbria.

 

10. Ippovie, percorsi ciclabili, trenini natura.

Oggi si vanno imponendo sempre con maggior decisione svariati modi nuovi di intendere il viaggio, la vacanza o la semplice gita fuori porta: oltre al classico turismo enogastronomico e culturale-museale, due tipologie particolarmente in via di diffusione sono l'ippoturismo (o equiturismo) e l'escursionismo in mountain bike. Entrambe prescrivono territori che abbiano caratteristiche ben precise, fra cui la presenza di aree ampiamente non urbanizzate e scarsamente trafficate: nella Tuscia tali caratteristiche sono proprie soprattutto del territorio maremmano, ove la coltura estensiva ha permesso la conservazione di ecosistemi agrari e naturali di notevole vastità; inoltre, la presenza capillare di strade sterrate (seppur spesso in cattivissimo stato) costituisce un elemento positivo in più per la fruibilità della Maremma Laziale, soprattutto per gli appassionati di mountain bike. In altri territori pregiati della Tuscia - pensiamo alla Teverina - potrebbero essere creati itinerari simili per mountain bike e equiturismo, sebbene qui la particolare morfologia del territorio, assai frastagliata a causa delle numerose forre, non permetterebbe itinerari lunghi quanto quelli possibili in Maremma.

Un ultimo modello turistico in via di sviluppo è infine quello legato alla fruizione meramente estetica del territorio per mezzo dei cosiddetti "trenini natura"; un servizio che può essere offerto sostanzialmente secondo due tipologie. L'una che utilizza le normali linee ferroviarie, organizzando in alcuni precisi giorni un servizio di navetta, sistema attualmente già diffuso e sviluppato nella vicinissima Bassa Toscana (Colline Metallifere, Valdorcia, Crete Senesi), cha ancora una volta si presenta come un modello da seguire nell'ambito della valorizzazione di tutte le risorse turistiche del territorio; la Tuscia, al paragone, è ancora nella preistoria dello sviluppo turistico. Una seconda tipologia, simile a quella già sperimentata a Cerveteri per la Necropoli della Banditaccia (o alla Camosciara, nel Parco Nazionale d’Abruzzo), è quella dei trenini elettrici che utilizzino strade sterrate. In tal senso, proprio ci sarebbe la possibilità di avviare un progetto molto interessante: la ferrovia dismessa Capranica-Civitavecchia presenta già un fondo percorribile dagli automezzi, ristrutturando e mantenendo questo, liberando gli accessi alle gallerie (oggi in parte chiuse) e rendendo quindi accessibile l'intero tracciato, vi si potrebbe realizzare un servizio di navetta sullo stile di Cerveteri, che mettesse in collegamento il litorale con l'entroterra e i parchi di Sutri e Marturanum. Il "trenino-natura", attraversando la Valle del Mignone - una delle aree collinari più selvagge del Centro Italia - offrirebbe un motivo di sicuro interesse paesaggistico, valorizzando una delle zone più belle e paradossalmente sconosciute dell'intera Tuscia, oggi minacciata dalla speculazione e dal progetto del ripristino della ferrovia (con un costo ambientale e di risorse inaccettabile). Allo stesso tempo, il servizio potrebbe (e dovrebbe) prevedere delle soste per visitare i numerosi siti archeologici e di particolare importanza storica (oggi ancora sconosciuti ai più) disseminati lungo il tragitto (Cencelle, la Farnesiana, Luni sul Mignone, ecc.), permettendo peraltro di effettuare delle escursioni (indicate da segnavia e tabelloni) a piedi, in bici o a cavallo, verso siti di particolare rilevanza situati nei paraggi del tracciato (San Giovenale, Norchia, Civitella Cesi, Blera e le sue necropoli, Grotta Porcina, ecc.). Tale valorizzazione della ferrovia abbandonata andrebbe ovviamente posta in sintonia con una più generale fruibilità dello stesso tracciato, che potrebbe diventare una vera e propria pista ciclabile (cosa che peraltro oggi già accade autonomamente) secondo un modello che in Italia si sta diffondendo sempre più.

 

11. Valorizzazione escursionistica del patrimonio ambientale.

Discorso a parte merita l'escursionismo a piedi nella Tuscia. Anche questo tipo di turismo non è stato mai e poi mai adeguatamente valorizzato nella Tuscia, che paradossalmente possiede un territorio adattissimo ad uno sviluppo enorme di questa attività, ormai divenuta classica in molte parti d’Italia. La prevalenza di una morfologia dolce, la mancanza di montagne riservate ad esperti alpinisti, il clima  mite in tutto l'anno, la ricchezza di fauna e flora, il connubio diffuso ovunque fra ruderi antichi e ambiente naturali, le particolari emergenze geologiche e, non ultimi, gli innumerevoli canyon di tufo, vera peculiarità della Tuscia, ne fanno un'area a palese vocazione escursionistica. Non è un caso, infatti, che laddove l'escursionismo sia stato promosso e il territorio valorizzato in tal senso - non solo con la tutela dei luoghi ma anche con la creazione di itinerari segnati e ben descritti - l'escursionismo si è diffuso in modo eccezionale: pensiamo ad esempio ai parchi di Marturanum e del Rufeno o alla Riserva Naturale del Lago di Vico. Immaginiamo se una gestione di quel tipo fosse estesa ai magnifici Monti della Tolfa, alla Teverina (in particolare nella zona dei Calanchi e in quella di Bomarzo, dove i limiti della ristrettezza della Riserva di Monte Casoli sono fin troppo evidenti), alla campagna fra Tuscania e Tarquinia, o infine alle zone meno battute del comprensorio cimino. Anche l'escursionismo, però - occorre dirlo -, abbisogna di ampi spazi tutelati e valorizzati per svilupparsi adeguatamente, e tale presupposto cozza con la miope politica di conservazione finora attuata nell'Alto Lazio etrusco, basata soltanto su aree protette microscopiche e per questo scarsamente competitive nei confronti dei grandi parchi italiani (come ad esempio il  Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, la Majella, i Sibillini, o il Gran Sasso-Laga), o  anche in confronto a quelli vicini del Grossetano e del Senese. Parchi troppo ristretti, oltre a garantire un livello di tutela ambientale davvero basso, non danno garanzie all'escursionista di non incontrare situazioni di degrado o di inaccessibilità appena al di fuori dei limiti delle aree protette. E ciò accade puntualmente nella Tuscia, si prenda l'esempio della Valle del Biedano: pulita, accogliente e supervisitata nella porzione tutelata dal Parco di Marturanum (Comune di Barbarano Romano); abbandonata, inaccessibile, sporcata dai rifiuti e scarsamente visitata in quella ricadente nel Comune di Blera!

Postato da: lucabellincioni a 15:55 | link | commenti (4)
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giovedì, 05 febbraio 2009
Alba (Provincia di Cuneo, Piemonte)

Alba sorge nel cuore delle Langhe, un territorio magnifico, di spiccato carattere rurale, in cui l'opera dell'uomo coesiste in mirabile equilibrio con l'ambiente naturale. Un suggestivo “paesaggio medievale” fatto di immensi vigneti, punteggiati da borghi, casali, ville, torri e castelli, che per la sua straordinarietà è attualmente candidato al riconoscimento, da parte dell'Unesco, quale "patrimonio dell'Umanità". Amene colline in cui vissero ed operarono - ispirati dalla bellezza dei luoghi - intellettuali, artisti e scrittori, come ad esempio Beppe Fenoglio e Cesare Pavese, e che oggi continuano ad attirare il turista alla ricerca di paesaggi autentici, oltre che del buon vino. Con le sue austere e numerose torri, che svettano sull'abitato e lo caratterizzano sin da lontano, Alba appare al visitatore come un gioiello d'architettura incastonato nel verde delle Langhe. Se il Medioevo, il Rinascimento e il Barocco hanno conformato l'aspetto attuale di questa nobile ed aristocratica cittadina d'arte, tra le più interessanti del Piemonte, essa, tuttavia, nasconde una storia antichissima, risalente addirittura al Neolitico. Fu in quel tempo remoto che si insediò nella Valle del Tanaro una popolazione in precedenza nomade, forse di provenienza celtica, la quale nei secoli successivi finì col diversificarsi in varie etnie. Iniziò a delinearsi dunque il popolo degli Albesi, cui in seguito, nel V sec. a. C., si unì un gruppo di Galli invasori. Nel II sec. a. C. venne poi la dominazione romana, che lasciò comunque al municipium una certa indipendenza amministrativa: il villaggio prese allora il nome di Alba Pompeia, si ingrandì, fu munito di possenti mura poligonali e conobbe un notevole sviluppo economico e commerciale. Con la caduta dell'Impero Romano, Alba fu soggetta alle dure invasioni barbariche di Visigoti, Burgundi, Franchi e Longobardi, mentre, a cavallo del V sec. d. C., la città subiva un sostanziale rinnovamento, con la distruzione dei templi pagani e l'edificazione delle prime chiese cristiane. La rinascita e la costituzione del libero comune arrivarono solo nel X sec., allorquando Alba riprese a svilupparsi e ad espandersi, e più tardi fu fedele all'imperatore Federico Barbarossa, il quale l'avrebbe ripagata con ingenti benefici: in questo periodo fu quindi un ulteriore rinnovamento generale del tessuto urbano, che si arricchì di edifici sia civili che sacri. La successiva storia di Alba, per tutto il basso Medioevo e sino agli albori dell'Età Moderna, fu segnata da molte disgrazie, fra guerre continue (divenne possedimento dei Savoia), terremoti e pestilenze, sino ad arrivare all'epoca della Campagna in Italia di Napoleone Bonaparte, che qui, il 28 aprile 1796, fece sventolare il primo tricolore italiano, composto dai colori rosso, blu e arancio, oggi adottati dal gonfalone della Regione Piemonte. Ma si trattò di una mera illusione, poiché la dominazione francese, lungi dal portare libertà, significò una fase di vessazioni economiche per gli Albesi, cui dobbiamo aggiungere il danneggiamento di monumenti e il furto di opere d'arte. In tempi più recenti, nel corso della Seconda Guerra Mondiale Alba fu al centro delle operazioni belliche nonché di una strenua resistenza partigiana. Dal Dopoguerra ad oggi, l'abitato di Alba ha visto un notevole sviluppo urbanistico, che in parte ha alterato il rapporto fra centro storico e campagna, ma tutto sommato la cittadina è rimasta piuttosto compatta, chiusa da dolci rilievi collinari. A leggerla dai suoi monumenti la lunga storia di Alba si riflette soprattutto nell’arte medioevale, rinascimentale e barocca: ai secoli XIV e XV risalgono le torri che tuttora dominano la cittadina e che in passato dovettero essere assai più numerose (la tradizione vuole che ve ne fossero 100!). Oggi se ne sono conservate venti, per lo più abbassate e adattate alle abitazioni: fra tutte, le tre più integre ed interessanti sono visibili da Piazza Duomo: Torre Sineo, Torre Paruzza e Torre Astesiano. Per il resto il centro storico, che colpisce per eleganza e compostezza e per gli immancabili mattoncini rossi, è un armonico e raffinato mosaico di palazzetti cinque-sei-settecenteschi e serba molte e pregevoli chiese, fra cui innanzitutto la splendida e suggestiva Cattedrale di San Lorenzo: costruita probabilmente sui resti di un tempio romano, la chiesa vide due rimaneggiamenti architettonici essenziali, l'uno romanico e l'altro nel 1486, anche se nel Seicento, dopo una rovinosa scossa tellurica, essa subì una generale ristrutturazione; una curiosità è il campanile duecentesco, che ha inglobato interamente il campanile preesistente; bellissimo il coro ligneo cinquecentesco. Altro monumento degno di nota è la Chiesa di San Domenico, eretta dai domenicani nel XIII sec. e rimaneggiata fra Seicento e Settecento; durante l'invasione francese, i napoleonidi, come da loro empia consuetudine, la utilizzarono come stalla per cavalli e la chiesa fu riaperta al culto soltanto nel 1827. L'edificio conserva comunque il severo abito gotico originario, con un portale che presenta una profonda strombatura di colonnine in arenaria, mentre nella lunetta è un dipinto che ritrae la Madonna con il Bambino tra San Domenico e Santa Caterina da Siena. Davvero notevoli poi l'abside semi-decagonale e, all'interno, i capitelli dei pilastri, diversi fra loro per forma e dimensione. Non ultima, merita una menzione speciale la Chiesa di San Giuseppe, situata nel borgo di San Lorenzo: innalzato nel Seicento e completato nel secolo successivo, si tratta di un edificio piuttosto semplice e massiccio ma con una graziosa facciata barocca. Caratterizzata dalle numerose cappelle e da un prezioso coro in noce del XII secolo, la Chiesa di San Giuseppe è importante soprattutto perché custodisce le tracce dell'antico passato di Alba: al di sotto della chiesa attuale, infatti, si può compiere un percorso archeologico che si inoltra nei resti di strutture romane. Tra gli altri edifici sacri, ricordiamo infine l'Ex Convento della Maddalena, con un grande porticato interno, il Tempio di San Paolo e la Chiesa di San Giovanni. Passando invece ai monumenti civili, vanno citati almeno il Teatro Sociale, il pittoresco Palazzo Comunale, il Palazzo Vescovile, il Palazzo dei Conti di Serralunga, il palazzo gentilizio detto Casa Porro e l’austera e più antica Casa Marro. Alba offre infine la visita del Museo civico archeologico e di scienze naturali "Federico Eusebio", suddiviso in due sezioni, l’una archeologica l’altra naturalistica, impostate sulla documentazione e sullo studio del territorio di Alba e dintorni, con particolare attenzione all’era preistorica. Il museo è sito in Via Vittorio Emanuele, che è il corso storico principale di Alba, sul quale si aprono le caratteristiche botteghe con i prodotti tipici, in primis vino, cioccolata e tartufo. Del resto, occorre rammentare in conclusione che Alba è sì una cittadina pregna d’arte e storia, ma allo stesso tempo è l'epicentro di una pregiatissima produzione agricola. Dal punto di vista eno-gastronomico, accanto ai celebri vini, spicca una grande specialità locale, vale a dire il tartufo bianco, alla quale è dedicata una lunga fiera, che ha il suo cuore nella sfilata dei carri allegorici. Come tutti gli intenditori sanno bene, però, i docg Barolo, Barbaresco e Roero sono i gioielli della produzione vitivinicola locale, che ha disegnato nel tempo un paesaggio agrario tra i più splendidi d'Italia.

Postato da: lucabellincioni a 22:38 | link | commenti
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mercoledì, 04 febbraio 2009
Lettera aperta alle associazioni sabine: per un Parco Agricolo e Culturale della Sabina

La Sabina ha conservato un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso delle leccete che avvolgono i monti dalle sagome arrotondate, i vigneti, i colori cangianti dei pascoli e dei campi coltivati, i magnifici uliveti che rivestono i poggi, gli innumerevoli borghi arroccati formano insieme un notevole esempio di "paesaggio medievale", tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma.

Paesaggio sabino presso Frasso

- la splendide colline intorno alla Valle del Farfa presso Frasso Sabino -

 Eppure, negli ultimi tempi le cose stanno cambiando velocemente. E non solo nella Sabina, ma anche nella Tuscia, nella Bassa Toscana, in Umbria, anzi – a ben vedere - in tutto il resto d’Italia: zone che fino a qualche tempo fa apparivano “sacre” ed “intoccabili”, simbolo della migliore tutela paesaggistica in Italia, come la Maremma toscana, la Valdorcia, la Valle Umbra, le Langhe, il Montefeltro o lo stesso Chianti, vengono oggi aggredite da un’aggressione edilizia che si manifesta nelle forme più svariate: lottizzazioni in piena campagna o ai piedi di borghi medievali, demenziali borghi “neo-medievali” costruiti ex-novo, capannoni industriali che spuntano come funghi nei campi, aree commerciali buttate a caso lungo le strade a veloce scorrimento e spesso anche lungo quelle interne di collegamento fra paeselli sperduti.

Casale sabino presso Scandriglia

- campagna sabina ai piedi di Scandriglia -

E nella Sabina, oltre a tutte queste cose che purtroppo attualmente accomunano ogni regione italiana in questo sfacelo generale del nostro paesaggio agricolo e naturale, si assiste purtroppo ad un morbo infestante che la coinvolge per la vicinanza con Roma: l’abusivismo edilizio. E non è un caso allora se allontanandoci dalla Capitale su qualsiasi statale o sulla stessa autostrada le costruzioni offensive al paesaggio diminuiscono progressivamente, quasi per magia. Roma “pesa”, dunque, con le migliaia di pendolari che – messo qualche soldo da parte – vorrebbero sbancare colline e prati in Sabina per farsi la villetta rosa con parabolica, prato inglese, palme e cane abbaiante. Oppure con l’arricchito di turno che ha capito come sia facile farsi rilasciare licenze edilizie dagli uffici tecnici dei Comuni della zona per costruirsi la villona in stile hollywoodiano. E se è vero che sul territorio sabino ci sono vincoli paesaggistici e idrogeologici che pesano come macigni, e per i quali non si potrebbe nemmeno alzare un muretto, supposizioni simili vengono spontanee.

Campagna di Monteleone Sabino

- i meravigliosi colori autunnali della campagna di Monteleone, una delle più belle dell'intera Sabina -

E così negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di questo vergognoso fenomeno, l’abusivismo edilizio, appunto, che ci ha regalato un po’ dappertutto scheletri e scheletroni abbandonati. Edifici bloccati ma non demoliti, secondo una procedura “monca” che finisce col ferire ancor più il paesaggio rispetto al puro e semplice condonare gli illeciti. Non molti, certo, in confronto ad altre aree del Lazio (in Ciociaria, nell’Agro Pontino o intorno ai Castelli Romani ad esempio), o – peggio - in confronto a tante zone martoriate della Campania, della Calabria o della Sicilia: ma qui, nella meravigliosa Sabina, dove il paesaggio agreste è spesso più simile a un dipinto che alla realtà, questi ecomostri o eco-mostriciattoli pesano troppo, e troppo sono intollerabili. Li ritroviamo a ridosso dei pregiati centri storici di Salisano, Castelnuovo di Farfa, Casaprota, Scandriglia, Fara in Sabina e Toffia, nelle splendide campagne di Mompeo e Passo Corese (più uno grosso e scandaloso nell’intatta e incontaminata campagna fra Torricella e Poggio San Lorenzo) e in più punti nell’area commerciale di Osteria Nuova.

Veduta di Fianello

- veduta di Fianello, eminente esempio dell'incastellamento in Sabina -

Dall’autostrada Roma-Firenze, invece, provenendo da Roma si possono “ammirare”, all’altezza di Ponzano Romano, in alto sulla sinistra, ben tre scheletri di ville in cima ad una collina: freschi, freschi, non si sa se siano abusivi o frutto di una scellerata autorizzazione a costruire. Accanto all’abusivismo poi c’è la speculazione, che negli ultimi anni pare aver individuato nella Sabina il nuovo “Far West” del cemento nel Lazio. Tant’è che intorno a centri come Poggio Mirteto, Casperia, Cantalupo, Roccantica e lungo la SR 313 da Passo Corese a Montopoli, fervono un po’ ovunque cantieri per la costruzioni di ville a schiera, o singoli villoni dalle forme assolutamente aliene dal paesaggio circostante. Come se non bastasse, il paventato centro intermodale a Passo Corese - che prevede lo sbancamento di centinaia di ettari di paesaggio sabino - darebbe il colpo di grazia a questo territorio, depregiandolo di colpo e dando il via libera all’edificazione selvaggia che a quel punto avrebbe tutte le carte in regola per svilupparsi a macchia d’olio.

Paesaggio Sabino ai piedi di Scandriglia

- le pittoresche campagne coltivate intorno a Scandriglia -

Come dimostra anche la triste vicenda dell'Outlet del Soratte, i palazzinari romani stanno “sbavando” sulla Sabina: questo è ormai chiaro. Ebbene, se i Sabini hanno ancora un po’ d’orgoglio, questi “signori” vanno rimandati a casa. Gli uliveti della Sabina, le sue fertili campagne, le sue verdi colline non si toccano. La Sabina è insomma giunta ad un bivio decisivo: diventare in trent’anni una semplice appendice dell’area metropolitana della Capitale oppure restare un’oasi del “buon vivere”, sviluppando altresì tutte le proprie potenzialità turistiche, magari facendo “sistema” con la Provincia di Viterbo e le aree settentrionali di quella di Roma e quindi creando un vero e proprio “distretto turistico” dell’Alto Lazio.

Paesaggio sabino presso Scandriglia, sulla strada per Orvinio

- monastero abbandonato presso Scandriglia -

Di certo, però, la devastazione del territorio non va d’accordo con lo sviluppo turistico di qualità, vale a dire con uno sviluppo economico sostenibile e duraturo che faccia leva sulle peculiarità locali. Sapranno gli amministratori comunali (ma anche e soprattutto la Provincia e la Regione) difendere, valorizzare e (finalmente) promuovere in modo adeguato la Sabina? Staremo a vedere. Intanto, quale segretario dell’Associazione Culturale Onlus «Oreas», nonché autore del blog Ambiente e Paesaggio 2000, voglio lanciare un’idea ambiziosa: proporre l’istituzione di un “Parco Agricolo e Culturale della Sabina”, finalizzato alla salvaguardia e allo sviluppo della società rurale sabina, evitando ogni ulteriore consumo di prezioso territorio agricolo.

Campagna di Monteleone Sabino

- paesaggio fra Monteleone Sabino e Torricella -

Un parco vastissimo, che comprenderebbe tutte le aree rurali della Sabina Laziale (Sabina Tiberina, Farfense, Lucretile, Turanense e Reatina) e di quella Umbra (i territori cioè di Stroncone, Otricoli, Calvi e in parte di Narni), per dar vita a un grandioso progetto di valorizzazione e promozione dell’intera sub-regione sabina e delle sue straordinarie peculiarità paesaggistiche. La Sabina ha infatti tutte le potenzialità per superare il puro e semplice "turismo della bruschetta", fatto solo di sagre e festicciole paesane, e per arrivare ad un turismo culturale, ambientale ed enogastronomico ai livelli delle più rinomate zone turistiche dell’Umbria, della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte e di altre realtà. Del resto, molti stranieri, in particolare inglesi, hanno già scoperto da soli questa terra privilegiata, hanno acquistato case nei borghi e casali nelle campagne, tant’è che ormai si parla di “Sabinashire” così come vent’anni fa come accadde per il cosiddetto “Chiantishire”.

Panorama dal Monte Pizzuto

- le verdi colline della Sabina Tiberina viste dal Monte Pizzuto -

L’enorme diffusione di agriturismi negli ultimi tempi rappresenta fra l’altro un segnale di fondamentale importanza per la Sabina, che pian piano sta iniziando a proporsi come una nuova meta del turismo enogastronomico e culturale, grazie anche all’eccezionale posizione strategica e alla comodità dei collegamenti viari. Un “paradiso rurale” a due passi dalla Città Eterna, quindi, dove il paesaggio è sempre verde, dove i tramonti sono irripetibili e la primavera incomparabile, dove l’atmosfera paesana è rimasta quella di sessant’anni fa…

Veduta di Roccantica

- veduta di Roccantica, uno dei centri più suggestivi della Sabina -

Tuttavia, la mancanza di tutela nella Sabina è oggi un grave freno ad uno sviluppo turistico di un certo rilievo: ad esempio, chi investirebbe centinaia di migliaia di euro per ristrutturare un casolare o un’abitazione storica a fini ricettivi (o di semplice svago) per poi rischiare di vedersi spuntare davanti gli occhi un capannone industriale o una villona in stile hollywoodiano? Una seria politica di tutela attira investimenti di qualità nel territorio ed è presupposto essenziale per la sua valorizzazione e quindi per la sua promozione. Sul trinomio tutela-valorizzazione-promozione, infatti, si gioca il futuro della Sabina, ed un progetto come il Parco Agricolo e Culturale della Sabina (al quale dovrebbe essere affiancato un Parco Regionale dei Monti Sabini o almeno una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto) può esserne la sintesi più efficace. Concludendo, confido nell’interessamento al progetto del “parco agricolo” da parte di tutte le associazioni ambientaliste e culturali della zona. Qui si deve iniziare a proporre qualcosa di innovativo e costruttivo. Occorre cioè dotare la Sabina di nuovi strumenti di tutela e di sviluppo sostenibile. Non basta indignarsi e denunciare gli eventuali guasti una volta che sono stati perpetrati. Occorre passare al “contrattacco”. Prima che sia troppo tardi.

Luca Bellincioni

Postato da: lucabellincioni a 17:52 | link | commenti (2)
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mercoledì, 28 gennaio 2009
Campagna nazionale Stop al consumo del territorio

Come tutti sappiamo, l'Italia negli ultimi anni sta venendo seppellita da una valanga di cemento senza senno. Si è calcolato che dal Dopoguerra ad oggi in Italia un'area grande quanto tutto il Nord è stata urbanizzata; e solo negli ultimi trent'anni circa un'area grande quanto il Lazio e l'Abbruzzo messi assieme è stata cementificata. Cifre agghiaccianti. Paesaggi che prima ci erano familiari e che facevano parte della nostra cultura e della nostra identità sono scomparsi o scompaiono mese dopo mese sotto i nostri occhi inermi. Allo stesso tempo il nostro ambiente sta collassando, con l'aria, i mari e i fiumi inquinati (e spesso addirittura con le sorgenti al secco o inquinate pure quelle), le malattie che si propagano in maniera esponenziale, frane e allagamenti causati dall'impermealizzazione dei terreni, le campagne cementificate, l'agricoltura in via d'estinzione e i prodotti agricoli che non si sa più da dove vengano. Tutto ciò ha un colpevole, il padre di ogni disastro ambientale e di ogni cambiamento climatico: il consumo del territorio. Questo consumo è avvenuto finora in maniera irrazionale e decisamente superiore alle possibilità del nostro territorio. Interi ecosistemi sono stati cancellati e con essi la produttività agricola necessaria ai nostri bisogni primari. Continuando con questo trend, fra cinquant'anni l'Italia sarà quasi completamente urbanizzata e via via diverrà matematicamente invivibile. Inoltre, si costruisce senza limiti ma la disoccupazione e la precarietà dilagano; e come se non bastasse, nelle zone più (e peggio) urbanizzate incalza la delinquenza sotto ogni sua forma, simbolo del legame apodittico ed indissolubile fra degrado ambientale e degrado sociale ed umano.
Per reagire a questo disastro - di cui i mass media ancora non parlano poiché al 99% assoggettati alle lobby politiche e quindi a quelle dell'industria, della speculazione e del cemento in genere - è nata una campagna nazionale: "Stop al consumo del territorio" (www.stopalconsumoditerritorio.it), lanciata da scienziati, studiosi del territorio ed intellettuali e guidata dall'illuminato sindaco di Cassinetta di Lugagnano, cui io ho immediatamente aderito. La campagna, supportata da una grande petizione nazionale on line, è finalizzata a realizzare ciò che per decenni è sembrato solo una grande utopia: creare cioè una legge per bloccare definitivamente qualsiasi ulteriore consumo di terreni agricoli e naturali, contrastando soprattutto le speculazioni supportate dalle amministrazioni locali. Per firmare la petizione potete connettervi al sito e seguire le istruzioni. E' un dovere di tutti noi verso le nuove generazioni e verso il nostro amato Paese. E' una battaglia di civiltà, il tempo stringe e questa è forse l'ultima possibilità di evitare che l'Italia divenga un deserto di cemento ed orrori, e di dare altresì un esempio di civiltà a tutti gli altri Paesi del mondo. Ancora una volta una lezione di civiltà, dopo l'Umanesimo e il Rinascimento e dopo tutti i grandi personaggi della nostra storia: non dimentichiamo che siamo in qualche modo gli eredi di Cicerone, Virgilio, Dante, San Francesco, Leonardo, Michelangelo, Bernini, Petrarca, Valla, Beccaria, Vico, Leopardi, Raffaello, Giotto, ecc; che siamo il Paese più ricco di bellezze artistiche e di paesaggi storici del Pianeta e che dobbiamo difendere quest'eredità; e che stiamo svendendo tutto ciò per gli interessi di quattro imbecilli. L'Italia ha oggi bisogno di un nuovo Rinascimento, dopo l'invasione barbarica di quel mostro-moloch che è l'edilizia selvaggia, e iniziative come "Stop al consumo del territorio" possono esserne il primo passo. Non lasciamoci sfuggire quest'occasione.

Luca Bellincioni

Postato da: lucabellincioni a 10:32 | link | commenti (2)
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domenica, 25 gennaio 2009
Ambiente e Paesaggio 2000 compie un anno

In questi giorni Ambiente e Paesaggio 2000 compie un anno. Più di 4000 contatti non sono pochi per un blog che affronta argomenti complessi, delicati ed impopolari come la tutela del territorio in tutti i suoi aspetti. Ad ogni modo, Ambiente e Paesaggio 2000 si sta diffondendo nella rete e mira a divenire uno spazio importante nel mondo dell'ambientalismo italiano.

E parlo dell'ambientalismo "vero", quello di chi ama appunto "veramente" la natura e "si sporca le mani e le gambe" andando per sentieri, non di quello "falso" ed ipocrita di chi fa l'ambientalista da dietro un pc e dice di amare la natura  soltanto perché guarda i documentari in tv o perché fa un viaggio una volta ogni 10 anni in uno dei posti più reconditi della Terra per poterlo poi raccontare ai propri colleghi d'ufficio.

Ringrazio dunque tutti coloro i quali amano la propria terra e combattono ogni giorno per difenderla, ed in particolare chi ha avuto la pazienza di leggere i miei articoli, spesso pesanti e di certo mai divertenti. Rinnovo peraltro l'invito a tutti i lettori di Ambiente e Paesaggio 2000 a pubblicare sul blog articoli di denuncia o di promozione del territorio in cui vivono (o in cui non vivono ma cui sono affezionati). Ne sarei onorato.

E ricordate tutti che possiamo difendere l'ambiente e il paesaggio solo ed esclusivamente conoscendoli ed amandoli, dedicandogli attenzione e portandogli rispetto. Alla conoscenza subentra l'amore, all'amore subentra il dovere. Ed è proprio il dovere di diffondere un concetto di sviluppo nuovo, che non passi cioè più per la distruzione del territorio, ad animare il blog Ambiente e Paesaggio 2000. Un dovere verso le nuove generazioni che spero sempre più cittadini sentiranno sulle proprie spalle. Grazie a tutti.

Luca Bellincioni

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lunedì, 19 gennaio 2009
Lo scempio del Castello dei Conti d’Aquino a Roccasecca (Lazio, Provincia di Frosinone)

Arroccate su uno sprone del Monte Cairo ed affacciate sulla verde Piana Aquinense, le rovine del Castello di Roccasecca rappresentano uno dei luoghi di maggior pregio paesaggistico dell'intera Provincia di Frosinone, e sono note per le memorie custoditevi della vita di San Tommaso d'Aquino, che proprio qui ebbe i natali. Un luogo di straordinaria bellezza, che abbandonato all'incuria e agli incendi dolosi per molti anni, recentemente è stato interessato da un lento (anzi, inspiegabilmente, lentissimo) intervento di "valorizzazione turistica", al fine di crearvi un "parco archeologico". Un luogo in cui le memorie storiche si fondono (anzi, si "fondevano", e ora vi spiegheremo il perché) in sublime armonia con l'ambiente naturale. Ebbene, proprio i lavori di valorizzazione, che avrebbero dovuto esaltare queste caratteristiche di pregio, hanno finito coll'annientarle del tutto. Durante gli ultimi mesi di lavoro, infatti, per tutto il complesso dei resti della medievale città di Roccasecca è stata installata una lunghissima e larga scalinata lignea in salita, bordata da staccionata, con centinaia e centinaia di gradini che rendono più difficile e faticosa, anziché più facile, la salita al Castello dei d'Aquino.
Oltre all'inutilità dell'opera (in passato il sito era accessibile tramite una facilissima e magnifica passeggiata) e allo spreco mostruoso e francamente intollerabile di denaro pubblico e materiale ligneo (anch'esso in molti sensi da considerarsi "pubblico", in un'era di grave crisi ecologica come quella in cui viviamo), va detto soprattutto che i lavori sono stati progettati ed effettuati senza alcuna cognizione dei concetti basilari dell'architettura del paesaggio. La staccionata è chiara, grossa e grezza, dall'aspetto schiettamente moderno (come pure gli orribili paletti delle luci ad essa annessi), appena uscita da una segheria industriale, nemmeno lavorata in modo tale da renderla più rustica; essa, assieme alla gradinata con le sue tozze pedane (e alle panchinone "da parco di periferia", poste dappertutto come se il visitatore dovesse sedersi ogni minuto durante la salita!), forma un elemento altamente impattante (visibile sin da valle!!!), assolutamente cosa che avrebbe dovuto essere ovvia per i progettisti, la suggestione di tali ruderi (e di tutti i ruderi in generale, ovviamente) stava nel contrasto con l'ambiente naturale, dato qui dai prato-pascoli pietrosi calcarei tipici di quest'area appenninica, il che offriva l'incantevole impressione (oggi perduta) che le rovine sorgessero direttamente da terra come un elemento naturale. E proprio in questa fusione fra rovine in pietra locale e natura, con quest'ultima che tende a riappropriarsi dell'opera dell'uomo (e quindi ove la distinzione fra questi due elementi è assai labile), consiste il fascino del ruderismo, come ci insegna il profluvio di letteratura del Grand Tour, che non a caso scelse come meta d'elezione l'Italia per le sue innumerevoli vestigia del passato, e ancor più il Lazio ove esse erano, e sono, in numero davvero impressionante. Sicché, anche guardando la questione da questo punto di vista, ci appare come inquietante il fatto che l'installazione della gradinata e della staccionata sia stata effettuata in barba alla pur folta "letteratura del ruderismo" - da Goethe a Byron, da Gregorovius a Dennis, da Corot a Stendhal - che avrebbe sicuramente ispirato ai progettisti linee guida più consone alla vocazione e alle peculiarità del sito. Fra l'altro esisteva in più punti una vecchia, splendida mulattiera in pietra che si inerpicava sul sito, la quale avrebbe potuto essere consolidata e restaurata, e magari bordata da una piccola staccionata, senza l'assurda gradinata che fa attualmente sembrare i ruderi della dugentesca città dove nacque San Tommaso una specie di anonimo cantiere suburbano. Il prato-pascolo non si vede nemmeno più, ricoperto da questa specie di autostrada lignea, che all'occhio diviene assoluta protagonista della visita, cancellando fra l'altro anche i pregevoli scorci a valle che un tempo facevano la gioia dei fotoamatori, i quali oggi debbono saper "tagliare" nelle loro composizione (il che rende l'attività fotografica piuttosto frustrante e il risultato mediocre). E, come sappiamo, bene, in un'era in cui l'immagine funge da fondamentale promotore turistico, l'aver privato i visitatori di tante belle "cartoline" farà sì che, tonati a casa, il loro racconto di viaggio non sarà supportato da relativo "racconto visivo" riducendo così il potenziale del "passaparola" con la loro cerchia di conoscenti. E nemmeno di questa considerazione turistica essenziale (la tutela della valenza scenografica del sito) i progettisti erano coscienti. Roba da "fondamentali" del marketing territoriale (il saper "porre sul mercato" e "vendere" le "specificità" di un sito o di un territorio) e di architettura del paesaggio. Ma non basta! Giunti sconsolati all'arco d'ingresso del Castello dei Conti d'Aquino, posto all'apice dei ruderi della cittadina, ci troviamo attualmente di fronte un brutto cancello che, oltre a deturpare ulteriormente il luogo, non permette nemmeno l'accesso al fortilizio - possibile fino a pochi mesi fa - che era il punto più suggestivo e spettacolare di tutto il complesso di Roccasecca Vecchia. Il che - abbiamo potuto constatare - spinge molti visitatori - delusi dalla passeggiata (come attestano del resto alcune scritte ingiuriose già vergate nei pressi del cancello da qualche turista giustamente seccato dall'inaspettato scempio...) - a scavalcare pericolosamente il muraglione presso un piccolo ed instabile varco nello stesso, alla ricerca dell'ultimo scampolo di quella teorica bellezza dalla quale erano stati attratti tramite guide e depliant, che riportano quel luogo favoloso quale effettivamente erano le rovine del Castello dei Conti d'Aquino. A questo punto viene da pensare a quale sia più ormai il motivo di andare a visitare Roccasecca Vecchia, visto che quel che si avrebbe dovuto ammirare non si vede quasi più e viceversa che quel che si vede è praticamente solo una lunghissima e pacchiana gradinata. Dulcis in fundo, alla sommità di un rudere sono state innalzate le bandiere dell'Italia e dell'Unione Europea: ora, con tutto il rispetto per questi due simboli del nostro vivere civile, la loro collocazione su una struttura in rovina del XIII-XIV secolo risulta goffa e fuori luogo dal punto di vista storico-monumentale-paesaggistico, essendo tali bandiere più adatte ad una struttura urbana a carattere pubblico (ad es. il municipio o una scuola o un museo civico) che a un castello in rovina. Anche tale scelta discutibile testimonia la scarsa competenza dei progettisti, laddove sarebbe stato più corretto installare (come viene solitamente fatto in questi casi: si prenda l'esempio positivo della Rocca Monaldeschi di Bolsena) una bandiera con lo stemma, o meglio con i colori, del Comune.
Concludendo, siamo di fronte ad uno dei più demenziali e tecnicamente peggiori interventi di valorizzazione (o meglio deturpazione) di un bene culturale che sia dato di vedere in Italia oggi, un vero scempio del quale si dovrebbero indignare tutte le persone colte, sensibili e di buon senso, non solo in Ciociaria (dove purtroppo ce ne sono evidentemente poche, visti i ripetuti scempi a cui questa meravigliosa terra è da decenni sottoposta nel silenzio generale) ma anche nel resto del nostro Paese. Auspichiamo che con questo contributo vi sia un serio interessamento dal parte dell'opinione pubblica verso quest'episodio che in realtà è oggi solo l'ennesima prova di come gli interventi di restauro e valorizzazione dei beni culturali (siano essi archeologici, storici, artistici o paesaggistici) vengano troppo spesso effettuati da persone incompetenti e con spreco di risorse che sarebbero potute essere destinate a finalità ben più importanti. Solo nel Lazio, ricordiamo il restauro del Ninfeo del Bramante e della porta d'ingresso al borgo di Genazzano (l'uno completamente stravolto e l'altro trasformato in una porta da castello di Gardaland), il restauro della torre di Valentano (con la pacchiana copertura moderna), la nuova mostruosa torre del Palazzo Chigi a Formello (segnalata peraltro ai "Luoghi del cuore 2008" del FAI), il nuovo insensato arco in tufo (!?) e il nuovo ponticello sul Fiora a Vulci (Montalto di Castro), il ridicolo casotto installato di fronte al suggestivo teatro romano di Tusculum (Frascati); appena in Umbria, invece, segnaliamo il restauro (tuttora in corso) del teatro romano di Ocriculum (Otricoli), deturpato da ringhiere e gettate di cemento e, anche qui, da brutte ed inutili staccionate.
Ripetiamo: in tutti i casi si tratta di ingenti somme di denaro pubblico, non soltanto gettate al vento ma usate addirittura per rovinare proprio i beni pubblici che avrebbero dovuto conservare e/o valorizzare. Un paradosso raccapricciante che meriterebbe approfondimenti ben maggiori, ma al quale non dobbiamo abituarci. Diciamo solo che "pare" che alcune amministrazioni od enti riescano a far pervenire nelle proprie casse - in vario modo, talvolta oscuro - grossi finanziamenti per fare lavori spesso totalmente inutili ed arbitrari (e per questo dannosi) a beneficio non sia sa bene di chi (alle solite ditte edili, ovviamente...). Vengono così letteralmente inventati "dal giorno alla notte" interventi di cui il bisogno non si sentiva affatto. Per giunta, "pare" che i lavori progettati (non si sa bene da chi, e tanto meno con quale iter vengano scelti i progettisti) vengano svolti senza alcuna supervisione da parte ministeriale: sempre restando all'esempio di Roccasecca, qualcuno della Soprintendenza sa di quello che è stato fatto? E se sì, lo approva?
Invitiamo chiunque a visionare coi propri occhi i lavori effettuati a Roccasecca, che susciteranno certamente orrore in chi conosceva ed amava il posto com'era prima, e com'era sempre stato dal suo abbandono in poi, insomma com'era stato lasciato dalla Storia: certo, qualcosa per migliorare e rendere più fruibile il posto si poteva fare, ma certo non nei modi in cui è stato fatto. Auspichiamo, infine, che una vasta opinione pubblica possa far sentire la propria voce alle amministrazioni preposte, affinché sia quanto prima ripristinato lo status quo ante, magari con il riutilizzo del materiale della gradinata e della staccionata per interventi di valorizzazione nelle aree vallive, dal canto loro sempre più degradate dall'abusivismo edilizio. A proposito: tutti i soldi buttati via per il "parco archeologico" non potevano essere più intelligentemente e più sensatamente usati per demolire gli abominevoli e vergognosi scheletri di cemento che punteggiano senza pietà la campagna di Roccasecca, la quale, nonostante tutto nel complesso ancora piuttosto integra, dovrebbe essere soggetta - quella sì che ne avrebbe bisogno! - ad un progetto di recupero, bonifica e di valorizzazione turistica, contando che ci passa anche un fiume importante (il Melfa)??? Ma probabilmente a queste ovvie domande non ci sarà dato sapere, e quel che ci rimane è la temporanea perdita di un altro pezzo del nostro patrimonio culturale. Ed ancora, ed è quel che forse fa più male, nel silenzio di tutti.

Postato da: lucabellincioni a 23:59 | link | commenti
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venerdì, 09 gennaio 2009
L'importanza culturale degli "spazi vuoti" nell'era dell'Urbanesimo e la tutela del paesaggio tuscanese

Affacciandosi dal parco-belvedere di Torre Lavello, a Tuscania, si può ammirare uno dei panorami più suggestivi e romantici del Lazio e dell'intera Etruria. Uno scenario sublime, ove il magnifico complesso monumentale delle antiche basiliche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, capolavori dell'arte romanica, ed i pittoreschi ruderi del Rivellino convivono in equilibrio mirabile con il paesaggio agreste e naturale della Valle del Marta. Sull'amplissimo sfondo, poi, da un lato si ergono i verdi Monti Cimini (con la città di Viterbo che si intravede appena alle loro pendici) e dall'altro le tormentate e solitarie alture della Tolfa. Un paesaggio che appare al visitatore come una sorta di "dipinto vivente", dove ogni dettaglio assume un senso e un valore. Un paesaggio, come si può ben immaginare, estremamente vincolato, almeno formalmente, poiché di straordinario valore non soltanto estetico ma anche culturale. Del resto, l'affacciarsi da questo belvedere - che sorprende sempre i turisti, visto che ancor oggi Tuscania è marginale alle rotte più importanti del turismo culturale ed ambientale - dona allo sguardo attento e sensibile due elementi di estrema suggestione: in primo luogo quello più scontato, ossia il connubio fra monumenti antichi e ambiente naturale; in secondo luogo lo "spazio", dato dalla sussistenza di orizzonti vuoti ed inafferrabili, come quelli che si scorgono al di là della vallata verso le sagome appena pronunciate delle colline tolfetane. Ebbene, nell'epoca post-industriale ed iperconsumistica in cui viviamo, da molti chiamata "Urbanesimo", dove ogni aspetto della vita si restringe in luoghi chiusi e ristretti (il posto di lavoro, la casa, l'automobile, il centro commerciale,  il condominio, la palestra, ecc...), lo "spazio" assume un valore di fondamentale importanza.  Lo "spazio naturale" si intende, vale a dire la prima vittima del modello di sviluppo contemporaneo, che vede nella riduzione degli ambiti naturali ed agricoli il segno del progresso umano.

 

Paesaggio etrusco- i vasti e romantici orizzonti dal belvedere di Tuscania -

In realtà, il cinismo e soprattutto l'aridità che oggi paiono dominare gli atteggiamenti umani, la mancanza di slancio etico, o anche soltanto morale, negli uomini, e quindi anche di senso civico, dipendono - pur indirettamente - proprio dalla riduzione dello spazio. Lo spazio naturale è ormai relegato per lo più nella solitudine e nell'asperità delle montagne più isolate, dove pochi appassionati osano avventurarsi. Non fa più parte della vita dell'"uomo comune". Lo spazio naturale non è più un "problema", non  incute più timore nell'uomo "civilizzato", semplicemente perché non c'è più. Eppure quel timore, proveniente dalla sensazione di ignoto ed inafferrabile, archetipica della nostra stessa esistenza, stimolava la fantasia, e con essa la riflessione, e in ultima analisi l'intelligenza. L'uomo gretto contemporaneo, invece, figlio dell'Urbanesimo e del Gigantismo cementificatore, e portato nella maggioranza dei casi - come abbiamo appena detto - a consumare la propria vita in ambienti ristretti e squallidi (compendiati nel triangolo casa-lavoro-centro commerciale) o nella stessa periferia (ove regna l'anomimato sia ambientale che umano), non può per natura essere più portato alla fantasia né al pensiero, tranne quella parvenza di "riflessioni" indotte dai mezzi di comunicazione (in primis la tv) che gli fanno credere di essere “libero” di pensare. Gli orizzonti spaziali ristretti portano gioco-forza a pensieri ristretti, e allo stesso modo conducono ad orizzonti di vita ristretti. In queste condizioni, ad esempio, non sarebbe più possibile ripetere fenomeni sociali e culturali straordinari della portata del Rinascimento o del primo Risorgimento: eppure la storia e la vita vanno avanti e le rivoluzioni culturali hanno sempre fatto parte della storia della civiltà. Anche l'uomo relativamente colto, oggi, se relegato nei luoghi ove lo spazio è pura e semplice ripetizione, essendo cioè privato degli spazi naturali e dell'ignoto, non sarà capace dello slancio intellettuale o spirituale ardito e coraggioso, ma incoscientemente diverrà ripetitore - seppur formalmente più elegante - di contenuti standardizzati e indotti dall'esterno. Certo, tali atteggiamenti e limiti dell'uomo sono presenti in tutte le epoche della storia, ma lo spazio naturale, che in passato era proprio ciò che distingueva i luoghi e forse in larga parte anche gli uomini che ci abitavano, era sempre lì, pronto a stimolare la mente e lo sguardo di chi avesse sensibilità ed occhi per vedere. L'arte, la letteratura, la stessa convivenza civile ne guadagnavano. Il senso civico e lo slancio etico potevano essere propri anche dell'uomo comune. Ora non è più così. Lo spazio naturale dava libertà di interpretazione, la dittatura dei mass media no. Lo spazio naturale dava la libertà di "cercare", l'Urbanesimo dà il diritto di ripetere.

E tornando all'esempio di Tuscania, alla luce di quanto scritto finora, lo sguardo che fugge all'orizzonte, oltre la splendida vallata etrusca del Marta fino ai Monti della Tolfa, assume un'importanza del tutto inaspettata. Quello sguardo che si perde in uno spazio dove i confini sono labili e mimetizzati - dove cioè alla natura subentra soltanto natura, sino a quella barriera celestina che chiude il quadro e che stimola ancor più la fantasia a pensare a ciò che potrebbe esservi oltre (una valle? un fiume? un ruscello? altre colline? ruderi antichi? campi coltivati? una città abbandonata?) - permette ancora all'uomo di sognare, di fantasticare, di pensare, di riflettere. In questo panorama non c'è nulla di scontato: non una città che interrompa lo sguardo sino alle alture tolfetane, non una "macchia bianca" di capannoni che riportino il pensiero allo squallore quotidiano: soltanto boschi, colline, pascoli, e campi sino a quella lontana barriera tolfetana. E' la stessa situazione che altri luoghi dell'Etruria ancor oggi magicamente conservano e ai quali per questo chi scrive è particolarmente legato: solo per fare due esempi noti, Pienza in Valdorcia o Civita di Bagnoregio nella Teverina (non a caso la prima già facente parte del patrimonio Unesco, la seconda in procinto di esservi inclusa).

Paesaggio storico tuscanese

 - il magnifico paesaggio storico tuscanese che si ammira dal Belvedere di Torre Lavello -

Il lettore che con conosca Tuscania a questo punto potrebbe pensare ad una gestione impeccabile di un patrimonio così immenso, quello del paesaggio naturale, agrario, suburbano ed urbano tuscanese. In realtà, ben lungi dall'essere mai stata valorizzata appieno, la bellissima cittadina situata nel cuore della Maremma Laziale negli ultimi tempi ha visto il concretizzarsi di episodi inquietanti e gravissimi ai danni di questo stesso patrimonio. Indebite ristrutturazioni di casaletti ai piedi di Colle San Pietro con consistenti aumenti di cubature, interramento di giardini pensili a frutteto nel centro storico a favore di incongrui prati inglesi (con tanto di volgari recinzioni a rete), ville e villette sorte come funghi nelle campagne nei pressi della Madonna dell'Ulivo, discarichette abusive nei fossi, orribili teloni bianchi che spuntano negli orti accanto alla basilica di Santa Maria Maggiore, ecc..

E non basta. Accanto al progetto devastante del nuovo aeroporto di Viterbo, addirittura vari progetti di centrali eoliche (!) interessano attualmente tutto il territorio della Maremma laziale (ma anche di quella toscana, già colpita in più punti dall'eolico selvaggio). Per fare qualche megawatt (che potrebbe essere più intelligentemente e razionalmente prodotto incentivando il fotovoltaico sugli immensi spazi industriali disponibili), si svende uno dei pochi scampoli di "grande spazio naturale" e di "sguardo sconfinato" che ci sono rimasti senza dove per forza salire su una montagna sperduta. Uno degli ultimi grandi spazi naturali, cioè, disponibili a tutti e non solo ad alpinisti od escursionisti provetti. Di colpo lo sguardo che si emozionava guardando quel mare di colline fino all'orizzonte (un'emozione senza prezzo, di un valore non quantificabile) verrebbe spezzato dalla mostruosità di tralicci con pale roteanti alti quasi cento metri, innalzati nel nome dell'avidità di chi li produce e li installa e dalla demenza di chi, sostenendone l'utilizzo nelle aree agricole e naturali (in buona fede o in mala fede, questo ancora non si è capito), crede di poter “aiutare” l'ambiente distruggendolo. In più, guardando tristemente le "torri eoliche" (innalzate oltre quelle medievali dal caldo color bruno del tufo) interrompere l'orizzonte un tempo vuoto, al posto dei silenzi maremmani si ascolterebbero (e si vedrebbero pure probabilmente) i tanti aeroplani dei voli low cost verso il vicino nuovo scalo viterbese: che fra l'altro porterebbero semplicemente altro turismo di massa, "mordi e fuggi", dove c'è ne già anche troppo (Roma, Fienze, Siena, Perugia) e non apportando nulla a nessuno (tranne logicamente a chi costruirà e gestirà l'aeroporto).

A quel punto, sono sicuro che molti di coloro i quali oggi conoscono ed amano Tuscania non ci tornerebbero più per non soffrire. E il turismo verrebbe di colpo ridimensionato poiché i paesaggi tuscanesi, che oggi emozionano il visitatore dall'animo sensibile (e che attendono solo di essere ulteriormente promossi e valorizzati), non avrebbero più senso. E, con lo spazio negato, tutti noi perderemmo l'ennesimo spunto per sognare, per pensare e per riflettere: e una delle ultime speranze, forse, di essere ancora liberi.

Postato da: lucabellincioni a 12:47 | link | commenti
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