Questo blog è dedicato allo studio delle tematiche relative all'ambiente e al paesaggio, e più in generale al mondo della natura, dell'arte e della cultura.

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Blogger: lucabellincioni
Nome: Luca Bellincioni
Storico, insegnante, guidarista, escursionista e fotoamatore, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano. Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Nei suoi scatti è presente una forte vena romantica, giacché egli tende idealmente a riprendere l'estetica dei vedutisti del Sette-Ottocento. Un gusto, questo, che si esprime innanzitutto nella ricerca dell'integrità dei soggetti e dei paesaggi proposti, nella ricerca dell'armonia tra uomo e ambiente, e da un punto di vista tecnico, nell'importanza data al cielo e nella cura delle inquadrature. Chi fosse interessato al mio lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattarmi all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it. Chi voglia invece pubblicare articoli e saggi attinenti agli argomenti trattati, può inviarmeli specificando nell'e-mail e alla fine del testo che il contributo al blog è del tutto gratuito e volontario e che sono responsabili dei contenuti dei propri scritti. I contributi anonimi o quelli risultati a mio insindacabile giudizio non attinenti od offensivi saranno comunque cestinati.

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martedì, 01 luglio 2008
Anagni (Frosinone, Lazio)

  Anagni è una pittoresca cittadina della Ciociaria, di cui appare come una sorta di suggestiva “Porta Nord”. Adagiata sopra un dolce colle, a 470 mt. s. l. m., e circondata da un paesaggio in parte ancora rurale, segnato dal corso del Fiume Sacco e dalle colline erniche. Nonostante il recente sviluppo industriale e viario, Anagni ha sicuramente nel turismo una potenziale risorsa, ma grossi passi in avanti vanno fatti per rendere più dignitoso ed accogliente il centro storico, all'oggi in uno stato di generale ed ignobile degrado. Numerosi poi gli scempi edilizi, che hanno seriamente alterato e deturpato l'originaria struttura urbanistica della cittadina. Contrasta con tutto ciò la presenza di monumenti straordinari del Medioevo italiano, ma anche dei segni del più remoto passato italico.

   L’antica Anagnia fu capitale “sacra” dagli Ernici, popolazione che abitava i monti omonimi e la Valle del fiume Sacco. Aderì alla Lega Latina, per poi essere sconfitta e divenire, nel 306 d.C., Municipio romano. Nel Medioevo, dopo essere passata ai Bizantini di Ravenna, nell’VIII secolo entrò nei domini della Chiesa: il Papato avrebbe intessuto da allora rapporti privilegiati con Anagni, dove si sarebbe rifugiata durante le lotte con il Comune Romano. Ma furono i secoli XII, XIII e XIV a segnare indelebilmente la storia della città. Indispensabile è infatti menzionare Bonifacio VIII, il papa nepotista contro cui inveì nella Comedia lo stesso Dante, e che subì l’affronto di essere arrestato nella sua stessa patria dai francesi accompagnati dal rivale e nemico di famiglia Sciarra Colonna, desideroso di porre fine allo strapotere dei Caetani nelle lande a sud di Roma: un episodio, questo, che divenne celebre e fu ricordato come lo “Schiaffo di Anagni”.

   E proprio alla vicenda dello “Schiaffo” si ricollega il monumento più celebre di Anagni, ossia l’elegante Palazzo dei Papi (o Palazzo di Bonifacio VIII), sorto in forme gotiche nei primi decenni del XIII sec. (quale residenza baronale della famiglia Conti), in cui proprio avvenne quello che storicamente viene meglio definito come l’”Oltraggio”. Da ricordare, nondimeno, che quivi, nel 1230, papa Gregorio IX ospitò Federico II di Svevia. Le sale del Palazzo, visitabili, offrono una discreta documentazione del passato di cui esso fu protagonista, con una ricostruzione degli interni che valorizza in primo luogo gli affreschi (sempre duecenteschi) rimasti sopravvissuti, tra cui spiccano quelli che danno il nome alla Sala dei Colombi.

   Ma, senza dubbio, il vanto artistico della cittadina è la Cattedrale di Santa Maria, la cui abside, situata nella scenografica Piazza Innocenzo III (dove si possono ammirare altri notevoli palazzi di epoca basso-medievale) rappresenta un capolavoro d’architettura romanico-gotica, con la caratteristica Loggia di Bonifacio. Non è pertanto un caso, infatti, se la bellezza della struttura esterna della Chiesa è in estate utilizzata quale nobile scenografia di un evento artistico di grande successo, quale il prestigioso Festival del Teatro Medievale e Rinascimentale.

   Anche l’alto e bellissimo campanile, ornato di bifore e trifore, costituisce un simbolo di Anagni. Esso si erge staccato a pochi metri di fronte l’austera facciata in stile romanico-campano, tipico del Lazio meridionale. Non minore il valore dell’interno, il quale, benché più volte rimaneggiato, rievoca l’antico abito grazie alle volte, alle colonne, al pavimento cosmatesco e, soprattutto, alla  stupenda cripta. La Cripta di San Magno, infatti, è da annoverare come l’ennesimo capolavoro del medioevo anagnino, tant’è che essa, magnificamente coperta di affreschi di argomento ermetico risalenti al XIII sec. (e di autore ignoto), è stata a ragione definita la “Cappella Sistina del Duecento”: il fascino e la bellezza del luogo non sono facilmente descrivibili al lettore, ma basti pensare che si tratta del maggiore esempio di questo tipo di architettura nel Lazio, e probabilmente non solo.

   In Anagni considerevole valenza architettonica va conferita, tuttavia, pure al Palazzo Comunale, costruito nel 1159-60 ad opera di Jacopo da Iseo, ma nel tardo medioevo spesso rinnovato, e che presenta una suggestiva serie di arcate le quali sorreggono l’ampia Sala della Ragione, in cui si riunivano i rappresentanti della città. Tale porticato peraltro premetteva l’accesso alla retrostante Piazza Comunale, ove aveva luogo il mercato e l’amministrazione della Giustizia. Da notare l’elegante Loggetta del banditore, aggiunta nel XV sec., e la presenza di alcuni stemmi nobiliari e comunali anagnini che abbelliscono quella che è la facciata del Palazzo.

   Altri esempi notevoli di architettura sono il Palazzo Trajetto, la Casa pendente (singolare casa-torre nei pressi del Comune), la chiesa di Sant’Andrea (di rifacimento tardo-barocco, e che oltre al campanile romanico, conserva un importante trittico dedicato al Redentore), la Casa Barnekow (edificio forse rinascimentale, che prende il nome dal nobile svedese il quale l’acquistò nell’Ottocento, arricchendola con singolari affreschi di carattere esoterico e mistico), ed inoltre le chiese duecentesche di S. Balbina e S. Agostino. Infine, vanno ricordati i resti di Mura romane ed in particolare i cosiddetti “Arcazzi”, singolari ed altissime volte, forse finalizzate al sostegno del terreno.

Postato da: lucabellincioni a 13:20 | link | commenti
anagni

martedì, 24 giugno 2008
Eolico selvaggio e non luoghi

Le immagini di impianti eolici in aperta campagna o sui crinali di montagne solitarie mi lasciano sempre molto perplesso. Ben vengano impianti del genere in zone e su siti già urbanizzati e degradati (come ce ne sono fin troppi), ma non in aree naturali o agricole. Oggi uno dei problemi prioritari del mondo, soprattutto nei Paesi occidentali ultra-industrializzati, come ad esempio Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia, è il consumo del territorio e con esso quello di risorse e biodiversità. Non si può pensare di aiutare l'ambiente distruggendolo, ossia alterandolo con impianti del genere (che ipocritamente vengono definiti da chi li costruisce come "parchi").

Anche in Italia il fenomeno dell'"eolico selvaggio", come viene giustamente definito, sta compiendo danni gravissimi all'ambiente e al paesaggio, già in gran parte pesantemente compromessi negli ultimi decenni per rincorrere ciecamente un'idea di sviluppo a tutti i costi (e più spesso "mordi e fuggi") senza limiti e pianificazioni. Le centrali eoliche del resto sono insediamenti industriali a tutti gli effetti e perciò soltanto in siti industriali (ventosi) andrebbero realizzati, oppure in zone periurbane che abbiano perso ogni carattere di area agricola oltre che naturale (ad esempio le aree a urbanizzazione diffusa limitrofe ai grandi centri). Un censimento delle località ventose ma con queste caratteristiche di degrado ambientale e paesaggistico crediamo dovrebbe essere pensato al più presto.

Speriamo che l'opinione pubblica inizi a svegliarsi e ad accorgersi di quanto la realizzazione di tali impianti sia spesso irrazionale e legata più ad interessi speculativi che a valori ambientalistici. Il consumo di territorio è oggi un problema pari a quello delle emissioni di gas serra, e anzi ad esso strettamente collegato, secondo il perverso binomio maggiore urbanizzazione-maggiore necessità di energia. Oltre tutto la cancellazione dei paesaggi e delle peculiarità territoriali locale produce un "inquinamento culturale e sociale" che non dobbiamo sottovalutare: alla lunga vivere in luoghi privi di identità porterebbe alla formazione di generazioni di cittadini parimenti privi di identità; i "non luoghi", insomma, rischiano di produrre "non persone". Riflettiamoci su, il rischio è enorme.

Postato da: lucabellincioni a 00:08 | link | commenti
eolico, degrado paesaggistico e ambienta

giovedì, 19 giugno 2008
Le Terre della Farnesiana

Tra Tarquinia e Allumiere, all'estremità nord-occidentale dei Monti della Tolfa, si estende una delle aree più integre e suggestive del Lazio. Sono le cosiddette "Terre della Farnesiana", cuore della Maremma Laziale, antico possedimento dei Farnese, che ivi, tra il XV e il XVII secolo, sfruttavano le miniere della Tolfa. Praticamente sconosciuta ai più, questa zona regala emozioni intense in un viaggio senza tempo. Distese infinite di grano e pascoli, ondulate e sinuose come fossero dipinte, verdissime all'inizio della primavera, gialle e riarse in estate, contrastano fortemente con le scure macchie delle rocciose colline tolfetane. Un paesaggio tipicamente maremmano, ove la presenza umana, che apparentemente si limita a qualche raro casolare, è in realtà forte e visibile nel lavoro del campi, che qui sono curati con estrema dedizione. Siamo nella terra degli Etruschi, il cui mito è sempre nell'aria, inafferrabile e misterioso, ma anche dei "butteri", mitici personaggi che qui da generazioni governano mandrie di vacche maremmane, sempre a cavallo, custodi indomiti del proprio territorio.

Cuore di questo angolo magnifico di Lazio è il borgo della Farnesiana, situato in una località pittoresca e composto da un gruppo di casette in parte dirute e in parte restaurate, un'enigmatica chiesa neogotica in rovina e un grosso casolare dalla forma tozza e spartana. La Farnesiana è un vecchio villaggio di minatori e allevatori, caduto in abbandono col cessare della attività estrattive presso Allumiere, ed oggi trasformato in agriturismo. Alla Farnesiana si è rapiti subito dall'atmosfera strana e alienante: il paesaggio, spoglio e solitario, eppure splendido nella sua spiccata caratterizzazione, è ravvivato dalle presenza di allevatori e semplici amanti del cavallo vestiti un po' alla cow boys, che scorazzano per gli immensi pascoli circostanti. Il tutto concorre a creare uno scenario quasi da film western, anzi un po' "alla messicana", se vogliamo. Bisogna dire a proposito che tutta la zona di Tarquinia e della Tolfa, paradiso per gli appassionati di equitazione, è stata negli ultimi anni pubblicizzata come una specie di "far west laziale": una propaganda, questa, che se ha avuto l'indiscutibile risultato positivo di rivalutare turisticamente il territorio, alla lunga rischia di camuffarne l'identità, ponendo in secondo piano le peculiarità del passato etrusco, con i suoi paesaggi e con le testimonianze archeologiche della sua irripetibile civiltà, troppo ricca per essere svilita da atteggiamenti banalmente esterofili.

Lasciataci quindi alle spalle la Farnesiana, e proseguendo verso mare in una campagna che si fa sempre più pittoresca, ci attende un'altra sorpresa: le rovine di Cencelle. Stavolta l'immagine di questa antica cittadina medioevale, i cui abitanti fondarono poi l'attuale Civitavecchia (dopo che il pericolo delle incursioni saracene venne meno), ci riporta senza tentennamenti alla vera storia di questo territorio, in cui nell'Alto Medioevo si diffuse il fenomeno dell'incastellamento, benché oggi rimangano in piedi pochi dei siti edificati all'epoca. A Cencelle il senso di desolazione giunge al proprio culmine, pure a causa - occorre dirlo - dello stato di degrado in cui giacciono i ruderi e gli scavi in corso, con l'erba altissima che sommerge il tutto e in cui è complicato, laddove non impossibile, farsi largo. Tuttavia, la mancata valorizzazione turistica del luogo (che potrebbe tranquillamente divenire una sorta di "Vulci medievale") fa sì che l'atmosfera sia incredibilmente romantica, priva dal prosaico vai e vieni di visitatori, con tanto di pullman, moto, auto e camper. Il viaggiatore si trova infatti a curiosare fra queste antiche pietre praticamente in solitudine, con tutt'attnorno un paesaggio solenne, quasi surreale, e in forte contraddizione con gli orrori della vicina centrale di Civitavecchia che spicca sull'orizzonte marino. Di Cencelle è rimasto poco, ma quel poco rimanda all'immaginazione di una città che fu viva, vissuta. Oggi l'area della "città morta" abbisogna di interventi mirati di consolidamento e restauro: si parla da anni di un recupero in chiave turistica del sito, e auspichiamo che ogni progetto che lo vedrà protagonista rispetterà comunque la bellezza del luogo senza inutili stravolgimenti.

Ma le sorprese delle Terre della Farnesiana non finiscono qui. Da Cencelle una sterrata porta alla base della collina di Ripa Maiala. Si tratta di un enorme masso allungato di trachite, per tre quarti circa coperto dalla macchia e invece da un lato strapiombante con una scoscesa parete dall'aspetto discontinuo, in quanto incisa da grotte e crepacci; negli immediati pressi si vede un'altra rupe solitaria, dalla forma vagamente cupolare. Morfologie di questo tipo non sono rare sulla Tolfa e anzi si ripetono, in maniera peraltro più marcata, nella zona del Sasso (Cerveteri), ove svettano i famosi Sassoni di Furbara, altro paesaggio fantastico, purtroppo in questi ultimissimi anni assediato dall'edilizia selvaggia di schifose ville di sbruffoni arricchiti. Qui no: salendo a Ripa Maiala, ci siamo quasi dimenticati di essere nel XXI secolo: non una casa che non sia contadina, non una costruzione fuori posto, la maremmana "Tuscia felix" si lascia ammirare in tutto il suo splendore. Il comodo sentierino intanto offre vedute sensazionali su Cencelle che da qui appare molto simile, come urbanistica, con la sua corona di torri (purtroppo mozze), al celebre borgo di Monteriggioni, nel Chianti. Ci si inerpica via via in un paesaggio assai suggestivo nella sua asprezza, con una moltitudine di massi che punteggiano la campagna, e che paiono essere stati lanciati da chissà dove. Si giunge infine alla base di Ripa Maiala, ove non è difficile veder volteggiare coppie di enormi rapaci (si parla del biancone e del lanario), che qui nidificano nonostante l'invadente presenza di cacciatori ed arrampicatori, che rischiano di allontanare definitivamente queste specie. Nella zona nidificava fino a qualche decennio fa addirittura il capovaccaio, che oggi è quasi estinto in Italia e sopravvive soltanto in Sardegna. A questo punto la riflessione sorge spontanea: è più importante permettere a pochi di "giocare" con la natura (e nel caso dei cacciatori di danneggiarla) o conservarla beneficio di tutti? E chi scrive non è mai stato a priori contro la caccia, se entro certi limiti, mentre per quanto riguarda gli arrampicatori (che non raramente sono anche e sopratutto appassionati di natura), ho sempre pensato che la valorizzazione turistica delle aree naturali possa contribuire alla loro tutela, in un'epoca di immani devastazioni cementificatrici come quella contemporanea, ove se le caratteristiche naturali di un luogo non hanno valore "economico e materiale" (in questo caso agro-pastorale e turistico), esso diviene immediatamente "terreno" per i costruttori. Ad ogni modo, in alcuni casi, come a Ripa Maiala e in altre località della Tolfa, stante l'eccezionale valenza naturalistica, oggi andrebbero senz'altro posti vincoli ad ogni attività venatoria e sportiva.

Da Ripa si apre all'improvviso un panorama amenissimo verso un gruppo di verdi alture tolfetane, che erano state invisibili fino a quel momento; in mezzo, un'ampia vallata intatta e d'una bellezza primordiale. Un contrasto fra rocce e foreste assolutamente meraviglioso. Il sole inizia poi a calare, e le prime luci crepuscolari indorano la rupe, accentuando i profili delle colline e dei campi, che in controluce appaiono come un immobile mare di terra. Come sempre quando si torna sulla Tolfa, ci si chiede (pur sapendo la risposta) poiché tutto il comprensorio non sia ancora protetto da un parco nazionale. Ma questo è un altro discorso e non vogliamo rovinarci la giornata con le solite riflessioni sulla follia umana. Per ora ce ne andiamo dalle Terre della Farnesiana, sperando di tornare al più presto, già però con la malinconia e con la consapevolezza di aver lasciato lì un pezzo del nostro cuore.

Postato da: lucabellincioni a 13:14 | link | commenti
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martedì, 13 maggio 2008
Difesa del paesaggio storico e sviluppo dell’architettura contemporanea: due estremi inconciliabili?

Vi sono spesso feroci obiezioni nei confronti di chi difende ad oltranza e con decisione le ragioni del paesaggio storico, inteso come complesso di ambienti naturali e rurali in cui sono inseriti elementi architettonici di valore riconosciuto come artistico o culturale. Viene loro obiettato come tale salvaguardia costituisca un atteggiamento “anti-storico”, un atteggiamento cioè che vorrebbe porre idealmente fine a qualsiasi trasformazione del territorio e degli spazi urbani, quasi a volerli “imbalsamare” in un aspetto reverenziale verso il passato. Personalmente trovo queste obiezioni soltanto apparentemente sottili, risultando, se sottoposte ad uno sguardo razionale e raffinato, quanto meno banali e mistificatorie. Da un lato i difensori del paesaggio storico affermano che l’architettura contemporanea sia qualitativamente inferiore a quella di tutte le epoche passate (almeno fino alla metà del Novecento, vale a dire fino allo sviluppo della società post-industriale e iperconsumistica) poiché non saprebbe rapportarsi con armonia con l’ambiente naturale ed agricolo: essi sottolineano dunque come nel passato le costruzioni, al di là dello stile, fossero sempre armonizzate con l’ambiente naturale e concorressero inevitabilmente, perciò, alla creazione di un paesaggio sì diverso ogni volta ma pur sempre “armonico”. Dall’altro lato, i sostenitori dello “sviluppo”, della “modernità” e della “tecnologia” affermano viceversa che l’attuale trasformazione delle tecniche edilizie ed architettoniche non sia altro che l’ennesima trasformazione del paesaggio e del rapporto tra uomo e territorio, come ce sono sempre state nel corso dei secoli; in quest’ottica, le costruzioni contemporanee non sarebbero altro che il risultato di una nuova, storica e plausibile interpretazione del rapporto col territorio da parte dell’uomo.

In realtà, vi sono due elementi apodittici ed ineluttabili che concorrono a dare ragione ai sostenitori del paesaggio storico. Il primo elemento è di tipo puramente quantitativo: mai nella storia dell’umanità si era giunti da un livello di incremento demografico simile a quello attuale e di conseguenza ad uno sfruttamento tanto indiscriminato del territorio come oggi, con tutte le drammatiche conseguenze a livello di inquinamento globale; tale realtà porta a riconsiderare il livello d’impatto da parte delle attività umane che possiamo ritenere lecito nei confronti dell’ambiente; e allo stesso porta, per logica, a condannare qualsiasi ipotesi di ulteriore erosione del territorio come quella provocata dai nuovi, prepotenti fenomeni di urbanizzazione. In secondo luogo c’è un elemento di tipo qualitativo: il rifiuto dell’edilizia contemporanea da parte dei difensori del paesaggio storico non si limita quasi mai soltanto ad una pura questione di forme architettoniche, ciò che potrebbe essere opinabile, bensì esplicita un seconda questione, assai meno soggettiva, ossia quella dei materiali. I materiali edili di oggi, a differenza di quelli di un tempo, non sono riassorbibili dall’ambiente rispetto al quale costituiscono un corpo totalmente estraneo, sia visivamente che organicamente. Il cemento armato (con tutto il corollario di materiali plastici e sintetici) non è un materiale riassorbibile dall’ambiente, mentre la pietra viva ed il legno sì. Il problema dell’edilizia contemporanea è di provocare un’erosione del territorio che lascerà segni difficilmente cancellabili dal tempo e dalle dinamiche naturali.

Certo, le tecniche edilizie oggi stanno subendo una radicale trasformazione "concettuale", che sempre più dovrà tenere conto delle tematiche della sostenibilità. Sicché inizia a farsi largo la cosiddetta "bioedilizia", attenta al consumo energetico e caratterizzata dall'uso di materiali riproducibili. Tuttavia, molte sono le perplessità: da un lato continuamo ad ammirare scheletri di cemento che invadono le  periferie delle nostre città e non certo baite in legno e pietra, ciò che fa pensare che la diffusione di sistemi più sostenibili di edilizia sarà comunque troppo lenta e tardiva; dall'altro, anche la bioedilizia concorre al "consumo del territorio" e non ultimo all'inquinamento, anche perchè qualsiasi costruzione, in quanto tale, non solo altera l'ambiente ma produce rifiuti di ogni tipo. Insomma, in un contesto di urbanizzazione costante, la “bioedilizia” potrebbe essere un’alternativa valida, ma – come già detto - allo stato attuale il consumo del territorio è giunto ad un livello troppo alto per poter andare avanti, in quanto la risorsa-territorio non è cero infinita, contrariamente a quello i fautori dell’urbanizzazione all’infinito vorrebbero far pensare.

Il futuro dell’edilizia (e dell’architettura) sta nella ristrutturazione degli immobili già esistenti e nella riqualificazione-riedificazione di spazi precedentemente edificati e quindi da demolire se divenuti "insensati" (sia a livello storico-architettonico sia a livello di risparmio energetico): il palazzone anni '60-'70, ad esempio, che produce degrado urbano e culturale, andrebbe quindi sostituito con una costruzione magari della stessa cubatura, ma senz'altro più armonica con le linee architettoniche dell'eventuale centro storico di pregio esistente e non ultimo più funzionale al risparmio energetico.

Viceversa, non è più razionalmente possibile pensare di sfruttare altro territorio, a meno di non voler devastare l’intero territorio italiano e con esso gli elementi fondamentali per la nostra vita, quali aria, acqua e terra. Chi oggi pensa positivamente al mostruoso modello della “città infinita” dimostra o di avere serie mancanze a livello intellettivo, ossia di essere un emerito imbecille, oppure di essere corrotto e in cattiva fede (sebbene spesso i due elementi coesistano nella stessa persona). Serve con urgenza, ad esempio, una legge che finalmente distacchi il diritto di proprietà dal diritto di edificazione e che sancisca lo status del suolo nazionale quale patrimonio pubblico inalienabile. Solo con una nuova legge sulla "tutela del suolo" potrà essere data reale forza sociale e politica alle ragioni della tutela dell’ambiente e della salvaguardia del paesaggio storico, limitando l’impatto ambientale che l’edilizia e l’architettura contemporanee tendono a provocare, con giustificazioni che spesso tendono ad essere mistificatorie, arroganti e anche un po’ demenziali.

Postato da: lucabellincioni a 08:21 | link | commenti
italia, architettura, edilizia, impatto ambientale, tutela del territorio, degrado paesaggistico e ambienta

Il terzo aeroporto a Viterbo ovvero l’apocalisse della Tuscia

 

E’ ormai ufficiale: il terzo scalo aeroportuale del Lazio sarà a Viterbo. Se l’annuncio del ministro ha suscitato un tripudio nelle “poltrone” del Viterbese, esso ha però lasciata assai perplessa una grande fetta della società che credeva (e crede tuttora) nella Tuscia come un territorio ove davvero poter sperimentare il concetto (tanto sbandierato a destra e manca) di “sviluppo sostenibile”. Molti infatti sono i dubbi circa l’impatto ambientale e paesaggistico che avrà la gigantesca opera: ad esempio, contando la vicinanza dell’area dell’aeroporto con il Bulicame e con tutta la zona termale, con lo splendido sito archeologico di Castel d’Asso, e, non ultima, con la stessa magnifica Tuscania (oggi uno dei centri più visitati del Viterbese), la quale vedrà svanire i propri secolari silenzi maremmani dal sibilare continuo ed incombente degli aeroplani. Un aspetto peraltro, quest’ultimo, da non sottovalutare, poiché l’inquinamento acustico e visivo determinato dal “vai e vieni” degli aerei peserà su un’area assai più vasta di quella dell’aereoporto: anzi, pensando alle rotte che i velivoli effettueranno (verso Siena, verso Perugia e verso Roma) praticamente tutto il territorio della Tuscia sarà invaso dal traffico aereo con un risultato disastroso per la quiete, prima proverbiale, delle terre degli antichi etruschi ma anche per la qualità stessa dell’aria. Alcune zone come la bassa Tuscia, Pensiamo ai Monti della Tolfa e della Valle del Biedano - che già risentono degli scali civili e militari del litorale - vedranno i propri cieli solcati in continuazione dagli aerei, in stridente contraddizione con la loro qualità (che andrebbe invece assolutamente salvaguardata) di aree naturali ancora selvagge.

Del resto, sappiamo tutti che il terzo scalo a Viterbo servirà per portare ulteriori turisti nella Val d’Orcia, in Umbria e a Roma, favorendo quindi non il territorio della Tuscia ma aree le quali oggi già possiedono enormi flussi turistici, che vedranno così vieppiù incrementati. Insomma una vera e propria nuova (l’ennesima) servitù. Dopo le centrali di Civitavecchia e di Montalto con i grandi elettrodotti che squarciano la Maremma viterbese, dopo i folli progetti di impianti eolici e di centrali a biomasse nelle zone più intatte ed pregiate della provincia, veniamo dunque anche a questa faraonica idiozia dell’aeroporto, idea sostenuta chiaramente da chi non ha alcun amore per questa terra ma solo ed esclusivamente interessi (direttamente o indirettamente) personali, oppure da chi sia semplicemente legato ad un’ideologia di sviluppo vecchia, sorpassata e anche un po’ demenziale, basata sulla trasformazione totale e completa del territorio, con la sua conseguente perdita di identità e di specificità: un processo che applicato alla Tuscia alla lunga la porterebbe a divenire una sorta di gigantesco dormitorio sia della vicina metropoli romana sia del grande distretto industriale che verrebbe inevitabilmente a realizzarsi a Viterbo e nelle zone limitrofe. Un progetto, in definitiva, che suona come l’ennesima e ultradecennale conferma dell’incapacità della classe politica della Tuscia di saper valorizzare adeguatamente questo territorio e di dargli un indirizzo ben preciso e relativamente condiviso. L’aeroporto apporterebbe infatti gravissimi danni all’immagine turistica del territorio tutto, già d’altro canto interessato, negli ultimi anni, da inquietanti fenomeni di degrado come l’incontrollato proliferare di piccoli insediamenti produttivi sparsi in aree ambientali di pregio, con grande erosione delle risorse paesaggistiche della provincia. Una volta realizzato l’aeroporto, d’altronde, ci si troverebbe di fronte il problema dei trasporti che come sappiamo sono piuttosto scadenti tra Viterbo e Roma ma anche tra Viterbo e Siena e Perugia: così si darebbe il via ad altri progetti altrettanto faraonici di autostrade e superstrade finora falliti non solo per mancanza di fondi ma anche per l’evidente vocazione agro-pastorale e turistica della Tuscia. Come si potrebbe, allora, conciliare la tutela di beni archeologici e paesaggistici sparsi ovunque con la creazione di nuove infrastrutture in funzione dell’aeroporto? Di ciò ancora non si parla, ma chi è lungimirante, e vede purtroppo nella storia il ripetersi sempre degli stessi fatti, non può non vedere chiaro che la creazione dell’aeroporto costerà più o meno a breve una trasformazione totale dell’assetto territoriale della provincia.

Di questo passo addio alla Tuscia, ossia a ciò che noi oggi conosciamo come Tuscia, vale a dire un’area agricola e naturale di eccezionale pregio, caratterizzata da una straordinaria armonia fra beni archeologici e paesaggistici, e che proprio su queste risorse, in quanto oggi divenute assai rare in Italia, dovrebbe poggiare il proprio futuro, tramite seri progetti per la conservazione del territorio e del paesaggio storico (ad esempio tramite l’istituzione di un vasto parco nazionale) e nuove (e veramente “europee”) strategie di promozione e valorizzazione delle proprie bellezze. Invece, gli amministratori locali, servi di pochi avidi speculatori, stanno svendendo la Tuscia al cancro del progresso cieco e demente, che “progresso” niente affatto è, ma pura barbarie e violenza contro un bene che ci è stato generosamente tramandato dai nostri saggi antenati e che purtroppo una volta distrutto non sarà più riproducibile: il territorio.

Postato da: lucabellincioni a 07:58 | link | commenti
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martedì, 08 aprile 2008
La Sabina Tiberina (Rieti, Lazio)

   La cosiddetta "Sabina Tiberina", quell'area dell’Alto Lazio sabino che rivolge il suo sguardo alla Valle del Tevere, offre un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso delle leccete che avvolgono le colline e i monti dalle sagome arrotondate, i vigneti, i colori cangianti dei campi coltivati, i magnifici uliveti secolari che rivestono i poggi, i molti borghi arroccati formano insieme un vero e proprio "paesaggio medievale", tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma. Cuore della ben più ampia sub-regione storica Sabina (che comprende quasi tutta la provincia di Rieti e parte delle province di Roma e Terni), il versante tiberino dei Monti Sabini, con le sue vaste propaggini collinari, ha mantenuto infatti elementi paesaggistiche e culturali del tutto propri. Vera peculiarità della Sabina tiberina (come del resto del territorio sabino) è la coltivazione dell’olivo, che caratterizza fortemente il paesaggio e che ha conservato la tradizionale importanza nell’economia locale, con la produzione di olio extravergine di oliva di altissima qualità e da tempo riconosciuto dal marchio dop.

   Rilievi calcarei di quota modesta, eppure rimasti sostanzialmente intatti, i Monti Sabini possiedono inoltre uno spiccato interesse naturalistico e ambientale: oltre ad una flora molto varia, vi si rilevano numerosi fenomeni carsici, fra cui spicca l’enorme voragine del Revotano (seconda per grandezza, nel Lazio, solo al Pozzo d’Antullo sugli Ernici), che si apre nei pressi del grazioso paese di Roccantica. Più a Sud, invece, in una zona di transizione fra Monti Sabini e Lucretili, si allarga l’ampia e pittoresca Valle del Farfa, una sorta di appendice della Sabina tiberina, il cui fulcro politico e spirituale è da secoli la celebre Abbazia di Farfa, uno dei simboli del monachesimo europeo e baluardo della civiltà cristiana, nonché potente avamposto della Chiesa in Età Feudale: il complesso, di antichissima e leggendaria origine, esistente già all’epoca di Carlo Magno (dal quale ricevette peraltro sostegno), custodisce opere letterarie ed artistiche di inestimabile valore. Notevole è del resto il patrimonio storico, artistico e religioso della Sabina Tiberina, che cela aree archeologiche sabino-romane (Eretum, Cures), castelli, eremi, conventi e abbazie (oltre alla già citata Abbazia di Farfa, ricordiamo la splendida e venerata Cattedrale rurale di Santa Maria in Vescovio), accanto a numerosi centri storici, piccoli e forse poveri in quanto a monumenti, ma perfettamente integrati nel paesaggio agrario circostante, senza dubbio fra i migliori esempi nel Lazio in tal senso. Assai piacevole è entrare in uno di questi borghi, quasi sempre puliti e ben tenuti, per assaporare un'atmosfera d’altri tempi, ma più spesso di abbandono e spopolamento, come nelle innumerevoli frazioni rurali che punteggiano le campagne. Borghi e villaggi che talvolta si presentano come veri e propri gioielli sconosciuti, che attendono un recupero ed una valorizzazione adeguati, e ciò in relazione al concetto di "albergo diffuso", per cui la Sabina ha una vocazione ovvia e naturale: Casperia (premiata dalla bandiera arancione del TCI), Bocchignano, Fianello, Rocchette o la stessa Roccantica sono soltanto alcuni dei centri che, se adeguatamente valorizzati e recuperati, potrebbero creare un itinerario alla scoperta del Medioevo sabino, che presupponesse pernottamenti in edifici storici, magari con l’organizzazione periodica (stagionale e non solo annuale) di eventi in tema medievale, oggi molto in voga, alla riscoperta di antiche tradizioni, prodotti tipici, e scenari perduti, al fine di creare un flusso turistico per tutto l’arco dell’anno.

   Le strade della Sabina Tiberina, d’altro canto, sono tutto un susseguirsi di pittoreschi scorci medievali che in alcuni punti rendono il viaggiare in queste terre simile al vagare in un affresco dell’Età di Mezzo. Sensazione che forse raggiunge il proprio culmine quando ci si avvicina al piccolissimo, semispopolato villaggio di Rocchette (frazione di Torri in Sabina, a pochi chilometri dal confine con l'Umbria), uno degli abitati più suggestivi della zona: di fronte si innalza il colle ove sorgono le rovine del paese fantasma di Rocchettine, quest'ultimo dominato dai solenni ruderi di una fortezza; attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle acque di un ruscello. Scendendo sempre più a valle, invece, il paesaggio, ormai dominato da vicino dalla mole solenne e solitaria del mitico Monte Soratte, si tinge di tinte spiccatamente umbre, con i filari di cipressi ad ornare le bianche sterrate che salgono sui poggi, coronati da vecchi casali con i loro pini marittimi: è la zona di Selci, Collevecchio e Magliano Sabina, ove, in vista dell’Autostrada Roma-Firenze e della piana alluvionale del Tevere, i confini fra Reatino e Ternano divengono sempre più labili: negli ultimi tempi nella zona sono sorti numerosi agriturismi e bed & breakfast, segno di un approccio nuovo e intelligente basato proprio sulla valorizzazione del bellezze paesaggistiche sabine, che si spera possa portare ad uno sviluppo sostenibile e di qualità a questo pregiato territorio.

   Trattandosi di un’area interessata da un notevole spopolamento, priva di grossi centri urbani (fa eccezione, pur contenuta, Poggio Mirteto) e abbastanza lontana dallo sviluppo industriale, la Sabina Tiberina, anche in virtù dell’importanza mantenuta qui dal settore agricolo, è oggi terra dalla chiara vocazione turistica. Quel che ancora manca è la tutela dell’ambiente, lacuna gravissima se pensiamo che questa zona (come gran parte del resto della Sabina) conserva un paesaggio agrario “all’antica” divenuto ormai raro nel resto del Lazio. Progetti tronfi e demenziali di grandi aree produttive e di nuove strade, la costruzione di un ridicolo outlet ai piedi del Soratte, il proliferare di troppe ville sparse lungo le strade, inquietanti lottizzazioni e alcuni incresciosi fenomeni di abusivismo edilizio sono il sintomo di un’aggressione drammatica che deve essere necessariamente contrastata dalle istituzioni, anche avallando progetti coraggiosi come un nuovo ampio parco naturale. Riteniamo dunque che assieme alla già citata Valle del Farfa almeno le due cime maggiori dei Monti Sabini, ossia il Tancia (1292 mt) e il Pizzuto (1288 mt), debbano essere necessariamente tutelate. Il Revotano, da parte sua, potrebbe ricevere il riconoscimento di Monumento Naturale. L'ampia e splendida area collinare digradante verso il Tevere potrebbe infine trovare forme di protezione nell'ambito di un "parco agricolo". L’istituzione di un Parco Regionale dei Monti Sabini (o di un Parco della Valle del Farfa e di una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto) darebbe senz’altro nuovo impulso ad un comprensorio che, a causa del calo demografico e della mancanza di opportunità economiche (che verrebbero invece a crearsi proprio tramite una seria valorizzazione turistica), rischia non solo di perdere la propria preziosa identità ma di subire, come sta avvenendo, un incontrollato fenomeno di urbanizzazione del territorio, con il deterioramento di un patrimonio paesaggistico unico ed irriproducibile .

 

GALLERIA della SABINA TIBERINA:

Veduta di Torri in Sabina

- veduta di Torri in Sabina -

 

Campagna sabina presso Tarano

- campagne presso Tarano -

 

Veduta di Rocchette e Rocchettine

- veduta di Rocchette e Rocchettine -

Postato da: lucabellincioni a 09:39 | link | commenti
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martedì, 01 aprile 2008
Ancora eolico sulla Maremma!

E’ di questi giorni la inquietante notizia dell’accordo per un parco eolico nel territorio di Monte Romano fra l’Enel e l’amministrazione comunale. Presentato con la solita retorica (tronfia, demagogica e ormai fin troppo demenziale) dei posti di lavoro e con quella falsa e ridicola dello energia “pulita” e dello sviluppo sostenibile, ed ovviamente salutato e reclamizzato con grande entusiasmo dai conniventi giornali locali, il parco (ma sarebbe più appropriato chiamarlo “centrale”) si presenta come l’ennesimo capitolo di un costante e drammatico attacco al territorio della Maremma tosco-laziale. Prima il parco di Scansano, nel Grossetano, poi il progetto assurdo e fortunatamente fallito di una centrale eolica presso Allumiere, sulla Tolfa, poi ancora l’altro progetto mostruoso della mega antenna di Civitella Cesi, in seguito le altre numerose proposte di centrali eoliche in Toscana e nell’Alta Tuscia, assieme al ridicolo progetto di una centrale a Biomasse a Barbarano Romano, nella Valle del Biedano. Ora, di fronte a tutto ciò, anche un imbecille capirebbe che c’è un’idea ben precisa della Maremma che le lobbies dell’energia si sono fatta. Una fetta del territorio nazionale fra le meno urbanizzate, fra le più ricche di biodiversità (paesaggi, ambienti, climi, flora, fauna, ecc…), è oggi sempre più minacciata da avidi speculatori e improponibili politicanti che vedono nella Maremma un grande “deserto” da “riempire” ad ogni costo. Infatti, le amministrazioni locali sono quasi sempre favorevoli ai vari devastanti progetti, soprattutto a quelli sull’eolico poiché più facilmente presentabili ai propri cittadini, dopo la martellante propaganda propinataci dai media (vedi pubblicità e programmi televisivi pseudo-ambientalisti) anche da “autorevoli” (sulla carta) associazioni ambientaliste (vedi Legambiente), quest’ultime in realtà mosse da mal celati interessi privati con l’industria del vento. Ho già avuto modo di esprimere, su un altro articolo pubblicato su questo sito, le mie dure considerazioni sull’inopportunità di realizzare centrali eoliche nel territorio maremmano, e vi rimando il lettore. Riassumendo, tuttavia, vorrei ricordare come la Maremma tosco-laziale costituisca oggi uno degli ecosistemi più integri e pregiati d’Italia (e forse non solo); un territorio inoltre dall’eccezionale valore archeologico, per la presenza incredibili - quanto a qualità e quantità - tracce della storia dell’uomo, dalla preistoria ad oggi, ma soprattutto legate alla presenza etrusca, il cui fascino tuttora attrae visitatori da tutto il mondo.

A tal proposito, tornando al caso di Monte Romano, vorrei proprio che i promotori del progetto ci facessero capire come l’impatto delle le turbine eoliche, alte anche fino a 100 metri, possa essere compatibile con la conservazione di uno dei paesaggi rurali più belli ed integri del Lazio (l’ultimo baluardo, o quasi, della coltura e del pascolo estensivi nella regione) nonché del vastissimo corridoio biologico maremmano, vista la straordinaria ricchezza di avifauna nidificante e migratoria della Tolfa, che appunto correrebbe gravi rischi di incidenti con la creazione della centrale elettrica eolica, pericolosa, come accertato, per i volatili. Non ultimo, come potrebbero le gigantesche pale eoliche, che sarebbero visibili fin da grandi distanze, convivere con le straordinarie emergenze paesaggistiche, storiche e archeologiche d’epoca preistorica, etrusca, romana e medievale sparse in tutto il territorio circostante (Cencelle, Norchia, San Giovenale, Respampani, Luni sul Mignone, Tuscania, Tarquinia, Blera, Civitella Cesi, ecc…), le quali PROPRIO dal rapporto armonioso con il paesaggio circostante traggono il proprio fascino e, nondimeno, il proprio potenziale turistico. Potenziale, tra l’altro, mai e poi mai finora sfruttato ancorché minimamente (si pensi allo scandalo della splendida Norchia, abbandonata all’incuria, al degrado e alla delinquenza da decenni), per l’inettitudine manifesta e raccapricciante delle istituzioni comunali, provinciali e regionali. Sicché questi amministratori, da sempre incapaci di far decollare il turismo in una zona dalle potenzialità immense, ancora oggi riescono soltanto ad avallare progetti che porterebbero alla deturpazione dell’Etruria. Già l’area di Monte Romano è purtroppo interessata dalla presenza  di imponenti elettrodotti che servono i mostri di Civitavecchia e Montalto, simbolo di una decennale (e ormai, a quanto pare, tradizionale) servitù all’industria dell’energia,. E ora invece di pensare alla bonifica del paesaggio maremmano della zona, dal potenziale immenso anche riguardo al cosiddetto turismo “on the road” - che fa e ha fatto fortuna in molte zone della vicinissima Toscana -, si pensa a distruggere definitivamente uno degli ultimi baluardi del paesaggio laziale “all’antica”, con i suoi vasti orizzonti vuoti ed incontaminati. Senza contare che l’istallazione della centrale porterebbe alla necessità di creare nuovi elettrodotti, nuove strade e altre opere di urbanizzazione in un territorio prettamente agricolo e naturale, miracolosamente esente da questo tipo deterioramento para-metropolitano (con tutto il degrado di discariche abusive, smog, inquinamento delle acque e della terra che ciò comporterebbe!). Ancora una volta, cemento, degrado e squallore in aree integre, ossia spreco di territorio e paesaggio, invece di sane politiche urbanistiche che abbiano come principio quello della difesa del territorio e della lotta al consumo indiscriminato del suolo, oggi tra i problemi più gravi e tragici non solo nel nostro Paese ma del mondo intero.

Auspico, perciò, che di fronte a questo nuovo attacco speculativo si possa finalmente formare un movimento di opinione (e perché no?, un vero e proprio comitato promotore) favorevole all’istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, che protegga PER SEMPRE il meraviglioso territorio dell’Etruria Tolfetana, Viterbese e Grossetana, e che dia nuove e felici prospettive a questa terra, finalmente in rispetto alle sue antiche e moderne vocazioni. Prima che sia troppo tardi.

Postato da: lucabellincioni a 08:06 | link | commenti (2)
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mercoledì, 26 marzo 2008
Pienza (Siena, Toscana)

Situata nel cuore della Val d'Orcia, in uno spettacolare scenario rurale, pochi luoghi al pari di Pienza sanno esprimere una tale straordinaria armonia tra ambiente e opera dell'uomo. Perfetta sintesi dello spirito umanistico-rinascimentale, la "città ideale" concepita dalle menti di Papa Pio II (dal quale deriva il nome) e Leon Battista Alberti soprende ancora oggi per eleganza e compostezza, cui il paesaggio, definito "metafisico", fa da mirabile e quasi immobile sfondo, come in un dipinto del Quattrocento. E così, salendo verso Pienza tutto pare sia stato "progettato", dai vasti campi arati, sui quali le luci e le ombre creano curiosi effetti visivi sempre cangianti, ai pietrosi casali adornati da cipressi ora pizzuti ora mozzi, dalle bianche stradine sterrate che salgono a curve sui poggi alla stessa mole compatta del borgo, elemento principe di un paesaggio che, nella sua estrema ed estetizzante artificiosità, diviene all'occhio quasi naturale, come una montagna, un lago, il mare.

In realtà, Pienza non nacque dal nulla. Fu il risultato della completa ristrutturazione del preesistente borgo già alto-medievale di Corsignano, opera che venne affidata, su consiglio dello stesso Alberti, all'architetto Bernardo Rossellino. Egli ebbe cura di non cancellare del tutto i segni dell'abitato precedente (caratterizzati fortemente dal gotico), non tralasciando nemmeno le esigenze dei ceti più umili, per i quali fece costruire le Case del Popolo (o Case Nuove). Da allora è cambiato poco o nulla (tranne qualche "passabile" aggiunta moderna), e oggi Pienza rappresenta una sorta di “città museo”, meta tra le più colte e rinomate della regione nell'ambito del turismo culturale. La visita a questo piccolo e aggraziato centro storico può richiedere più o meno tempo a seconda della sensibilità del visitatore. I monumenti non sono infatti molti, ma la straordinarietà degli spazi urbani e gli stessi magnifici panorami sulle campagne e i castelli circostanti fanno di Pienza un luogo ove poter sostare piacevolmente un'intera giornata. Del resto, la ricettività e la ristorazione sono molto buone, con grande attenzione, ovviamente, alla rinomata enogastronomia locale; molto simpatiche anche le botteghe con i prodotti tipici, in primis il delizioso formaggio pecorino. 

La visita a Pienza, di per sé piuttosto libera, ha comunque il suo momento culminante nella bellissima Piazza Pio II: di forma trapezoidale e ricalcante quella dell’antica Corsignano, essa esprime il simbolo della supremazia del potere papale, con una gerarchia che dispone gli edifici ai margini della piazza in maniera prospettica dando più risalto alla Cattedrale. La chiesa fu eretta nella seconda metà del Quattrocento, sul luogo dell'antica Pieve di Santa Maria, riprendendo, nella zona absidale, le linee del gotico tedesco apprezzate dal Pontefice durante i suoi viaggi. La candida facciata in travertino, invece, di netto gusto rinascimentale, si mostra divisa da due larghi pilastri e aperta in tre portali con rosone e stemma della casata di Pio II. Sul lato sinistro si leva un campanile cuspidato ottagonale, anch’esso in travertino. L’interno, composto da tre alte navate e diviso da pilastri culminanti in capitelli (anche qui influssi gotici), custodisce opere risalenti tutte alla seconda metà del XV secolo, commissionate da Papa Piccolomini ai maggiori artisti senesi del tempo. Nella cripta si ammirano una bella fonte battesimale in travertino, disegnata dal Rossellino, e frammenti di affreschi romanici appartenuti alla Pieve.

Ai lati del Duomo si collocano poi il Palazzo Vescovile e il Palazzo Piccolomini. Solenne residenza papale progettata dal Rossellino su ispirazione del Palazzo fiorentino dei Rucellai, quest'ultimo ha facciata rivestita in bugnato e aperta da slanciate bifore. L’interno è strutturato attorno al cortile loggiato, decorato con graffiti e abbellito da colonne con capitelli corinzi, il quale conduce a sua volta al giardino pensile, splendido belvedere sulla Val d’Orcia, il Monte Amiata, il Monte Cetona, Radicofani e Montalcino. Salendo poi al primo piano, cui si accede dal cortile, le stanze presentano mobili e arredi, eleganti camini con stemmi, maioliche, cassapanche, telai e strumenti musicali, risalenti dal XV al XVII secolo, che avvolgono il visitatore in un’atmosfera tutta rinascimentale. Da citare sono sicuramente la Sala degli Antenati, quella da pranzo, la Sala della Musica e delle Armi, la camera del pontefice Pio II nonché la biblioteca e la galleria. Ai piedi dell'edificio, sul lato della piazza, si apre inoltre un pozzo in travertino, sempre del Rossellino, con due colonne sormontate da eleganti capitelli che reggono un architrave finemente lavorato. Dalla parte opposta, il Palazzo Vescovile è sede del Museo Diocesano, e, pur rimaneggiato nel ‘400, mantiene, pur parzialmente, le primitive linee gotiche, con una facciata sobria e aperta da un alto portale e due ordini di finestre a croce guelfa. A fronteggiare sommessamente la Cattedrale, in posizione più defilata (e subordinata), è infine il rinascimentale Palazzo Comunale con loggia al pianterreno e facciata decorata a graffito che culmina in una torre merlata. Accanto ad esso è il Palazzo Ammannati risalente al XV secolo.

La passeggiata a Pienza continua nella Piazza del Mercato e lungo la Via del Castello ai bordi delle mura cittadine, da dove si rimane estasiati per la meravigliosa vista verso la vallata e da cui si imboccano le romantiche “Via del Bacio” e “Via dell’Amore”. Un ultimo monumento da segnalare è senz’altro la romanica Pieve di Corsignano, eretta nel VII secolo e ristrutturata nelle forme attuali nel XII secolo, con tozzo campanile cilindrico. Completamente in pietra locale e dall'aspetto massiccio ed austero, ha facciata scolpita da bassorilievi e interno semplicissimo ma estremamente suggestivo, al di sotto del quale è un'angusta cripta. Si tratta di un luogo di grande fascino, in particolare al tramonto, isolato nella campagna ai piedi delle mura, ma che non sempre viene raggiunto dai turisti, e tuttavia fondamentale per avere un quadro completo della storia della cittadina.

Purtroppo, recentemente il territorio di Pienza è balzato agli "onori della cronaca" per una volgare lottizzazione ai danni del vicina frazione di Monticchiello, minuscolo villaggio medievale in notevole posizione panoramica: un atto di grave speculazione, questo, che, dietro le denuncie di autorevoli intellettuali e ambientalisti, ha visto addirittura l'intervento di rappresentanti del governo. Ci auguriamo che tali affronti non si verifichino mai più in futuro e che la Val d'Orcia continui ad incarnare il simbolo, in Italia, di una felice convivenza tra modernità e salvaguardia del paesaggio storico.

GALLERIA DI PIENZA:

Casolare nella Valdorcia presso Pienza 2

- Casolare presso Pienza -

Paesaggio della Valdorcia presso Presso Pienza 1

- Paesaggio della Val d'Orcia presso Pienza -

Panorama da Pienza 3- Panorama da Pienza -

Postato da: lucabellincioni a 10:52 | link | commenti (2)
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lunedì, 25 febbraio 2008
Il paesaggio del Monte Soratte è in pericolo

Il Monte Soratte, alle cui falde si trava l'abitato di Sant'Oreste, è una delle "montagne mitiche" del Lazio, citata sin da Orazio e narrata da Goethe nel suo celebre "Viaggio in Italia". Fin dai tempi più remoti il Soratte, caratterizzato dalla presenza di numerosi inghiottitoi, grotte e voragini (detti localmente "meri"), creduti come la porta degli Inferi, fu visto dalle popolazioni locali come un monte sacro, tant'è che in epoca sabina pare che vi si praticassero misteriosi riti legati alla natura. Nel corso del Medioevo sulla montagna si stanziarono alcune comunità monastiche o più spesso singoli eremiti, di cui rimangono copiose tracce. In realtà il Soratte, con i suoi 700 metri scarsi, è poco più di una collina, ma il fatto che essa si erga solitaria al centro di una grande pianura, fa sì che l'effetto sia quello di una vera e propria montagna. Protetto da una Riserva Naturale e molto frequentato dagli escursionisti romani, il Monte Soratte offre panorami vastissimi e magnifici sulla Sabina e sull'Appennino Laziale, sulla Valle del Tevere, sull'Agro Falisco, sui Monti Cimini, nonché sulla Campagna Romana, qui nella sua porzione rimasta più intatta. Purtroppo, però, l'integrità di questi luoghi è oggi minacciata dalla speculazione edilizia, particolarmente forte lungo la Via Flaminia e nei paesi circostanti, tutti ormai "centri satellite" di Roma. C'è da dire a proposito, che lungo la strada tra dalla Flaminia conduce a Sant'Oreste sono sorti negli ultimi tempi alcuni osceni ed insensati capannoni industriali bianchi, peraltro totalmente isolati nella campagna, che hanno gravemente deturpato sia il bel paesaggio rurale in sé sia i panorami che dal Soratte verso la Flaminia.

E non è finita qui: è in progetto l'apertura di un nuovo casello autostradale presso il vicino paese di Castelnuovo di Porto (con lo sventramento di aree progiate di campagna romana e la possibilità di alterare i piani paesistici, permettendo così nuove edificazioni...) e assieme la creazione dell'ennesimo outlet intorno a Roma, stavolta in forme pseudo-medieval-fantasy, dicono, per limitare i danni al paesaggio... Molti di Sant'Oreste affermano che ciò favorirebbe il turismo alla Riserva del Monte Soratte... Ma davvero? I clienti dell'outlet me li immagino proprio mettersi le scarpe da trekking alla ricerca di eremi dopo aver fatto la spesa nel tempio del consumismo demente ed aver fatto a gomitate per fregiarsi a buon mercato della marca più in voga! Eppoi una delle cose più affascinanti del Soratte sono proprio i paesaggi e i panorami, valori che verrebbero proprio irrimediabilmente alterati dalla costruzione di un'insediamento commerciale così impattante come l'outlet: salire sul Soratte per ammirare una "capannonopoli" credono possa essere un motivo di attrazione turistica?!?!??!?! Ma si può essere più cretini?

Nota: l'articolo risale ad un anno fa. Attualmente, ai piedi del versante sabino del Soratte, a poca distanza dall'omonimo casello autostradale, sono già visibili gli enormi sbancamenti dell'opera, che i giornali conniventi hanno presentato come il "capolavoro" degli outlet, il migliore esempio di queste strutture nell'integrazione col paesaggio. Si dice che dovrà riprendere le forme di Villa Adriana a Tivoli... Oltre al ridicolo di queste considerazioni, voglio sperare che almeno si trovi un modo per alleggerire l'impatto dell'opera, magari con rimboschimenti mirati, una colorazione "austera" delle strutture, e con l'inserimento di elementi architettonici compatibili con il paesaggio agricolo circostante (ad esempio coperture a capanna in luogo degli osceni tetti piatti - e bianchi - dei capannoni industriali), e non ultimo, il divieto di tenere accesa l'illuminazione notturna, come solito per gli outlet, che da un lato costituisce uno spreco vergognoso ed inaccettabile, e dall'altro altera l'oscurità del paesaggio agricolo e naturale del Monte Soratte, che anche di notte possiede una straordinaria suggestione. In definitiva, in un paesaggio di per sé magnifico come quello del Monte Soratte, l'outlet si prefigura come un cazzotto dentro un occhio... un vero scempio, una vera barbarie, in uno dei luoghi più rappresentativi del "paesaggio italiano". Eppoi, a chiunque dotato di un briciolo di intelligenza suonerebbe come assurdo il fatto di andare a creare un sito di tipo para-industriale come l'outlet in un'area totalmente agricola e a straordinaria vocazione turistico-ambientale. In barba alle più banali considerazioni urbanistiche e sulla vocazione del territorio. Oggi tanto si parla di "valorizzazione dei sistemi territoriali", con ciò cercando di individuare e sostenere le diverse vocazioni dei diversi territori, e poi si va a stravolgere con una decisione quantomeno demenziale un territorio che ha sempre avuto, e ha miracolosamente mantenuto funora una chiara ed inequivocabile vocazione agro-pastorale. Un paesaggio che si era salvato dagli anni del cemento selvaggio del Dopoguerra, e che proprio oggi in cui tutti gli amministratori locali dei centri minori parlano - evidentemente a sproposito - di sviluppo sostenibile, viene assurdamente alterato. Mi viene da pensare intanto al Comune di Stimigliano, il quale in questa vicenda ha tutto da perdere, essendosi visto deturpare dagli sbancamenti (e in futuro dalla struttura) il suo magnifico panorama sulla Valle del Tevere, che poi è il suo attrattore turistico principale! Insomma, ecco l'Italia anni 2000, ove il bene pubblico, il paesaggio in questo caso, viene svenduto agli interessi del privato.

Postato da: lucabellincioni a 08:33 | link | commenti (1)
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giovedì, 14 febbraio 2008
Impianti eolici nella Maremma Laziale: alla nostra età non crediamo più alle favole

 

La preoccupante notizia dei progetti per la realizzazione di impianti eolici nell’Alta tuscia e nella Maremma non è purtroppo nuova: alcuni anni fa ci fu una dura battaglia per bloccare un mega impianto ad Allumiere, sulla Tolfa, in una zona di grandissimo pregio naturalistico, e in seguito, non molto tempo fa, si parlò di un progetto simile ad Onano, che poi fallì per motivi ancora oscuri, mentre presso Scansano, in Toscana, fu effettivamente realizzata una grossa centrale sopra il castello di Montepò.

Per chiarire subito la mia posizione, personalmente credo che realizzare impianti simili nel comprensorio della Maremma Laziale sia un’assurdità. L’installazione delle gigantesche pale eoliche segnerebbe la fine del rilancio del turismo nella Maremma laziale, che in un precedente articolo (“Ipotesi per un parco nazionale della Maremma Laziale”) sostenevo che meriterebbe ben altra attenzione. Chi mai considererebbe più tali zone, oggi tra l’altro ancora semi-sconosciute e dal potenziale tutto da riscoprire, come attraenti sotto il profilo turistico? Inoltre, come è noto, l’impatto estetico delle torri eoliche va ben oltre l’immediata località in cui esse sono installate. E in un territorio così ricco di siti e paesaggi pregevoli come la Maremma, e allo stesso tempo caratterizzato da grandi spazi aperti, tali impianti andrebbero a devastare l’estetica di siti straordinari come ad esempio Vulci, Sorano, Pitigliano, Sovana, Tuscania, Lago di Bolsena, ecc… Ed il problema non è certo soltanto di carattere paesaggistico ma soprattutto ed eminentemente di carattere ambientale. Tali progetti producono infatti erosione del territorio al pari del cemento delle lottizzazioni e dell’asfalto delle strade. E’ mai possibile che non riusciamo ad accorgerci che tali progetti  (e soprattutto le loro localizzazioni) sono collegati a volontà meramente speculative e non certo a interessi collettivi né tanto meno alla sensibilità ambientale di privati o amministratori? E’ mai possibile che non riusciamo a vedere che tali progetti sono sempre e solo proposti in località sconosciute, semidisabitate, con comunità piccolissime e spesso composte solo da anziani (vedi Ischia di Castro, Arlena, Tessennano, ecc…), e per questo più malleabili, più disposte a svendere il proprio territorio. Oltre tutto – stando alle proposte – gli impianti eolici nella Tuscia sorgerebbero in più località, il che significherebbe un danno non delimitato ma esteso a tutto il territorio nel complesso.

Personalmente non sono mai stato contro l’eolico “a priori” ma al suo uso irrazionale e speculativo. D’altronde l’eolico produce erosione del suolo, deturpamento del paesaggio e depregiamento del territorio, inquinamento acustico, inquinamento della terra e delle acque per l’uso del cemento ad esso connesso, nuove opere di urbanizzazione, senza contare l’uso che verrebbe fatto delle strade d’accesso agli impianti per abbandonare rifiuti e creare discariche; a ciò aggiungiamo che agli impianti seguirebbe l’installazione di nuovi elettrodotti, che affiancherebbero quelli già presenti e numerosi nella zona (che invece attenderebbero opere di bonifica paesaggistica, ad esempio tramite l’interramento dei tracciati almeno nelle zone più belle) con ulteriore rovina del nostro pregiato paesaggio agricolo e naturale. A questo punto ci chiediamo: se proprio si vuole puntare sull’eolico per produrre energia, perché non installare le gigantesche pale affianco alle centrali di Civitavecchia e Montalto, e cioè in aree già cementificate, inquinate ed orrende, anziché andare a devastare uno dei territori più integri della Tuscia e del Centro Italia, vale a dire la Maremma? Ci sono evidentemente interessi privati a far sì che ciò accada. Già le cave, i vari capannoni industriali sparsi a caso nelle campagne e della fattezze assolutamente aliene dal contesto rurale di arcana bellezza, gli elettrodotti che stuprano questo territorio per servire i mostri di Civitavecchia e Montalto, sottoponendolo ad una corvee di stampo medievale, hanno prodotto un danno di dimensioni incalcolabili all’immagine nonché all’ecosistema di questo territorio. Pare che allorquando si cerchi un territorio ove installare qualcosa di altamente impattante sotto ogni aspetto, si pensi sempre alla Maremma. Non sarà allora che qualcosa non va a livello di coscienza collettiva e di amministrazioni locali?

Eppure non tutto è perduto: ad Allumiere alcuni coraggiosi cittadini hanno saputo combattere e a sconfiggere il demenziale progetto della centrale eolica in una delle zone più belle e suggestive dell’intero Lazio, mentre a Blera un’autentica sommossa popolare ha forse definitivamente debellato il mostruoso progetto di una m