Questo blog è dedicato alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Per noi vale la massima: un paesaggio integro ed armonioso oggi è sempre il riflesso di un ambiente sano e di una società più civile.
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Nome: Luca Bellincioni
Storico, guidarista, escursionista e fotoreporter, Luca Bellincioni è da anni sensibile alle tematiche della tutela del paesaggio e dell'ambiente. Ha pubblicato la guida "Lazio. I luoghi del mistero e dell'insolito" per la casa editrice Eremon, nonché - su riviste, giornali e siti web - numerosi saggi ed articoli di vario argomento, storico, filosofico, antropologico, politico e, soprattutto negli ultimi tempi, a tema ambientalista. Attualmente collabora con svariati siti web di promozione turistica del territorio e di studio del paesaggio italiano.
Nella sua attività di fotoreporter Luca si è interessato particolarmente ai piccoli centri, ai parchi e alle riserve naturali e ai paesaggi agricoli tradizionali. Sulla base della sua esperienza nel campo, egli attualmente si propone alle amministrazioni locali quale "consulente per la valorizzazione turistica del paesaggio". Recentemente ha anche acquisito un diploma come "consulente per il risparmio energetico e per le energie rinnovabili", arricchendo decisamente il suo percorso formativo. Chi fosse interessato al suo lavoro o ai contenuti di questo blog (testi, immagini, video, ...) può contattare l'Autore all'indirizzo e-mail lucabellincioni@interfree.it.
Chi voglia invece pubblicare articoli e saggi attinenti agli argomenti trattati, può inviarli specificando nell'e-mail e alla fine del testo che il contributo al blog è del tutto gratuito e volontario e che sono responsabili dei contenuti dei propri scritti. I contributi anonimi o quelli risultati a insindacabile giudizio dell'Autore non attinenti od offensivi saranno comunque cestinati.
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Alle porte di Aprilia, e del suo degrado ambientale ed urbanistico, esiste un lembo di campagna dall'insospettabile fascino. Situato fra la Via Pontina e la Via Nettunese, e attraversato da alcune strade, fra cui Via del Tufetto, questo territorio dolcemente ondulato e inciso da profondi fossi appare come un prezioso scrigno di biodiversità in cui si alternano piccoli boschi, pascoli, seminativi, vigne ed uliveti. Accanto a Via del Tufetto, un'altra importante strada d'accesso alla zona è Via Apriliana, che nel tratto prossimo alla frazione di Campoleone (località in condominio con il confinante Comune di Lanuvio) ripete questo paesaggio ancora abbastanza solitario e tranquillo.

- il tranquillo paesaggio rurale su Via del Tufetto -
Oggi sempre più è sentita la necessità, per i centri di medie dimensioni, di aree verdi che assolvano alcune fondamentali funzioni di interesse collettivo: come luoghi "fruibili" per il tempo libero dei cittadini, come fornitrici di prodotti genuini a "chilometri-zero", o come - non ultimo - "cuscinetti agricoli" per evitare ulteriori e disordinate espansioni urbanistiche. E allora, in una situazione così complessa come quella di Aprilia (che vede un abitato in fortissimo sviluppo demografico e tuttavia con uno scarso livello di qualità della vita), perché la Regione Lazio non si muove in merito all’istituzione di un piccolo "parco agricolo suburbano" a tutela dell'area attraversata da Via del Tufello (e in parte da Via Apriliana)? Le motivazioni ci sarebbero tutte, visto che si tratta di una delle rare zone di un certo valore paesaggistico ed ambientale rimaste nel Comune di Aprilia, fra l’altro con la presenza notevole di casolari d’epoca ed una produzione vitivinicola di pregio. La presenza di strutture rurali in abbandono (o quasi) nella zona potrebbe fra l’altro stimolare la creazione di “fattorie didattiche”, finalizzate alla tutela, valorizzazione e promozione di quel che resta della tradizione agricola apriliana, avvicinando fra l’altro la popolazione (e in particolare i bambini e le scuole) al territorio in cui vivono, che non conoscono praticamente per niente e che ormai vedono soltanto quale “contenitore” anonimo per nuovi centri commerciali, capannoni, palazzine e villette.

Attualmente Aprilia vive un momento di novità dal punto di vista amministrativo, per cui questa potrebbe essere l’occasione giusta per fare finalmente qualcosa per l’ambiente e la collettività: com'è noto, da decenni Aprilia è governata da una classe politica da terzo mondo che ha permesso (e anzi voluto) la quasi totale devastazione del territorio comunale, lasciandolo in balia dell’edilizia selvaggia e portando la città al triste primato di possedere il territorio più degradato dal punto di vista ambientale e paesaggistico dell’intero Lazio; una vergogna; tant’è che non è un caso se progetti come la centrale turbogas vengano proposti proprio ad Aprilia, visto che il territorio non offre più aree naturali o agricole ampie ed estremamente vincolate, per cui è facile - per chi ne abbia interesse - “far passare” progetti impattanti…
In tale disarmante contesto, l'area agricola di Via del Tufello-Via Apriliana "può" dunque essere un’eccezione, e come tale va salvaguardata, contando pure che, facendo geograficamente parte dell'Agro Romano, costituisce una zona in cui probabilmente ci sono testimonianze archeologiche antichissime, tutte da studiare e riscoprire.

- campagna ondulata su Via Apriliana -
Un “parco agricolo suburbano” rappresenterebbe insomma una ventata di vera modernità in un territorio che non sembra più avere alternative alla cementificazione senza limiti e al degrado ambientale e sociale: la campagna di Via del Tufello-Via Apriliana è una risorsa di inestimabile valore per Aprilia, e se salvaguardata da un’area protetta ben gestita potrebbe essere liberata da tutti i suoi flagelli - come la prostituzione, le discariche a cielo aperto, l’abusivismo edilizio - e da “terra di nessuno” divenire una “terra di tutti”. Inoltre, il parco potrebbe diffondere attività compatibili col territorio (agriturismi, b&b, ecc…), portando inaspettate possibilità di sviluppo turistico. Per la prima volta nella storia di Aprilia, si assisterebbe ad un intervento in favore della collettività e in favore della salvaguardia del suo territorio, o almeno di quel che è rimasto, creando un grande spazio verde per le famiglie, per i ragazzi e per tutti gli appassionati di natura, ove poter godere le bellezze di una campagna ancora integra senza dover per forza prendere l’auto ed uscire dal Comune. Un parco agricolo a cavallo di Via del Tufetto e Via Apriliana sarebbe un primo passo verso la civiltà e la tutela dell’ambiente ad Aprilia; e francamente, dopo decenni di degrado, scempi e disservizi, Aprilia ne avrebbe davvero bisogno.
La redazione di "Ambiente e Paesaggio 2000" è lieta di annunciare ai suoi lettori che oggi è nato il blog "Italia Sublime" (http://italiasublime.blogspot.com/).
Questo nuovo spazio sul web ha l'obiettivo di far conoscere lo straordinario patrimonio paesaggistico d'Italia, e al contempo di promuovere un turismo di qualità (culturale, ambientale ed enogastronomico) rispettoso delle vocazioni e delle peculiarità del territorio.
"Italia Sublime" è ideato e gestito da Luca Bellincioni, storico, guidarista, escursionista e fotoreporter, con il quale collaborano altri studiosi del paesaggio ed esperti di marketing e turismo sostenibile.
I contenuti del blog sono collegati alle attività dell'Associazione Culturale Onlus "Oreas", finalizzata alla tutela, valorizzazione e promozione del paesaggio italiano.
Si invitano dunque i nostri lettori a visitare Italia Sublime, nell'auspicio di suggerire itinerari piacevoli ed interessanti, alla scoperta del nostro meraviglioso Paese.
Contatti:
3299620424 (dott. Luca Bellincioni)
3286429905 (dott. ssa Daniela Cortiglia)
Negli ultimi tempi si palesa con crescente gravità un vero e proprio assalto al paesaggio del Lago di Bolsena, che si manifesta nei più svariati modi. Innanzi tutto la speculazione edilizia: quasi tutti i Comuni della zona negli ultimi anni hanno dato il via a vaste lottizzazioni sul proprio territorio. Tale aggressione edilizia, fra l'altro, è qui più che altrove inquietante, poiché il Lago di Bolsena, con i suoi dintorni collinari dei Monti Volsini, costituisce un'area ambientale, paesaggistica e culturale di straordinario pregio, fra le più integre ed importanti (ancorché sottovalutate) d'Italia. Eppure di tali valori paiono fregarsene tranquillamente amministrazioni comunali come Capodimonte, Marta e Montefiascone; i primi due paesi appaiono ormai praticamnete sdoppiati fra una parte antica ed una parte nuova in continua espansione, con ogni anno nuove, anonime ed insignificanti ville a schiera in costruzione; Montefiascone dal canto suo, peggiora sempre più la propria situazione urbanistica, con uno sviluppo edilizio disordinato e di pessima qualità, cui si aggiungono le svariate aree produttive con i loro impattanti capannoni industriali sparpagliati sul territorio comunale, a produrre un'erosione raccapricciante del paesaggio agrario che qui invece dovrebbe produrre turismo e ricchezza. A tutto ciò si aggiunge l'abusivismo edilizio, tradizionale piaga del Lazio (conseguente alla presenza di molti vincoli e assieme ad un'incapacità di saper gestire la trasformazione del territorio in senso qualitativo), che nell'area del Lago di Bolsena aveva tuttavia tardato a comparire nel corso dei decenni passati: ed invece ecco anche qui - soprattutto a partire dall'ultimo scandaloso condono edilizio ed in particolare attorno a Montefiascone - spuntare come funghi ville e villette (fra l'altro di scarsissima qualità architettonica ed assolutamente etranee al delicato contesto ambientale circostante), che vengono poi bloccate ma non demolite, rimanendo per anni allo stato di cantiere e sfregiando così senza pietà un paesaggio che per secoli si era mantenuto di rara bellezza. Possibile che le pratiche per l'abbattimento di manufatti abusivi in aree di pregio paesaggistico debbano richiedere trenta o quarant'anni (se mai alla fine arriverà effettivamente la demolizione...)? Possibile che nonostante la presenza di vincoli si continui a costruire abusivamente? Non sarà che gli abusivi confidano nella malleabilità degli uffici tecnici comunali, il quali troppe volte hanno chiuso un occhio (o due) sulle pratiche edilizie? Il caso del Comune di Montefiscone è davvero eclatante di una cattiva gestione del territorio, e nell'ambito della Tuscia è forse secondo soltanto alla stessa Viterbo in quanto a degrado urbanistico. Gravissimo è anche il fatto che nei casi di costruzione di un nuovo immobile in area agricola di pregio non si diano ancora direttive precise sulle forme e i materiali da utilizzare, per armonizzare le nuove costruzioni con il paesaggio agrario tradizionale. Tale lacuna è veramente vergognosa se pensiamo che già da decenni nelle province limitrofe di Terni, Siena e Grosseto tale accorgimento è quasi la norma. Proliferano così lungo le strade o sulle colline intorno al lago ville e villette dalle forme assolutamente aliene dal contesto ambientale, laddove la presenza di numerosi casali di varie epoche dovrebbe suggerire l'uso della pietra locale oppure di particolari intonacature. Lo stesso riutilizzo di questo patrimonio edilizio rurale storico - che giace per lo più in abbandono.- non è affatto incentivato. Lascia poi esterrefatti la mancata tutela anche della magnifica valle ai piedi della cittadina, che simile a un dipinto scende alle rive del lago fra boschi, vigneti, uliveti e casali adornati da pini e cipressi: accanto alle piccole ma deturpanti serre comparse negli ultimi anni, quest'anno è comparsa anche una grossa e deturpante copertura metallica nei pressi di un casale nonché - dlall'altro lato della valle - uno sbancamento per ospitare probabilmente nuove costruzioni, in un paesaggio teoricamente sottposto a vincoli rigidissimi; ogni anno un oscenità in più è permessa, finché non si "mangeranno" anche questo paesaggio. Ma perché nessuno dice nulla?
Certo non tutto il territorio attorno al Lago Volsino è gestito con criteri da "Terzo Mondo", anzi. Il versante Nord-Ovest di Gradoli e Grotte di Castro, ad esempio, brilla per la sua integrità; la grande conca fra Valentano e Latera, fatta eccezione per alcuni dettagli tutto sommato trascurabili (alcuni grossi capannoni agricoli in lamiera e le centraline elettriche bianche - che potrebbero essere rivestite in tufo), spicca per la sua arcaica bellezza; o le dolci colline alle spalle di Marta e Capodimonte che già preludono al paesaggio maremmano; o infine le verdi colline della celebre Bolsena, cuore del comprensorio e bandiera arancione del Touring Club Italiano per la qualità della gestione del suo territorio. Eppure anche qui il degrado pare stia arrivando: ecco che transitando sulla Cassia, poco prima dell'entrata a Bolsena, su una collina prima splendida si nota un cantiere fresco fresco per la costruxione dell'ennesima villa, in una zona "formalmente" sottoposta a vincoli paesaggistici strettissimi. Com'è possibile? Sempre sulla Cassia presso Bolsena, stavolta in direzione di San Lorenzo Nuovo, e ancora in una zona di pregiastissimo paesaggio agrario, si trovano ben due grosse cave di pomice, le quali negli ultimissimi anni hanno ingrandito enormemente il sito di escavazione, tant'è che sono ormai visibili da lontano anche dalla sponda opposta del lago e cioè da una trentina chilomentri di distanza! Davvero ignobile è il fatto che a questi scavi non si sia dato un limite compatibile con il mantenimento dlel'integrità minima del paesaggio della conca lacuale nel suo complesso, senza contare che la creazione di queste cave è stata concessa all'interno del recinto craterico e non all'esterno come sarebbe invece stato opportuno. Anche qui sorge la domanda: ma i vincoli, dove sono finiti? Citiamo poi - nella stessa zona, la Val di Lago - il problema del proliferare delle coltivazioni in serra, che in uno scenario dai forti connotati tradizionali, esemplare del paesaggio agrario del Centro Italia, costituiscono anch'esse un elemento di deturpamento molto pesante: anche a queste strutture dovrebbe essere posto un limite o dovrebbero almeno essere imposte delle soluzioni estetiche (tipo copertutre verdi delle serre) per attutirne l'impatto paesaggistico. Ed invece niente. Non va meglio intorno alle campagne intorno alla vicina Valle dei Calanchi di Bagnoregio, ove oltre ad una certa tendenza all'insiediamento sparso, ogni anno spuntano nuove ville moderne e nuovi capannoni industriali nei pressi degli abitati di Lubriano e della stessa Bagnoregio: ma - ci chiediamo inorriditi - in una zona di tale incomparabile bellezza, e vocata ormai da decenni al turismo, com'è possibile che gli uffici tecnici comunali diano il permesso di costruire oscenità simili a quelle della "periferia della periferia" metropolitana? Ma chi sono questi incompetenti? Ma chi gestisce l'urbanistica di questi territori?
In aggiunta ai citati elementi di degrado paesaggistico ed ambientale in atto intorno al lago, come se non bastasse, vanno poi ricordati i folli e devastanti progetti di eolico industriali che - guarda caso - interessano proprio i paesaggi agrari di maggiore integrità del comprensorio, come le magnifiche colline alle spalle di Marta e Capodimonte, ove fanno bella mostra di sé già da mesi gli anemometri. Ed intanto la piccola centrale geotermica di Latera (vero gioiello di integrazione fra sito industriale e paesaggio) con i miliardi gettati a suo tempo al vento per costruirla - giace in abbandono e anzi in attesa di essere smantellata... Un altro esempio di uso "intelligente" del territorio e del denaro pubblico: si abbandona quello che è già stato fatto e si spendono altre cifre da capogiro per consumare ulteriore territorio! Certo è che se decine e decine di torri eoliche di 100 metri venissero poste sui crinali di queste colline, la Tuscia ed il Lazio perderebbero l'ennesima pozione di paesaggio identitario (senza contare il danno ambientale provocato da questo tipo di impianti), rendendo così anche in questa zona il territorio anonimo e banale. Ed il turismo del comprensorio, oggi vivissimo e di altissima qualità, ne risentirebbe di certo, poiché anche i cretini capiscono che il Lago Volsino non è un puro e semplice specchio d'acqua ma un ecosistema che vive in simbiosi con le sue colline ed è quindi il territorio nel suo insieme che va tutelato. Anche la tanto rinomata purezza delle acque del lago, se si continuasse ad urbanizzare le colline circostanti, è ovvio che ne risentirebbe. Certo è che i tanti turisti stranieri che oggi lo frequentano finirebbero col vedere questo territorio non più come "speciale" ed inizierebbero a vederlo come anonimo e mediocre, scegliendolo così sempre di meno per le proprie vacanze. Un modo davvero lungimirante di gestire un territorio che anno dopo anno diviene una meta turistica internazionale, da far concorrenza a Valdorcia e Chianti!
Concludiamo con un'amara constatazione. Pochi sanno che tutta l'area formata dal Lago di Bolsena, dai Monti Volsini e dalla Valle dei Calanchi di Bagnoregio, per le proprie straordinarie valenze, è in procinto di esser candidata all'Unesco per il riconoscimento quale Patrimonio dell'Umanità. Eccezionale dal punto di vista paesaggistico, questo comprensorio ha inoltre conservato quasi inalterati i tratti morfologici della sua storia geologica, tanto da farne un unicum a livello europeo. Tuttavia, i numerosi e gravissimi elementi di degrado che attualmente interessano questo territorio (speculazione edilizia, abusivismo, cave selvagge, serricoltura, progetti di eolico industriale) rischiano di minare ogni possibilità di ottenere questo importantissimo riconoscimento che darebbe ulteriore slancio al turismo e allo sviluppo sostenibile locale. L'Unesco, infatti, nelle sue valutazioni circa un territorio condidato a diventare patrimonio Unesco, non tiene conto soltanto dello stato attuale dei luoghi, ma anche la capacità delle amministrazioni locali di saperli mantenere tali a lungo termine. Ebbene, la "tendenza" al degrado che oggi chiunque può constatare attorno al Lago di Bolsena potrebbe essere un motivo determinante per la bocciatura della candidatura dell'area Lago di Bolsena-Monti Volsini-Valle dei Calanchi a Patrimonio dell'Umanità. E di questo rischio è bene che se ne rendano conto le amministrazioni comunali e quella provinciale, che NULLA stanno facendo per dare qualità alla zona e per reprimere e cancellare i fenomeni del degrado. L'ennesima prova di come la classe politica del Viterbese non sia in grado di gestire il proprio territorio sfruttandone le enormi potenzialità in fatto di turismo e sviluppo sostenibile. Il problema è la persistenza di una mentalità politica provinciale ed arrogante, chiusa agli esempi postiivi che giungono da altre realtà italiane (ed europee) in fatto di valorizzazione delle peculiarità locali, che da decenni lascia maltrattare questi magnifici territori. Sapranno svegliarsi gli amministratori, gli imprenditori e i cittadini tutti, prima che sia troppo tardi?
Il comitato dinamismi non è contrario per principio all’utilizzazione di fonti di energia rinnovabili e pulite, è tuttavia molto preoccupato della sregolata proliferazione degli impianti eolici che stanno colonizzando ampi e preziosi settori del paesaggio naturale in Italia e in Europa. Questo scenario giustifica serie perplessità e sollecita precise ed urgenti risposte. Colpisce soprattutto l’ampia sproporzione tra il grave danno ambientale causato dagli impianti eolici e il loro contributo alla soluzione del problema energetico. Primo fattore da prendere in esame è l’inserimento di questi impianti nella Pianificazione Energetica degli enti locali di vario livello: regionale, provinciale e comunale. Spesso, infatti, questi piani sono inefficaci se non addirittura assenti. Stesso problema per i Piani Paesaggistici, peraltro ritenuti da più, e tra questi anche da molti Amministratori pubblici, un fastidio più che un contenimento a speculazioni degradanti e una tutela dell’identità locale. Emblematico il caso di Castelguidone! Monte S. Vito, sito scelto dall’Amministrazione comunale per l’istallazione di 11 aerogeneratori (per una potenza nominale di 22 MWh), dista solo 1,5 Km dal centro abitato. Oltre al devastante impatto ambientale, l’impatto visivo risulterebbe di incalcolabili proporzioni, visto che si tratta dell’unica visuale dalla piazza del paese. La popolazione non è stata minimamente coinvolta in questa scelta che cambierebbe per sempre il territorio, la storia e le tradizioni del nostro piccolo centro. L’alto Vastese ormai disseminato di torri eoliche sta pagando, in termini ambientali, un altissimo prezzo; peraltro le stesse torri risultano spesso ferme visto che la zona è caratterizzata da raffiche di vento fortissime alternate a periodi di bonaccia. A fronte di questi danni incalcolabili viene riconosciuta ai comuni una modestissima percentuale dei ricavi annuali della società beneficiaria della concessione (nel nostro caso il 3,5%), ed un affitto di qualche migliaio di euro annuo per il canone dei terreni ("eco – risarcimento"); nessun altro beneficio va alle comunità locali (neanche un modesto sconto sulla tariffa dell’elettricità consumata!!!). A svantaggio della popolazione vanno tutte le "esternalità" di simili impianti: 1- disboscamento 2- apertura di strade percorribili da trasporti eccezionali 3- realizzazione di elettrodotti interrati con scavi o in aria con tralicci 4- realizzazione di enormi buche per i basamenti (ogni torre necessita di una fondazione in cemento di circa 300 m con materiale prelevato dalle cave locali. 5- deprezzamento dei terreni ed immobili circostanti in proporzione alla distanza delle torri eoliche e alla loro visibilità 6- inquinamento acustico: rumorosità percepibile dalle abitazioni più prossime, e talvolta anche da quelle meno vicine, a seconda della direzione del vento 7- alterazione del paesaggio (spesso rurale come quello di Castelguidone) con strutture di cui tutto si può dire, salvo che introducano una valenza di pregio impatto visivo 8- impatto su flora e fauna (es. scomparsa della fauna stanziale e migratoria) 9- interferenze sulle telecomunicazioni 10- sviluppo di smog elettromagnetico PER TUTTE QUESTE RAGIONI IL COMITATO DINAMISMI SI OPPONE CATEGORICAMENTE ALL'INSTALLAZIONE DI UN PARCO EOLICO IN LOCALITA' MONTE SAN VITO. Dinamismi Contatto Facebook: comitato dinamismi POSTILLA: Quello che avete appena letto è il manifesto che il Comitato Dinamismi ha distribuito alla popolazione durante la passeggiata informativa di domenica 12 luglio organizzata da WWF e Lipu insieme a noi, e alla quale hanno parteciapto Oreste Rutigliano e Italia Nostra Molise. Il comitato spontaneo cittadino "DINAMISMI" , formato da circa 40 ragazzi di Castelguidone (CH), è stato costituito per contrastare la logica di sfruttamento del territorio messa in atto dall’Amministrazione comunale che intende "svendere" la nostra montagna alla Ipotenusa srl per la realizzazione di una wind farm costituita da 11 aerogeneratori per una potenza nominale di 22 MWh. La convenzione con detta società è stata approvata dal Consiglio Comunale in data 10 giugno 2009. La società Ipotenusa srl (cod. fisc. 01872910680 e numero rea Pe – 135408) è stata costituita il 10/07/2008 e risulta, ad oggi, inattiva (pensiamo si tratti del solito "metodo all’italiana" di costituire una società solo per aggiudicarsi la convenzione e in seguito "subappaltarla" ad altre società che hanno asset e mezzi finanziari per poter realizzare l’impianto industriale). Il sito scelto dall’Amministrazione Comunale è a circa 1,5 Km di distanza dal centro abitato; oltre al devastante impatto ambientale, l’impatto visivo risulterebbe di incalcolabili proporzioni, visto che si tratta dell’unica visuale dalla piazza del paese. La popolazione, naturalmente, non è stata minimamente coinvolta in questa scelta che cambierebbe per sempre il territorio, la storia e le tradizioni del nostro piccolo centro. L’Alto Vastese, come già sapete, stà pagando a carissimo prezzo un altissimo costo ambientale per la disseminazione di torri eoliche posizionate sulle creste della nostre montagne (es. 188 torri nella wind farm di Castiglione Messer Marino, 15 Km da Castelguidone – 15 torri nella wind farm di Schiavi d’Abruzzo, 7 Km da Castelguidone, etc.). Peraltro le stesse risultano spesso ferme visto che la nostra zona è caratterizzata da raffiche di vento fortissime alternate a periodi di bonaccia (come sapete gli aerogeneratori sono fermi oltre i limiti "cut in" / "cut out" di velocità del vento). Attualmente stiamo raccogliendo materiale per approfondire l’argomento anche dal punto di vista tecnico; intendiamo sensibilizzare la popolazione per procedere successivamente alla raccolta delle firme. Dicono sull’eolico: "Parlando di energie rinnovabili… è inutile insistere con l’energia eolica poiché di vento nella Penisola ce n’è poco, a differenza dei Paesi del Nord Europa" Carlo Rubbia Premio Nobel per la fisica (dichiarazione 9 marzo 2007 rilasciata al Corriere della Sera) "L’eolico ha dato un contributo ma non credo che rappresenti la soluzione, perché l’Italia è uno dei paesi meno ventosi al mondo; l’unica tecnologia che ha le gambe per camminare nel medio e lungo periodo è quella solare" Paolo Scaroni Amministratore Delegato Eni (dichiarazione Agenzia ASCA del 26 settembre 2007) "I veri rischi di funzionamento degli impianti eolici sono legati all’eventualità di un traumatismo sonoro cronico, i cui parametri fisiopatologici di sopravvenienza sono ben conosciuti e il cui impatto dipende direttamente dalla distanza che separa gli impianti eolici dai luoghi di vita e di lavoro delle popolazioni rurali. A titolo di precauzione si sospenda la costruzione di pale eoliche di potenza superiore a 2,5 MWh a meno di 1500 m dalle abitazioni". Académie Nazionale di Mèdecine - France dinamismi@gmail.com www.dinamismi.altervista.org Contatto Facebook: comitato dinamismi
Oggi su tutti i tg si è parlato della definitiva ratifica ministeriale in merito al ritorno ufficiale dell’Italia al nucleare. Nel progetto c’è sia il ripristino delle vecchie centrali bloccate dal referendum sia la costruzione di nuove centrali “di nuova generazione”. Chi è informato sulla materia sa che in realtà le “centrali di nuova generazione” sono quelle di “IV generazione”, tuttora in via di sperimentazione, ma che qui ci installeranno quelle di “III” (la centrale di Cernobyl era di II generazione tanto per intenderci…)… cioè roba già vecchia e non sappiamo quanto pericolosa (ma possiamo immaginarcelo). La lista dei siti prescelti ad ospitare una centrale nucleare è risalente a molti anni fa e si basa sulla loro presunta scarsa pericolosità a livello idrogeologico.
L'annuncio del ritorno ufficiale al nucleare - atto di improvvida arroganza governativa, in barba ad un sacrosanto referendum - ha ovviamente scatenato le proteste da parte di tutto il mondo ambientalista. Anche da parte di quell'ambientalismo assolutamente slegato dalla località e quindi dai territori ove realmente si vive, insomma di un ambientalismo ideologico (che spesso trova sostenitori fra l’ambientalismo “casalingo” e “virtuale”) che nei fatti si traduce più nella promozione di particolari lobbies politiche ed economiche che nella tutela reale dei territori e delle loro vocazioni naturali. Questo ambientalismo “ideologico” (quello ad esempio di Greenpeace e cui la stessa Legambiente pare ormai accodarsi) è oggi anch’esso probabilmente una minaccia. L’ideologismo di queste associazioni sta portando alla diffusione di molte mistificazioni, come quella per la quale l’alternativa in fatto di energia è oggi semplicemente fra nucleare e carbone da un lato e energie rinnovabili senza vincoli dall’altro. Alla base di tale ideologizzazione dei problemi ambientali e climatici sta ad esempio la spudorata promozione dell’eolico selvaggio: manca infatti a queste discutibili posizioni il legame con le piccole realtà territoriali locali, con i loro problemi, le loro aspettative, lo loro potenzialità in fatto di “sviluppo sostenibile”. A qualsiasi fazione si appartenga (nucleare o energie alternative), rimane il fatto che se abbassiamo le emissioni producendo energia con l’eolico selvaggio o con il nucleare, distruggeremo però l’economia delle aree locali interessate dagli impianti, con risvolti negativi non solo dal punto di vista strettamente ambientale, ma anche dal punto di vista urbanistico, sociale, culturale ed economico; Non si possono fare ragionamenti globali, se non si conoscono le problematiche locali: oggi chi conosce davvero “la realtà dei luoghi” sa benissimo che dove si vive meglio è perché si è avviato un processo di industrializzazione moderato e si sono conservate le attività tradizionali (silvo-agro-pastorali), che a loro volta hanno innestato lo sviluppo dell’indotto turistico; in sintesi dove si è gestita bene l’urbanistica, dando spazio allo sviluppo di diversi settori economici (agricoltura, industria, turismo, terziario) senza che essi “si calpestassero i piedi” l’un l’altro.
In verità l’alternativa non è affatto tra il ritorno al nucleare oppure l’uso scellerato e irrazionale dell’energie rinnovabili. L’alternativa è fra il perseverare nell’uso-consumo sconsiderato ed irrazionale del territorio e delle sue risorse da un lato ed una sua gestione razionale dall’altro. Partendo dal presupposto che il ritorno al nucleare è una cosa da evitare assolutamente, oggi è possibile produrre energia pulita in maniera massiccia sfruttando tutte le potenzialità del territorio senza danneggiarne in alcun modo le caratteristiche ambientali ed economiche. Ma per far ciò occorre una sana politica urbanistica del territorio, che è l’aspetto che più è mancato dal Dopoguerra ad oggi, e non solo in Italia ma in tutto il mondo. Il cemento chiama energia, e l’energia per essere prodotta richiede sempre in qualche modo il danneggiamento del territorio. Per bloccare questo circolo vizioso, serve una visione politica più ampia e lungimirante, sia a livello locale sia a livello globale: i due aspetti sono inscindibili. Nessuna persona intelligente del resto penserebbe che si salverebbero i ghiacciai riempiendo di torri eoliche i nostri territori naturali ed agricoli, poiché tale erosione nel breve o nel medio termine produrrebbe a livello locale danni ambientali, culturali ed economici tali da avviare in quei luoghi attività che a loro volta richiederebbero energia sempre maggiore, senza contare che la rovina degli ecosistemi locali danneggerebbe – come è ovvio – l’ecosistema globale. E’ da questo terribile circolo vizioso che dobbiamo liberarci. Iniziamo a dubitare di ideologie pseudo-ambientaliste proposte da chi ha interessi personali e avallate da chi non pensa col proprio cervello, e chiediamo a gran voce uno SVILUPPO MASSICCIO MA RAZIONALE DELLE ENERGIE RINNOVABILI.
E’ stato studiato ad esempio, che ricoprendo di pannelli fotovoltaici tutte le superfici attualmente occupate da aree industriali e produttive in Italia, il "Paese del Sole", si giungerebbe all’efficientamento energetico nazionale! Sviluppando fra l’altro un business industriale ed economico dalle proporzioni spaventose! Perché ciò non avviene? Perché si continuano ad alimentare con centrali termoelettriche o nucleari gli insediamenti produttivi, quando essi dovrebbero - per la sacrosanta logica del risparmio e dell’efficienza energetica - prodursi l’energia in loco? E perché invece di utilizzare gli edifici esistenti si costruiscono demenziali centrali fotovoltaiche a terra contribuendo così al consumo del territorio? E perché l’idroelettrico, che ancora alimenta gran parte delle nostre attività e che è così presente del nostro Paese, è attualmente abbandonato a se stesso e non viene rinnovato nei suoi impianti? Eppure l’idroelettrico rappresenta un tipo di energia davvero rinnovabile e pulita, poiché – particolare su cui forse pochi hanno mai riflettuto – è l’unica che ad un ecosistema alterato (la valle sommersa) ne sostituisce un altro (il lago artificiale), e che quindi in un certo senso riequilibra l’impatto antropico dell’uomo (pur mutandone logicamente le caratteristiche originarie); mentre TUTTI gli altri sistemi di produzione energetica (tradizionale e alternativa), che utilizzano fisicamente il territorio, alterano o cancellano un ecosistema (il sito dove vengono realizzati) senza sostituirlo con nulla di utile all’ambiente.
Veniamo quindi all’eolico, che invece di essere sviluppato nella modalità dell’eolico industriale, con le sue centrali immense e così devastanti per gli ecosistemi e le realtà locali, potrebbe essere sviluppato – anch’esso massicciamente – in una forma più “diffusa”. Sull’eolico insomma la sfida è fra l’eolico industriale dei potenti e degli speculatori e l’eolico diffuso, magari domestico: ogni palazzo, ogni villa, ogni condominio dovrebbe avere il proprio impianto di microeolico (in aggiunta o in alternativa a quello fotovoltaico), mentre l’illuminazione (pubblica e privata) nelle zone moderne dovrebbe essere alimentata da lampioni eolici-fotovoltaici già in uso in Giappone e Cina. Pensiamo a quante costruzioni moderne esistono sul suolo italiano (ed europeo) ed immaginiamo quanta energia si produrrebbe già solo col microeolico! O meglio, con il connubio tra fotovoltaico ed eolico diffuso!!! Perché tale soluzione non viene promossa dalle amministrazioni e dai governi? Forse perché chi costruisce le centrali nucleari o le grandi centrali eoliche, non vuole che tali realtà vengano conosciute dai cittadini? Fermo restando che gli impianti di grande taglia (anche di “minieolico”, con torri comunque alte fino a 30 mt circa) potrebbero essere realizzati in aree non di pregio ed energivore, come ad esempio tutti gli insediamenti industriali di una certa entità che esistono nel nostro Paese che naturalmente abbiano le sufficienti caratteristiche di ventosità. E allora perché i falsi-ambientalisti, invece di fornirci inquietanti liste di siti di pregio naturalistico da devastare con l’eolico industriale (accompagnate da propagande demenziali e legate alla più squallida techno-stupidity), non si mettono a lavorare su una mappa dei siti industriali italiani in cui tecnicamente sarebbe possibile produrre energia dal vento davvero ad impatto zero? Forse perché gli industriali dell’eolico industriale devono vendere (o meglio devono “ammollare” come si dice a Roma) a qualche amministrazione-popolazione locale disgraziata i grandi impianti che altrimenti gli resterebbero “sul groppone”? O perché con lo sviluppo del micro-eolico domestico essi non potrebbero creare monopoli di produzione energetica, come stanno cercando di fare stuprando i nostri territori ancora integri? “Non” sarà che gli speculatori e i politicanti non vogliono che tutti noi – come singoli, come famiglie, come condomini - diveniamo piccoli produttori indipendenti? Ed inoltre, perché le amministrazioni non realizzano centri di produzione energetica nei pressi degli insediamenti produttivi, come sarebbe razionale? Forse perché i terreni agricoli costano molto meno di quelli edificabili limitrofi alle aree industriali? Forse perché molti uffici tecnici comunali non vogliono deludere né gli industriali alla ricerca della spesa minima né gli immobiliaristi-costruttori alla ricerca di terreni edificabili?
Infine, quante altre energie alternative – come le biomasse ad esempio – potrebbero trovare adeguata collocazione senza ferire territori vergini? Quanta energia si potrebbe produrre grazie a questi impianti?
Sulla base di tutto ciò non vi sembra che da una parte e dall’altra ci stiano prendendo un po’ in giro? E che – COME SEMPRE – ognuno cerca di farsi gli affaracci suoi sulla pelle del territorio e dei suoi abitanti? Non è il caso di svegliarci? Non è il caso di iniziare a ragionare con la propria testa e di chiedere un utilizzo più sano e razionale dei territori in cui viviamo?
Ad ogni modo ecco di seguito la lista dei possibili nuovi siti per una centrale nucleare. Buona lettura.
Luca Bellincioni
Piemonte: Provincia di Vercelli: tutta la zona intorno al Po, da Trino Vercellese fino alla zona a nord di Chivasso.
Provincia di Biella: la zona intorno alla Dora Baltea a sud di Ivrea.
Lombardia: Provincia di Pavia: la zona dell’Oltrepò Pavese a nord di Voghera.
Provincia di Mantova: l’intera zona a sud di Mantova in corrispondenza del Po
Provincia di Cremona:zona a sud di Cremona in corrispondenza del Po (vicino a Caorso)
Veneto: Provincia di Rovigo: la zona compresa tra l’Adige e il Po (a sud di Legnago)
Friuli: Provincia di Udine e provincia di Pordenone: tutta la zona interna, intorno al fiume Tagliamento, da Latisana fino a Spilimbergo
Emilia Romagna : Provincia di Parma: la zona a nord di Fidenza, compresa tra il Po e il Taro
Toscana: L’isola di Pianosa
Lazio: Provincia di Viterbo: la zona interna a sud del Tevere, nella zona di affluenza della
Nera, tra Magliano Sabina e Orte.
Calabria: Provincia di Catanzaro: la zona costiera ionica in corrispondenza di Sellia Marina, tra il fiume Simeri e il fiume Alli (Principali località: Belladonna, Marindi, Simeri Mare, Sellia
Marina).
Provincia di Crotone: la zona costiera ionica in corrispondenza della foce del fiume Neto, a nord di Crotone (Marina di Strongoli, Torre Melissa, Contrada Cangemi, Tronca).
Provincia di Cosenza: la zona costiera tra il fiume Nicà e la città di Cariati
Puglia: Provincia di Taranto: la zona costiera ionica, in corrispondenza della località di Manduria.
Provincia di Lecce: la zona costiera ionica a nord di Porto Cesareo e quella a sud di Gallipoli; la zona costiera adriatica a nord di Otranto e quella a sud di Brindisi (esistono su
queste ultime dei vincoli naturalistici).
Provincia di Brindisi: la zona costiera in corrispondenza di Ostuni.
Sicilia: Provincia di Ragusa: la zona costiera tra Marina di Ragusa e Torre di Mezzo.
Provincia di Caltanissetta: la zona costiera intorno a Gela.
Provincia di Agrigento: la zona costiera intorno Licata.
Provincia di Trapani: la zona costiera a sud di Mazzara del Vallo, in corrispondenza della località Tre Fontane.
Sardegna. Ogliastra: la zona costiera in corrispondenza del fiume Riu Mannu e della località di Torre di Bari.
Provincia di Nuoro, la zona costiera a sud della località di Santa Lucia e in corrispondenza dell’isola Ruja.
Provincia di Cagliari: la zona costiera tra Pula e Santa Margherita di Pula.
Una vacanza indimenticabile ed emozionante, fuori dal turismo di massa e senza allontanarsi troppo da casa? Fra le province di Viterbo e Grosseto è un angolo di Maremma segreto ed affascinante che unisce cultura, relax e natura. Dalla campagna alla collina, dai parchi naturali alle terme, non lontani dal lago e dal mare e fra splendidi borghi sospesi nel tempo, la Maremma interna è perfetta per un lungo soggiorno all’insegna del totale plein air, o anche per un semplice week-end fuori porta lungo strade tranquille e solitarie.
Si parte da Farnese, piccolo borgo a poca distanza dall'incantevole Lago di Bolsena (dove un bagno è d'obbligo) e che fu usato come set per il Pinocchio di Comencini. Nel suo territorio è situata
Ci si dirige verso Sorano, attraverso un paesaggio via via più selvatico e romantico, fra boschi, prati e rupi rossastre. Il borgo di Sorano è uno dei più belli della Maremma e la sua maggiore decadenza rispetto a Pitigliano vi aggiunge un fascino particolare: i turisti sono pochi e l'atmosfera più raccolta, ma la visita del paese, dominato dall'imponente mole del Masso Leopoldino, non vi deluderà; fantastici i panorami sulle valli circostanti, mosse da canyon ed altopiani ove si alternano campi coltivati ed impenetrabili foreste di macchia mediterranea. Si riprende ora l'auto, continuando ad assaporare - sempre on the road - il fascino di questi paesaggi incontaminati e dai larghi orizzonti. Arriviamo quindi al minuscolo villaggio di Sovana, vero gioiello medievale, ove la modernità con i suoi quotidiani orrori non è mai entrata: la visita potrebbe sembrare breve, ma in uno spazio così modesto scopriamo una tale sorprendente concentrazione di edifici d'interesse artistico ed architettonico che invita ad assaporare con calma questo delizioso paesino.
Lasciamo a malincuore Sovana (che assieme a Pitigliano e Sorano forma il Parco Archeologico delle città del tufo) e proseguiamo alla volta di Saturnia, risalendo
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Gli inquietanti e demenziali progetti di "eolico selvaggio" che interessano attualmente la Tuscia dovrebbero far riflettere su una questione di fondamentale importanza circa lo sviluppo delle aree rurali in genere e del Viterbese in particolare. La mancanza di una tutela vasta e pianificata porta ciclicamente su questo territorio pregiatissimo - e su altri territori dalle caratteristiche simili e allo stesso modo non adeguatamente tutelati - proposte di progetti impattanti e devastanti. Dall'eolico alle grandi centrali biomasse, dalla riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia alle nuove autostrade e superstrade, dalla ricerca della grande discarica post-Malagrotta nella magnifica campagna fra Tarquinia e Allumiere all'aeroporto di Viterbo, dalla riconversione al nucleare di Montalto alla paventata costruzione di una nuova (la terza nel Lazio!) centrale nucleare nei pressi di Orte, dalle nuove aree industriali sparse qua e là alle lottizzazioni (a ville e villette) che molti Comuni sono pronti a consentire. Ora, appare chiaro anche ad un imbecille che se davvero tutti questi progetti venissero davvero realizzati la Tuscia - l'antica terra degli Etruschi - praticamente scomparirebbe dalla faccia della Terra e si potrebbe tranquillamente parlare di disastro ambientale. Appare dunque ancor più chiaro che probabilmente sarà impossibile realizzarli tutti, ma comunque ognuno fra questi progetti rimane di per sé ancora in ballo, o in alcuni casi (ad esempio l'eolico, il carbone e l'inutile e folle superstrada Civitavecchia-Viterbo) risulta addirittura in fase avanzata.
Ad ogni modo, il complesso di questi progetti - che disegnano un quadro quasi apocalittico per il futuro della Tuscia - pesa come una spada di Damocle sul territorio del Viterbese e dei suoi diretti dintorni e occorre aggiungere che questa realtà angosciosa non è cosa degli ultimi tempi ma ha ormai una vera e propria tradizione alle spalle. Infatti sono decenni che la Tuscia è interessata da scellerati progetti impattanti, segno di una servitù ad interessi superiori che è stata attenuata soltanto da una felice circostanza: vale a dire la vitalità che nella Provincia ancora conserva l'agricoltura, la quale qui più che altrove si è dimostrata un vero e proprio baluardo dell'ambiente. Tuttavia, la ciclica riproposizione di progetti devastanti ha fatto sì che nel territorio della Tuscia si vivesse e si continui a vivere in una situazione di eterna precarietà. Questa precarietà, dal canto suo, limita da sempre lo sviluppo economico del territorio provinciale, e soprattutto il comparto turistico. Infatti l'insicurezza diffusa sul destino di queste terre non ha mai permesso l'avvio di investimenti massicci sul territorio ad esempio nel turismo di qualità (enogastronomico, agrituristico, culturale, ambientale, ecc.), che invece già fa da molti anni la fortuna di zone limitrofe della Toscana e dell'Umbria.
Eppure la Tuscia vanta un patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale fra i più straordinari d'Europa, con la presenza di ambiti paesaggistici diversissimi (pianure, colline, foreste, laghi, canyon, calanchi, spiagge e cordoni di dune, fiumi) e spesso assolutamente integri ove si inseriscono mirabilmente i segni di un'intensa antropizzazione antica. Molti imprenditori (anche provenienti dall'estero) sarebbero disposti ad investire grosse somme nella Tuscia ed alcuni lo hanno già fatto, nonostante i succitati problemi. Ma la stragrande maggioranza degli addetti al settore turistico stentano a fare investimenti a lungo termine nella Tuscia, poiché le amministrazioni locali - e quelle della Provincia e della Regione -, non danno alcuna garanzia sulla salvaguardia delle risorse sulle quali dovrebbe proprio basarsi l'avvio di un'attività connessa con il turismo e le peculiarità dei luoghi. Per parlare chiaro: chi investirebbe oggi, con tutti questi assurdi e devastanti progetti in ballo, centinaia di migliaia (o milioni) di euro per avviare una moderna azienda agrituristica che possa offrire lo standard che oggi viene offerto nelle aree più sviluppate d'Italia in fatto di turismo di qualità? Chi investirebbe tutto il lavoro di una vita o - più prosaicamente - ingenti risorse per realizzare un business in un territorio che potrebbe essere, un giorno o l'altro, deturpato e depregiato? Chi, più semplicemente, si sobbarcherebbe oggi mutui e spese enormi ad esempio per ristrutturare una casa colonica e avviarci un'attività, col rischio di vedersi spuntare di fronte alla propria azienda una centrale eolica o una superstrada? O ancora, chi investirebbe nella riconversione al biologico della propria azienda agricola per vedersela poi danneggiata dal cemento delle infrastrutture o dai fumi tossici del carbone o dalle scorie nucleari? Ma - a ben vedere - tutte queste attività connesse con l'agricoltura ed il turismo sono proprio quelle - le uniche - funzionali ad un sano e sostenibile sviluppo del territorio, che favorisca la sua tutela, la sua salvaguardia, la sua promozione in ambito nazionale ed internazionale. E molti esempi virtuosi in Italia lo confermano.
Dobbiamo insomma concludere che la Tuscia è sinora stata governata come una regione da Terzo Mondo. Un'area di pregio eccezionale sfruttata sino all'osso dalla speculazione energetica, qui così potente, e più recentemente anche da quella edilizia. Mentre il suo patrimonio turistico rimane tuttora scandalosamente e penosamente sottovalutato e sotto-sfruttato, per colpa di amministratori locali incompetenti, rozzi, arroganti ed autoreferenziali. Ora l'eolico costituisce soltanto l'ennesimo assalto a questo meraviglioso patrimonio, che oltre ad essere turistico, è innanzi tutto ambientale, culturale ed umano. Auspichiamo che la Provincia di Viterbo si svegli prima che sia troppo tardi, riconosca le pecche di una gestione fin qui fallimentare delle risorse del territorio, si rimbocchi le maniche ed inizi davvero a "modernizzare" la Tuscia, che oggi significa far fruttare le sue peculiarità e non cancellarle.
Vanno per prima cosa istituite nuove aree protette che non siano i soliti fazzoletti di terra, bensì parchi vasti che diano garanzie a chi ci vive e che attirino investimenti di qualità, permettendo il rilancio all'unisono del settore agricolo e di quello turistico. Rammentiamo a tal proposito i nostri progetti per un Parco Nazionale dell'Etruria (a tutela della Tolfa e dell'area maremmana) e per un Parco Regionale della Teverina Viterbese, nonché il progetto avanzato tempo fa dalla Provincia stessa della candidatura a Patrimonio Unesco del Lago di Bolsena e della Valle dei Calanchi.: un'iniziativa, quest'ultima, di grande valore strategico ma che appare oggi abbandonata ed anzi a serio rischio a causa dei vari progetti di centrali eoliche nell'area volsina, in particolare di quello di Piansano in via di realizzazione nel silenzio (o nell'assenso?) delle autorità provinciali e regionali.
Non c'è più tempo da perdere ed occorre - ripeto - ricominciare a parlare di aree protette. Lo stesso allargamento del Parco della Valle del Treja si mostra urgentissimo al fine di bloccare i progetti d'eolico selvaggio di quasi tutti i Comuni del comprensorio, mentre l'ampliamento della Riserva del Lago di Vico (anche verso le aree agricole limitrofe non ancora comprese) costituisce un'altra priorità stando alla feroce speculazione edilizia palesatasi nei suoi dintorni negli ultimi anni.
Sapranno la Provincia, la Regione e qualche Comune lungimirante rendersi conto della situazione, e fare qualcosa per dare un indirizzo nuovo al futuro della Tuscia? Prima che sia troppo tardi?
Contro l'eolico in ambiti rurali e naturali: dovunque, senza se e senza ma! Ciao caro Paolo se dovessimo cercare un Comune che non abbia ancora fatto uno studio di fattibilità o una conferenza su un progetto di una centrale eolica, stenteremmo a trovarlo... Persino il Comune di Tuscania l'anno scorso in pompa magna annunciò l'avvio di un progetto per la creazione di un Parco eolico nel suo territorio. E stiamo parlando di Tuscania, circondata da vincoli e vincoli di ogni tipo. Certo è che se un'amministrazione volesse davvero fare una centrale eolica lo farebbe in barba ai vincoli corrompendo qui e là i vari uffici tecnici. Lo hanno fatto e continuano a farlo in Sicilia, Campania e Puglia, dove sono stati devastati paesaggi magnifici nell'indifferenza comune. Fortunatamente - in questo caso - nel Lazio ci abitano molte persone, e molte di esse si dedicano all'ambientalismo, quello vero però, quello di chi si sporca le gambe e le mani nei sentieri, assaporando la bellezza della natura e non l'ambientalismo falso di chi parla d'ambiente da dietro un pc o davanti alla televisione, senza essere nemmeno mai stato su un sentiero [...]. Ebbene l'eolico - nei modi in cui si sta sviluppando - è uno schiaffo alla ragione: ti prego davvero di leggere i miei articoli sul mio blog in merito (ho dedicato gli ultimi due anni della mia vita a questo problema) e capirai i tanti motivi per dire no a "questo" eolico. Da "consulente per il risparmio energetico e le energie rinnovabili" riconosciuto dalla Regione Lazio quale sono, mi permetto di dire la mia su questa spinosa questione. Gli assunti da cui parto per dire no all'"eolico selvaggio" sono vari, ma cerco di riassumerteli al volo: 1- Non si può aiutare l'ambiente devastandolo; 2- Attualmente solo l'agricoltura e il turismo possono permettere uno sviluppo locale sostenibile ed entrambi sono danneggiati dall'eolico; 3- Oggi il problema più grave del mondo - e quello che sta alla base del maggiore consumo energetico e quindi dei cambiamenti climatici - non è altro che il consumo di territorio: e l'eolico produce proprio consumo del territorio. Eppure l'eolico è in sé un'energia molto utile se usata con la logica. Innanzitutto esistono altre forme di tecnologia eolica meno impattanti (minieolico e microeolico) di cui non si parla mai perché le grandi aziende che producono le grandi pale debbono venderle. In secondo luogo l'eolico non dovrebbe mai essere promosso in aree "sperdute" come spesso i sindaci propongono, perché proprio quelle "aree sperdute" sono le porzioni di territorio di maggiore pregio!!! Le torri eoliche dovrebbero invece essere installate - come già si inizia a pensare da più parti - in siti già altamente alterati dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ad esempio a ridosso degli insediamenti produttivi, i quali fra l'altro sono proprio i maggiori "energivori", e restando il fatto che l'energia deve essere prodotta il più vicino possibile a dove viene consumata. Tempo fa proposi in svariati articoli la realizzazione di una "mappa nazionale dei siti industriali ventosi". Tale soluzione permetterebbe lo sviluppo sostenibile dell'energia eolica, limitando al minimo l'impatto paesaggistico, contando però anche che pure nelle aree industriali dovrebbero comunque essere evitate le torri alte 100 metri! Le quali oggi vengono proposte qui e là perché - ripeto - le fabbriche le hanno già costruite e non sanno più a chi venderle e cercano qualche amministrazione traffichina e qualche popolazione rincoglionita per appioppargli questi impianti che quasi più nessuno vuole... E non a caso nelle aree italiane in cui il paesaggio "si vende" e dove si vive di turismo, tipo l'arco alpino, tutte le regioni hanno varato una moratoria sull'eolico... Chissà perché... Tuttavia, rispetto all'eolico, di queste soluzioni alternative non si parla mai e non ce la faccio più a ripetere le stesse cose perché si tratta di cose eclatanti ed evidenti, e se la gente non ci arriva perché è idiota non ci posso fare niente. Non se ne parla perché da un lato gli industriali italiani non vogliono le pale affianco ai loro "bei" capannoni, dall'altro perché i terreni agricoli costano molto meno... e poi l'opinione pubblica è bombardata da pubblicità deficienti che ti propongono delle belle campagne punteggiate di torri eoliche, quasi fossero un elemento naturale: un'immagine posta lì ad arte per iniziare a farci fare confidenza con queste assurde mostruosità, simbolo del Dio-Tecnologia cui tutto si deve - pare - sottomettere. Per cui, anche culturalmente, il valore di un paesaggio integro sta decadendo del tutto e si rischia che le popolazioni locali diventino sempre più favorevoli alla devastazione del proprio stesso territorio (che magari non conoscono più e di cui non gli frega più niente). E tornando all'Agro Falisco, chi conosce la morfologia della zona (anzi mi chiedo: ma chi la conosce davvero?) e le caratteristiche di questo paesaggio converrà sul fatto che ovunque le pale venissero installate provocherebbero un impatto devastante in quanto sarebbero visibili da decine e decine di chilometri (le pale alte cento metri sono visibili spesso anche da 100 km in territori pianeggianti). Infatti l'Agro Falisco è formato da un susseguirsi di altopiani dolcemente ondulati interrotti da profondi valloni (le "forre"): ebbene le pale verrebbero installate su uno di questi altopiani, ma appare chiaro a tutti come non ci siano barriere naturali a "chiudere" alla vista uno qualsiasi di essi, per cui la centrale eolica sarebbe visibile da ogni punto dell'Agro Falisco; pensiamo ai danni che provocherebbe la centrale al paesaggio stupendo (e vincolato) che si gode sulla Via Flaminia da Rignano a Civita Castellana, ove lo sguardo oggi può spaziare in ogni lato a perdita d'occhio sulle magnifiche e dolcissime ondulazioni falische; oppure al danno al paesaggio eccezionale che è spesso visibile nelle aree archeologiche dell'Agro Falisco, ove fra castelli in rovina e costruzioni pre-romane i ruderi appaiono in splendida armonia con il paesaggio agricolo e naturale, fatto di quei vasti orizzonti che proprio l'eolico finisce col distruggere. Pensiamo poi a quelle giornate bellissime d'inverno con la nebbiolina che copre tutto l'agro da cui spunta solo qualche vecchia quercia e la mole solenne del Soratte... Pensiamo agli stessi panorami dal Soratte verso l'Agro Falisco, con e le sue immense distese di grano e di pascoli... Tutto ciò che oggi contraddistingue l'Agro Falisco, e che lo rende riconoscibile sia a chi ci abita sia ai turisti, scomparirebbe completamente, accecato dalla visione di mostri roteanti alti 100 metri, con buona pace del turismo culturale che si stava sviluppando e che praticamente crollerebbe, e con buona pace quindi di tutte le aziende agrituristiche e b&b che avevano investito centinaia di migliaia di euro in questo territorio e che non avrebbero più da "vendere" il vecchio paesaggio romantico del Soratte ma una misera accozzaglia di pale eoliche. E in una zona così vicina a Roma, se decadesse definitivamente il turismo - e l'agricoltura stessa, che oggi ha bisogno di un'immagine vincente del proprio territorio per imporsi sui mercati... - lo sapete quale sarebbe il suo destino? Il cemento. Sarebbe la morte dell'Agro Falisco, che dalla prospettiva di un Parco Regionale (o Nazionale) che proteggesse uno dei paesaggi più romantici del mondo, decantato da artisti, letterati e viaggiatori, diventerebbe un triste deserto di pale eoliche, elettrodotti (quelli nuovi che - accanto a quelli già esistenti - verrebbero costruiti assieme ad una centrale eolica), villette e capannoni. Perché questo sarebbe il suo destino, non prendiamoci in giro. E chi dice il contrario se ne prenda le responsabilità verso le generazioni future cui - mi sembra - in troppi vogliano togliere il diritto sacrosanto di godere di un territorio integro, come abbiamo potuto fare noi. Sicché mi pare necessario concludere che ci è a favore dell'eolico in ambiti rurali o naturali, e nella fattispecie nell'Agro Falisco, non vuole bene al territorio ma concorre alla sua distruzione. Si smascherino gli interessi occulti che sono dietro a queste operazioni e si avvii un nuovo modello di sviluppo per le aree a vocazione agricola a turistica, come la Valle del Treja. Un modello però basato sulla Ragione, non sull'ignoranza o sulla speculazione. Spero che questa mia mail ti sia d'ausilio per approfondire la questione. Non dobbiamo fare concessioni a chi parla di eolico in ambiti pregiati tipo l'Agro Falisco: chi vuole devastare il territorio è un nemico da combattere con tutti i mezzi a disposizione.
Introduzione: finalità e caratteristiche generali
La Sabina ha conservato un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso dei boschi che avvolgono i monti dalle sagome arrotondate, i piccoli vigneti, i colori cangianti dei pascoli e dei campi coltivati, i vasti e magnifici uliveti che rivestono i poggi, gli innumerevoli borghi arroccati formano insieme un importante esempio di "paesaggio medievale", di notevole valore estetico e tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma. Straordinaria inoltre la produzione agricola locale, che dà vista ad un olio extravergine d’oliva fra i più pregiati al mondo, conosciuto sin dall’epoca romana ed insignito – primo fra tutti gli oli italiani – del marchio DOP (denominazione d’origine protetta). Tale produzione (che comprende differenti qualità come la Raja, la Carboncella, il Frantoio, il Leccino, il Pendolino) è favorita da particolari condizioni geologiche e climatiche, le stesse che permettono altre notevoli coltivazioni locali, come ad esempio i frutteti, che potrebbero nel tempo ottenere simili riconoscimenti.
L’immenso patrimonio agricolo, paesaggistico e culturale della Sabina, tuttavia, non gode attualmente né di un’adeguata tutela né – tanto meno – di un’adeguata politica di valorizzazione e promozione sul mercato agroalimentare e turistico nazionale ed internazionale. Le amministrazioni locali hanno finora agito al di fuori di un progetto condiviso e complessivo, proponendo ognuna soluzioni di sviluppo diverse ed episodiche, nel complesso ancora lontane dagli standard qualitativi offerti dalle aree più sviluppate in Italia in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico.
Tali lacune hanno indotto l’Autore a concepire l’idea di un Parco Agricolo e Culturale della Sabina, finalizzato alla salvaguardia e allo sviluppo della società rurale sabina. Il Parco doterebbe i Comuni di una pianificazione dello sviluppo economico e urbanistico, evitando così ogni ulteriore consumo di terreni agricoli e ponendo le basi per un utilizzo più equilibrato e razionale del territorio.
Va ribadito infatti come la mancanza di tutela nella Sabina sia oggi un grave freno ad uno sviluppo turistico di un certo rilievo, e recenti progetti ad altissimo impatto ambientale, come il Polo Logistico di Passo Corese, rischiano di stravolgere la vocazione naturale di questo territorio, che è evidentemente agricola e turistica.
Una seria politica di tutela attira investimenti di qualità nel territorio ed è presupposto essenziale per la sua valorizzazione e quindi per la sua promozione. Sul trinomio tutela-valorizzazione-promozione, infatti, si gioca il futuro della Sabina, ed un progetto come il Parco Agricolo e Culturale della Sabina può esserne la sintesi più efficace.
Un parco vastissimo, che comprenderebbe tutte le aree rurali della Sabina Laziale (Sabina Tiberina, Farfense, Lucretile, Turanense e Reatina) e di quella Umbra (i territori cioè di Stroncone, Otricoli, Calvi e in parte di Narni), per dar vita a un grandioso progetto di valorizzazione e promozione dell’intera sub-regione sabina e delle sue straordinarie peculiarità paesaggistiche e per sviluppare un turismo culturale, ambientale ed enogastronomico ai livelli delle più rinomate zone turistiche dell’Umbria, della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte e di altre realtà. L’enorme diffusione di agriturismi negli ultimi tempi rappresenta fra l’altro un segnale di fondamentale importanza per la Sabina, che pian piano sta iniziando a proporsi come una nuova meta del turismo enogastronomico e culturale, grazie anche all’eccezionale posizione strategica e alla comodità dei collegamenti viari. Un “paradiso rurale” a due passi dalla Città Eterna, quindi, dove il paesaggio è sempre verde, dove i tramonti sono irripetibili e la primavera incomparabile, dove l’atmosfera paesana è rimasta quella di sessant’anni fa.
Un parco tuttavia differente dalle tradizionali aree protette nazionali e regionali con i loro stretti (e spesso discutibili) vincoli che rischiano di rendere impopolari le scelte volte alla salvaguardia del territorio e che comunque risultano inadatti ad un’area prettamente rurale come quella del Parco da noi proposto. Il Parco Agricolo e Culturale non prevede infatti alcuna limitazione delle attività tradizionali, fra cui la caccia e la pesca, che potranno continuare a svolgersi nei limiti già previsti dalla Legge. Anzi, come suggerisce l’aggettivo “agricolo”, una delle finalità principali del Parco sarà proprio quella di difendere le attività tradizionali, agro-silvo-pastorali e venatorie, che d’altro canto dalla migliore salvaguardia del territorio nei confronti della speculazione e dell’abusivismo edilizi non potranno che trarre giovamento.
Concludendo, confidiamo nell’interessamento al progetto del Parco da parte di tutte le associazioni ambientaliste e culturali della zona nonché delle amministrazioni locali, nella consapevolezza della necessità di iniziare a proporre qualcosa di innovativo e costruttivo sul territorio sabino. Di seguito forniamo pertanto un’analisi della variegata realtà sabina rispetto alle sue potenzialità turistiche e agli interventi auspicabili nel contesto del Parco Agricolo e Culturale.
1. Zonizzazione del territorio del Parco
Il Parco Agricolo e Culturale della Sabina dovrà comprendere le aree agricole di pregio paesaggistico e ambientale dell'intera sub-regione sabina. Un "parco diffuso" quindi, di carattere diverso da quello dei normali parchi naturali, e più legato alla tutela, valorizzazione e promozione delle specificità culturali del territorio più che di quelle strettamente naturalistiche; senza nulla togliere ovviamente alla possibilità di realizzazione un Parco Regionale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto. Le aree interessate dal Parco sono le seguenti:
1-La Sabina Tiberina (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Catino, Gavignano, Magliano Sabina, Collevecchio, Roccantica, Casperia, Otricoli, Calvi dell'Umbria, ecc.)
2-La Sabina Farfense (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Nativo, Fara Sabina, Montepoli in Sabina, Toffia, Mompeo, Salisano, Castelnuovo di Farfa, ecc.)
3-La Sabina Reatina (Comuni: Contigliano, Greccio, ecc.)
4-La Sabina Turanense (Comuni: Collalto Sabino, Castel di Tora, Colle di Tora, Paganico, Ascrea, Rocca Sinibalda, ecc.)
5-La Sabina Lucretile e Romana (Comuni: Nerola, Scandriglia, Palombara Sabina, Orvinio, Moricone, Percile, Licenza, ecc.)
6-La Sabina interna (Comuni: Belmonte Sabino, Monteleone Sabino, Montenero Sabino, Torricella in Sabina, Poggio San Lorenzo, Casaprota, ecc.)
Le sei aree individuate corrispondono ad altrettanti ambiti omogei dal punto di vista geografico, paesaggistico e culturale. Spicca la presenza di tre Comuni amministrativamente umbri, quali cioè Calvi, Stroncone ed Otricoli, che dà al Parco una dimensione interregionale e ha lo scopo di riunire sotto un progetto unitario anche il pregiato territorio della "Sabina Umbra", divisa oggi dal resto della Sabina soltanto da un confine immaginario ma ad essa in realtà strettamente legata per motivi geografici (i Monti Sabini e la Valle del Tevere) e turistici (con gli itinerari legati alla Via Flaminia e alla SP 313). Ai tre Comuni citati potrebbe inoltre essere aggiunta parte del territorio comunale di Narni, che - com'è noto - comprende alcune frazioni storicamente "sabine".
2. Analisi degli ambiti paesaggistici
Essendo il territorio sabino assai vasto e variegato sotto il profilo delle morfologie, delle colture agrarie, degli insediamenti e della storia urbanistica, occorre studiare le diverse situazioni locali per comprendere gli interventi specifici da avviare tramite il Parco Agricolo e Culturale. Qui di seguito, pertanto, offriamo una breve pamoramica sulle diverse realtà della Sabina, con una particolare attenzione alle condizioni del paesaggio e allo stato di sviluppo turistico.
2a-
La mancata industrializzazione del territorio - che è d'altro canto naturalmente una causa dell'impoverimento e dello spopolamento di queste plaghe - non è stata mai colta come una risorsa dalle amministrazioni locali, che quasi mai dal Dopoguerra ad oggi hanno avviato progetti di valorizzazione del paesaggio agrario, lasciando anzi aggredire da un'anarchia edilizia nelle forme e nelle ubicazioni delle nuove costruzioni, rurali e non. Il risultato è un'eccessiva varietà delle costruzioni nel paesaggio agreste, che spesso tende a banalizzarlo. Tuttavia tale promiscuità edilizia tende a diminuire con l'allontanarsi da Roma, in particolare da Casperia in poi, assieme allo stesso insediamento sparso, che comunque - occorre sottolinearlo - si concentra soprattutto nella fascia pedemontana lungo la 313 o nelle sue vicinanze, lasciando invece integre le innumerevoli splendide vallette che dalle quote più alte della fascia collinare si susseguono fino al solco del Tevere. Tale ubicazione lascia pensare come l'urbanistica sabina dal Dopoguerra ad oggi abbia cercato di coniugare la duplice esigenza di mantenere l'agricoltura nei terreni più fertili (quelli vallivi) e di fornire nuove abitazioni (nei pressi delle strade) agli abitanti che facevano da pendolari per Roma. Quel che è però mancato è stato un insieme di direttive su come costruire i nuovi edifici in ambito rurale, sebbene i danni apportati al paesaggio siano ancora tutto sommato rimediabili ed anzi oggi si assista ad una spontanea tendenza ad un’edilizia di maggiore qualità.
Ad ogni modo, dopo decenni di spopolamento ed abbandono,
2b-
Imperniata sul corso del Fiume Farfa,
Il pregio storico e paesaggistico della zona non ha mai indotto le amministrazioni locali ad un'attenta tutela del territorio. Notiamo subito infatti un acuirsi di quell'insediamento sparso che già caratterizza parzialmente
2c-
Si tratta dell'area forse più "turistica" dell'intera sabina, poiché favorita dalla collocazione all'interno del comprensorio della Valle Santa di Rieti, recentemente interessato da notevole sviluppo turistico, anche grazie al progetto del Cammino di San Francesco, che unisce ad anello i quattro importanti santuari francescani. Dominata da vari santuari e conventi, fra i quali naturalmente quello di San Francesco a Greccio, la zona è suddivisa in appena tre Comuni, Contigliano e Greccio e
Il paesaggio agrario è fra i più integri e pregevoli non solo della Sabina ma dell'intero Lazio, e
Lo sviluppo urbanistico sia di Greccio sia di Contigliano - entrambi borghi di rara suggestione e mirabilmente ristrutturati e mantenuti - appare ancora piuttosto ordinato, nonostante alcuni episodi di abusivismo e di speculazione edilizia nei pressi di quest'ultimo paese. Purtroppo, negli ultimi tempi sono stati rilanciati folli progetti di insediamenti produttivi e impianti eolici, a riprova di come nemmeno lo sviluppo turistico - se non accompagnato ad un'adeguata tutela formale ed effettiva tramite un'area protetta - non riesca a scongiurare interventi speculativi sul territorio.
2d-
E' una delle aree più marginali della Sabina e dell'intera Provincia di Rieti. Pur essendo un comprensorio molto vasto, che va dal confine con l'Abruzzo (Piana di Carsoli) sino alle propaggini dei Monti Sabini all'altezza di Rocca Sinibalda, l'intera area - imperniata sulla Valle del Turano e compresa fra i gruppi montuosi dei Lucretili, dei Carseolani e dei Sabini - presenta un'identità culturale tutta propria con ben definiti caratteri paesaggistici. Interessante anche il rapporto identitario e culturale con il vicino Cicolano, con il quale ha condiviso il destino della trasfomazione di buona parte dei terreni vallivi in lago artificiale e conseguentemente il fenomeno dello spopolamento in massa prima e del turismo poi. Ma notevole rimane - agli occhi dello storico e dell'antropologo - la differenza fra il Cicolano, area tradizionalmente non sabina e pre-aquilana, e
Una precisa identità - quella della Sabina Turanense - che si scopre già in auto provenendo da Carsoli e da Roma: non appena varcato il confine regionale (e provinciale), i capannoni e le ville moderne lasciano d'improvviso il posto ad un paesaggio antico, ove i segni dell'uomo si manifestano nei rari casali in pietra, adornati da pini e cipressi. Si capisce che ormai si è in Sabina, insomma, e la situazione non cambia percorrendo tutta la strada che risale la vallata del suggestivo Lago del Turano e si spinge sino allo splendido borgo di Rocca Sinibalda, arroccato nel verde e dominato dalla mole dell'imponente Castello. Anche qui praticamente assenti gli insediamenti produttivi, che danno l'impressione al visitatore di un paesaggio incontaminato e rimasto immutato nei secoli.
Una zona di straordinario pregio, quindi, ricca di centri storici stupendi e di paesaggi incantevoli, che da sola meriterebbe la tutela come parco naturale regionale (già esiste comunque
Ma i problemi di salvaguardia non mancano nemmeno qui. Mentre l'insediamento sparso rimane ben poca cosa, la speculazione edilizia ha provocato danni ingenti soprattutto a Castel di Tora, dove una recente, piccola ma volgare lottizzazione ai piedi del bel borgo medievale ha alterato profondamente il rapporto fra la campagna e l'abitato, oppure a monte di Stipes, ove un'altra (stavolta immensa) lottizzazione ha massacrato il fianco di un'intera montagna e il paesaggio di chi guardi il lago dal Monte Cervia. Situazioni simili sono in progetto in molti altri centri del comprensorio, le cui amministrazioni non paiono avere i mezzi (né la volontà) per respingere tali aggressioni. Nell'ambito del Parco Agricolo e Culturale, una delle finalità principali sarà la salvaguardia e la valorizzazione dell'immenso patrimonio paesaggistico della Sabina Turanense, con progetti di promozione del territorio e di intensificazione della sentieristica, in una delle zone della Sabina più vocate allo sviluppo del turismo escursionistico.
2e-
E' questa una delle zone più vaste e problematiche della Sabina, con i suoi contrasti e le sue spiccate diversità. Sebbene sia costituita da un'area vasta ma non vastissima, al suo interno sono ravvisabili situazioni quasi opposte sotto molti aspetti.
Iniziamo dal paesaggio, che in generale (fatta eccezione per Orvinio come vedremo) risulta eccezionalmente caratterizzato dalla coltura dell'olivo, predominante su tutte le altre colture ma che, ciò nonostante, lascia un notevole spazio alla frutticoltura; ben più vario e complesso è il discorso sulla qualità urbanistica, che varia molto da Comune a Comune: intorno a Palombara Sabina è da rilevare il maggiore insediamento sparso, che in alcuni punti ha seriamente alterato il paesaggio agrario, a causa non solo dell'edificazione in sé ma dalla realizzazione di manufatti (spesso abusivi e condonati) assolutamente incompatibili con esso (ville moderne a fini residenziali) e talvolta addirittura nei pressi di emergenze storiche ed architettoniche importantissime (come ad esempio le brutte ville che ormai quasi circondano l'Abbazia di San Giovanni in Argentella); il degrado urbanistico continua inoltre ad interessare lo stesso abitato di Palombara, mentre la vicenda dell'antenne già installate (e da installare) sul Monte Gennaro pare fortunatamente inoltrarsi su una strada positiva grazie all'interessamento da parte del FAI. Migliora decisamente la situazione negli altri Comuni del versante romano dei Lucretili, sebbene in più di un caso occorra sottolineare episodi di abusivismo edilizio e speculazione (in particolare ai piedi di Monteflavio, Moricone e Montelibretti) risalenti all'ultimo scellerato condono; un vero scempio invece appare la collocazione di un’area di esercitazione dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco nel Comune di Montelibretti, all’interno di una zona rurale.
Venendo poi all'area ricadente in Provincia di Rieti, qui il paesaggio risulta praticamente spaccato in due, con la prevalenza del paesaggio agrario nel territorio di Scandriglia e Poggio Moiano e di quello naturale intorno ad Orvinio; entrambi questi paesaggi nella loro specie rappresentano due degli episodi più pregevoli dell'intero Lazio, arricchiti peraltro dalla presenza di notevoli testimonianze sia di edilizia rurale sia di architettura religiosa (citiamo solo le suggestive rovine di Santa Maria del Piano, presso Orvinio); negativo invece il discorso urbanistico, che purtroppo svela una gestione riprovevole dei Comuni di Scandriglia e Poggio Moiano, praticamente sdoppiatisi con lo sviluppo edile moderno, e discutibile in quello di Orvinio pur restando la bellezza del suo centro storico, recentemente inserito nel "Club dei Borghi più Belli d'Italia". Giungiamo poi alla Valle Licinese, con Percile, Licenza e Roccagiovine, che ripropone il classico paesaggio montano e collinare dei boschi, dei prati e dei pascoli della media-montagna pre-appenninica, con episodi di frutticoltura più a valle, nel territorio di Licenza. In quest'ultimo è fra l'altro da sottolineare la presenza delle rovine della villa di Orazio, citata più volte dal grande scrittore e filosofo romano, che tanto decantò il suo amato angulus sabino.
Il turismo in tutta
2f- La Sabina interna e
Nonostante sia praticamente tagliata in due dalla Via Salaria, si tratta dell'area più tranquilla ed appartata della Sabina. Di ciò risente positivamente anche il paesaggio quasi ovunque integro e bellissimo, e caratterizzato da un cospicuo patrimonio di edilizia rurale storica, oggi purtroppo in vario stato di abbandono. I molti centri storici, che ripetono la classica tipologia sabina dei borghi di poggio, si presentano in modo piuttosto differente l'un l'altro a seconda della particolare storia amministrativa in fatto di arredo urbano e gestione urbanistica. L'area in questione è inoltre molto frazionata e in via di spopolamento, anche a causa di un isolamento stradale più marcato rispetto ad esempio alla Valle del Farfa. il paesaggio agrario risulta dal canto suo molto vario, da quello classico sabino della campagna di Casaprota, Torricella o Monteleone Sabino, a quello già più "reatino" e "montano" di Ornaro, Monte San Giovanni, Montenero Sabino e della Val Canera. Magnifica l'urbanistica di Montenero, che tuttavia è interessato da un'annosa (e discutibile) opera - ancora incompiuta - di ristrutturazione del Castello Orsini allo scopo di farne una sede distaccata dell'Università La Sapienza di Roma, e che lascia dei seri dubbi sul rispetto della struttura originaria. Splendidi poi i piccoli borghi arroccati di Ornano, Ginestra, Torricella, Collelungo ed altri, immersi in una natura rigogliosa e circondati da amene campagne. interessante il caso toponomastico di Poggio Perugino, fra l'altro anch'esso piccolo villaggio sommitale, punto d'accesso all'incantevole omonimo altopiano.
Buona nel complesso la gestione urbanistica della zona, facilitata del resto dallo spopolamento: va sottolineata però con forza la presenza di molti manufatti abusivi, alcuni dei quali purtroppo addirittura allo stato di scheletro come nei pressi di Monteleone e nella campagna fra Torricella e Poggio San Lorenzo, o come l'enorme scheletro di cemento a ridosso dell'abitato di Casaprota (e in quest'ultimo caso si può parlare tranquillamente di ecomostro). La solitudine dei luoghi infatti permette spesso anche una certa "liceità", e questa zona della Sabina ne è
Per valorizzare quest'area della Sabina sarebbe auspicabile l'istituzione di un Parco Naturale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Pizzuto e Tancia, entrambi fra l'altro già inseriti nell'elenco dei SIC dell'Unione Europea e quindi formalmente già assai vincolati. Inoltre, la diffusa presenza di siti archeologici - fra cui spicca quello di Trebula Mutuesca, presso Monteleone Sabino - costituisce un altro elemento su cui occorrerebbe puntare di più, anche con la creazione di un itinerario escursionistico che unisca le varie località d'interesse storico-archeologico. Dal punto di vista infine strettamente paesaggistico, un'idea sarebbe quella di realizzare dei tabelloni didattici da installare sui belvedere dei centri storici che offrano panorami particolarmente rappresentativi del paesaggio agrario sabino (ad esempio quello della stessa Monteleone Sabino) al fine di spiegarne al visitatore le caratteristiche storiche e scientifiche.
3. Interventi da attuare sul territorio del Parco
Gli interventi del Parco sono gli strumenti atti a realizzare le sua finalità di tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio agricolo, culturale, ambientale, paesaggistico e turistico della Sabina. Molteplici i settori sui quali il Parco dovrà programmare il suo piano operativo, in accordo con il principio di fondo del Parco stesso, vale a dire "programmare" lo sviluppo della Sabina, sottraendolo così all'anarchia delle iniziative dei Comuni e dei singoli privati, spesso contrastanti e comunque quasi sempre incompatibili con uno sviluppo armonioso di questo pregiato territorio.
3a - Agricoltura e tutela e valorizzazione del paesaggio agrario:
- divieto di nuove costruzioni in tutto il territorio interessato dal Parco, tranne quelle di pubblica utilità e quelle strettamente connesse alle attività tradizionali agro-silvo-pastorali e artigianali (ad ogni modo ogni nuova costruzione dovrà rispondere a precisi parametri sia architettonici che energetici stabiliti dal piano del Parco); interventi di riqualificazione paesaggistica, con la demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti;
- interventi di ingegneria naturalistica, con il recupero delle cave dismesse e di quelle in via di chiusura, e rimboschimenti mirati, in particolare nell'area di Fara Sabina; interventi di bonifica fluviale e delle discariche abusive; divieto di avviare colture aliene dal contesto agricolo tradizionale (es. le coltivazioni in serra);
- promozione di colture ad alto valore economico e turistico, sul modello del Pian Grande di Castelluccio di Norcia (PG), da realizzarsi in uno (o più) degli altopiani del Parco che abbia le caratteristiche adatte, non solo dal punto di vista climatico ma anche da quello ambientale (cioè che sia stato fino a tempi recenti utilizzato a scopi agricoli);
- avvio di colture collegate alla produzione di biocarburanti nelle aree attualmente incolte, da incentivarsi anche tramite la creazione di piccole cooperative agricole;
- creazione di un Vivaio del Parco e fornitura gratuita di alberi ornamentali tipici della campagna sabina (quercia, pino, cipresso, ecc.) a beneficio di chi voglia piantarli nei pressi del proprio edificio rurale, al fine di attenuare l'impatto paesaggistico dell'insediamento sparso; obbligo viceversa di piantumazione di tali essenze a ridosso delle strutture produttive situate in aree rurali, allo scopo di limitarne il grave impatto estetico.
3b- Edilizia:
- incentivi per la ristrutturazione ed il riutilizzo del patrimonio di edilizia rurale al fine di salvaguardare e valorizzare il paesaggio agrario sabino; nella stessa ottica, gli incentivi dovrebbero riguardare anche la riqualificazione architettonica in stile di edifici moderni ed attualmente alieni dal contesto paesaggistico, fatto di fondamentale importanza soprattutto nelle aree a maggiore insediamento sparso;
- imposizione di precisi parametri architettonici per le nuove costruzioni, secondo i vari modelli (come forme, colori, materiali, ecc.) delle tradizionali strutture rurali sabine;
- incentivi e sgravi fiscali per le aziende edili che decidano di convertire la propria attività nella bioedilizia.
3c- Energia e gestione rifiuti:
- sviluppo di energie rinnovabili a basso impatto ambientale e paesaggistico, fra cui: l'incentivazione di coperture fotovoltaiche delle strutture produttive presenti sul territorio e di tutti gli edifici pubblici (scuole, municipi, ospedali, ec...) tranne quelli di spiccato valore storico-artistico-architettonico;
- sperimentazione negli insediamenti produttivi (sia industriali-artigianali che commerciali) di illuminazione tramite l'innovativa tecnologia del lampione eolico-fotovoltaico;
- costruzione di una piccola centrale a biomasse in un'area industriale già esistente (es. Rieti, Poggio Mirteto o Monterotondo);
- riqualificazione energetica di edifici moderni ma inefficienti dal punto di vista energetico (da attuarsi possibilmente in concomitanza alla riqualificazione architettonica) come molte costruzioni del Dopoguerra;
- incentivazione del microeolico a livello domestico, pubblico e industriale;
- imposizione di precisi parametri energetici per le nuove costruzioni;
- avvio della raccolta differenziata in tutti i Comuni del Parco.
3d- Infrastrutture:
- valorizzazione della rete stradale minore con adeguati interventi di segnaletica e cartellonistica stradali, da realizzarsi in punti strategici sia dal punto di vista viario che paesaggistico; l'entrata da ambo i versanti dei tronchi stradali interessati dovrà quindi essere segnalata al turista in automobile al fine di poter apprezzare l'integrità e la genuinità dei paesaggi sabini che proprio sulle strade minori si rivelano in tutto il loro splendore (es. la strada da Borgo Quinzio a Percile passando per Scandriglia ed Orvinio, oppure quella da Poggio Catino a Contigliano passando per Casperia, Roccantica, Montasola, Cottanello, o ancora quella fra Osteria Nuova e il Lago del Turano passando per Monteleone Sabino e Rocca Sinibalda, ecc..);
- manutenzione delle strade sterrate e riconversione in sterrate di asfaltate particolarmente impattanti;
- creazione della "Pista ciclabile più lunga del Mondo", che colleghi tutte le aree del Parco in un unico itinerario ciclistico; il tracciato dovrà utilizzare e riqualificare strade rurali già esistenti (sterrate, carrarecce, mulattiere) e soltanto in caso di necessità costituire un pista di nuova costruzione; lungo tutto il tracciato (bordato da staccionata) saranno naturalmente installati pannelli informativi ed indicazioni sull'itinerario da percorrere, le tappe consigliate e tutte le deviazioni possibili.
3e- Tutela e riqualificazione dei centri storici:
- demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti situati a ridosso e nei diretti pressi dei centri storici;
- incentivi per la riqualificazione (pubblica e/o privata) degli edifici storici;
- cura ordinaria dell'arredo urbano ed eliminazione (o sostituzione) di elementi deturpanti in punti di particolare pregio nei centri storici (cartelli stradali, tubi di scarico, ecc.);
- avvio di un progetto sperimentale ("borgo ad impatto zero") per un centro storico (di modesta entità e quasi spopolato) di riqualificazione totale e straordinaria dell'arredo urbano secondo un modello da individuare a seconda delle caratteristiche storiche ed architettoniche del centro storico prescelto, con l'eliminazione estetica e il divieto di tutti gli elementi moderni e deturpanti (antenne e paraboliche, tubi di scarico in lamiera, fioriere ed insegne in plastica, cartelli stradali, spazi per manifesti politici, ecc.) e con particolare attenzione all'illuminazione pubblica, che non dovrà prevedere energia elettrica ma sistemi di illuminazione tradizionali; i proprietari degli immobili inseriti in questi centri storici sperimentali - per le scomodità pratiche connesse al progetto - avranno altresì diritto ad un incentivo mensile;
- istituzione di un concorso annuale ("Borgo di Qualità") che prevede la premiazione del borgo sabino che più si sia distinto, durante l'arco dell'anno, nell'arredo urbano ed extraurbano e nella valorizzazione del proprio centro storico.
3f- Valorizzazione dei centri storici:
- creazione di almeno due centri commerciali naturali: uno da collocarsi in un centro storico piccolo e in via di spopolamento ma notevole dal punto di vista paesaggistico ed urbanistico ed eventualmente ben collegato (es. Bocchignano, Fianello, Rocchette, Montasola, Pietraforte, ecc.), un altro da collocarsi in un centro storico di media entità e già affermato dal punto di vista turistico (es. Casperia, Poggio Catino, Fara Sabina, Poggio Mirteto, Collevecchio, ecc.);
- realizzazione di una rete di sentieri escursionistici montani, collinari e campestri, che uniscano i centri storici più suggestivi e i siti religiosi più importanti, da collegare (quale variante) al Cammino di San Francesco;
- creazione di un programma annuale di feste a tema e rievocazioni d'epoca che copra tutto l'arco dell'anno e non soltanto la stagione estiva; istituzione in un "Festival internazionale di musica medievale e rinascimentale" da svolgersi durante la stagione estiva nei più suggestivi borghi sabini, tramite la valorizzazione di piazze o di edifici storici;
- apertura alle visite turistiche di castelli e palazzi storici particolarmente pregiati dal punto di vista artistico ed architettonico, previo accordi fra il Parco e i proprietari dei monumenti; il caso più eclatante di una mancata valorizzazione di questo tipo è attualmente il magnifico Castello di Rocca Sinibalda (che se aperto favorirebbe un enorme flusso turistico sia nel paese che nella zona circostante), ma anche castelli minori come quello di Oliveto Sabino, Orvinio, Montenero Sabino, ecc. meriterebbero di essere aperti al pubblico. Caso a parte il Castello Orsini di Nerola, ormai all'interno completamente trasformato a fini di lucro, la cui visita (giustificata dal rilevante interesse architettonico) potrebbe comunque essere concessa in alcuni giorni dell'anno.
3g- Promozione del paesaggio agrario e del territorio:
- creazione di un servizio navetta, in ogni area del Parco, che esegua un tour panoramico sulle strade rurali di maggiore interesse paesaggistico con sosta ai borghi più interessanti e visite guidate;
- realizzazione di documentari turistici, guide e depliant;
- gestione dell'immagine territoriale, in modo tale da inserire il Parco nei pacchetti dei tour operator nazionali ed internazionali in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico;
- creazione di un convengo nazionale annuale sul tema del paesaggio agrario, da tenersi ogni occasione in un Comune diverso, all'interno di un edificio storico di pregio, ove invitare esperti del settore (urbanisti, architetti, ambientalisti, proprietari di aziende agricole) e i rappresentanti di Comuni che si siano distinti per progetti virtuosi sul proprio territorio in fatto di tutela della ruralità;
- creazione di corsi sullo studio, la tutela e la valorizzazione del paesaggio agrario, da attuarsi in collaborazione con le istituzioni universitarie;
- istituzione di un concorso fotografico quadrimestrale internazionale denominato "Stagioni in Sabina" aperto a fotografi professionisti e a fotoamatori che abbia come premio una somma in denaro e un soggiorno in un agriturismo o b&b in Sabina e come finalità quella di far conoscere la bellezza del paesaggio sabino nei diversi mesi dell'anno.
4. Conclusioni
Dall'analisi condotta, appare con evidenza la necessità di nuovi strumenti di tutela, valorizzazione e promozione del territorio sabino, in merito alle sue straordinarie qualità culturali, storiche, paesaggistiche, ambientali, agrarie ed enogastronomiche. La gestione di tale inestimabile patrimonio da parte delle amministrazioni locali risulta all'oggi insufficiente e in alcuni casi addirittura dannosa. La vicinanza con Roma, dal canto suo, è finora stata soltanto un problema per gran parte della Sabina, sia dal punto di vista della salvaguardia del territorio, sia rispetto al suo sviluppo turistico. Invece, tale circostanza va trasformata in risorsa e compito del Parco Agricolo e Culturale della Sabina sarà innanzi tutto quello di respingere le aggressioni proprie della vicinanza ad una metropoli (insediamenti industriali e commerciali, abusivismo e speculazione edilizia, nuove strade) e viceversa portare in Sabina una parte dell'ingente mole turistica della Capitale. Accanto a tale sviluppo "indotto", poi, sarà fondamentale trasformare la Sabina, nelle sue diverse realtà e vocazioni, in un comprensorio turistico "autonomo" e di prestigio nazionale ed internazionale, che vada a costituire una valida alternativa - nell'ambito del turismo rurale, ambientale, culturale ed enogastronomico - a realtà italiane attualmente ben più consolidate in tal senso, come il Chianti, la Valdorcia, Le Langhe, il Montefeltro,
Il Parco Agricolo e Culturale permetterebbe uno sviluppo più sostenibile ed armonioso del territorio sabino, esaltandone le peculiarità nel solco sicuro della tradizione ma con una sensibilità moderna ed innovativa, che permetta all'offerta turistica della Sabina di porsi agli alti livelli oggi richiesti dal turismo culturale. Un progetto, quello del Parco, che non intaccherà affatto i modi di vita attuali della popolazione sabina, ma darà ad essa nuove prospettive di lavoro, limitando il fenomeno del pendolarismo che tanto incide negativamente sulla qualità della vita dei cittadini. Il Parco darà inoltre nuova linfa all'agricoltura, permettendo alla dop “Sabina” - come merita - di immettersi con una nuova immagine e con un maggiore riscontro economico nel mercato nazionale ed internazionale: sappiamo bene, infatti, che oggi le produzioni locali di qualità sono strettamente collegate all'immagine del proprio territorio nella loro valutazione economica al'interno del mercato agroalimentare; sicché promuovere bene il territorio significa anche poter vendere meglio e a prezzi maggiori i propri prodotti.
Infine, le tante innovazioni dal punto di vista infrastrutturale, conservazionistico, energetico e di marketing territoriale, faranno del Parco Agricolo e Culturale della Sabina un modello per le altre aree rurali d'Italia, donando così lustro e visibilità alle amministrazioni locali e attirando finanziamenti e investimenti di qualità sul territorio. Soltanto con il Parco Agricolo e Culturale potrà essere conservata e sviluppata quella caratteristica di terra genuina, sana e laboriosa propria della Sabina. Alternative del resto non ci sono, ed episodi come l'Outlet del Soratte o progetti come il Polo Logistico di Passo Corese - che attualmente sembrano incontrastabili - sono il segnale che non c'è più tempo da perdere.
Introduzione:
Da molti anni ormai si parla di un rilancio turistico della Tuscia Laziale, vale a dire del territorio della Provincia di Viterbo e della porzione confinante della Provincia di Roma. Un territorio fra i più ricchi d'Italia (e probabilmente non solo) dal punto di vista ambientale, paesaggistico, culturale, artistico, storico ed archeologico. Un territorio che fu il cuore della civiltà etrusca, donde deriva una parte fondamentale della stessa identità culturale e civile del nostro Paese.
La presenza di siti straordinari e conosciuti in tutto il mondo (citiamo soltanto il Parco dei Mostri di Bomarzo,
A differenza della Toscana e dell'Umbria, quel che è mancato qui è stata la valorizzazione turistica del territorio nel suo complesso, che nell'immaginario collettivo appare semplicemente come un contenitore "anonimo" in cui si inseriscono siti pregevoli che vale la pena di visitare. Tutto ciò che viene attraversato per raggiungerli passa dunque in secondo piano, non perché non abbia valore in sé ma perché non è stato mai adeguatamente descritto né dalla letteratura guidaristica né tantomeno celebrato al pari di aree italiane anche vicine e con un'identità propria molto marcata (il Chianti,
La valorizzazione delle strade secondare nella Tuscia appare come uno degli aspetti principali e più urgenti del rilancio turistico, anche perché sappiamo bene, purtroppo, quanti e quali scempi sono stati perpetrati sulla Via Cassia e sulla Via Aurelia (ma anche sull'Ortana e sul tratto a valle della Cimina), dove si addensa larga parte dello sviluppo urbanistico della Tuscia e dove la bellezza del paesaggio è ormai percepibile solo a tratti. Eppure, chi osa avventurarsi nei “meandri” dell’Etruria meridionale spesso finisce col ritornarci; a parte gli splendidi laghi, che colpiscono immediatamente il turista (anche quello meno colto), gli orizzonti immensi della Maremma e della Tolfa (con i ruderi antichi un po' dappertutto), oppure il paesaggio misterioso delle forre del Treja, della Teverina o della Valle del Biedano, sono immagini che rimangono stampate nella mente dei visitatori, anche perché si tratta di paesaggi unici al mondo. E tuttavia, la stragrande maggioranza dei turisti non sa nulla della bellezza del "paesaggio etrusco" e finisce - come abbiamo detto - col considerare
La cosa più straordinaria è però che tale atteggiamento sia proprio più degli Italiani in visita nel Lazio che degli stranieri. Nell'area del Lago di Bolsena, infatti, si assiste ad un ridimensionamento del "mordi e fuggi" grazie a molti turisti stranieri (olandesi e tedeschi soprattutto) che scelgono questi magnifici luoghi per soggiorni prolungati, usufruendo per lo più dei camping; allo stesso tempo, anche gli agriturismi della zona vedono uno sviluppo sicuramente più alto della media della Tuscia. Ancor più incredibile è l'incontrare turisti stranieri che si avventurano con guide (nella loro lingua) fra i rovi di Norchia e di altri luoghi impervi, oltre che sconosciuti anche agli stessi abitanti dell'Alto Lazio...
C'è quindi anche un problema culturale di fondo, che non permette a molti turisti italiani (soprattutto da Roma in giù) di apprezzare le particolarità di un territorio che non presenta le Dolomiti o i faraglioni di Capri. Se si fa eccezione dei laghi e della Valle dei Calanchi di Civita di Bagnoregio, che - come abbiamo detto - colpiscono un po' tutti, gli altri paesaggi della Tuscia lasciano un po' indifferente il turista di media e bassa cultura. Un po' per la mancanza di elementi "grandi" e di immediato impatto visivo (le citate cime dolomitiche, ad esempio), un po' per la mancanza di promozione turistica, per cui la bellezza del paesaggio etrusco, in realtà magniloquente, non è nemmeno percepita dal turista meno colto, poiché mancante di un'identità forte e radicata nell'immaginario collettivo.
Anche per questa lacuna, dunque, ossia la scarsissima valorizzazione del territorio nel suo complesso e la mancanza di un'immagine forte della Tuscia a livello nazionale, il turismo nella Tuscia non è mai riuscito a divenire un settore economico sufficientemente sviluppato e trainante. Il turismo della Tuscia si qualifica tutt'oggi come un mordi e fuggi; fenomeno che, pur caratterizzando ormai anche altri territori turisticamente molto più sviluppati, qui assume tonalità ancor più marcate. I turisti non sanno - e probabilmente non se lo chiedono nemmeno - il perché si dovrebbe soggiornare nella Tuscia piuttosto che altrove. Quali sono le sue peculiarità, quali i motivi su cui fondare la scelta?
Senza entrare nel merito delle varie posizioni assunte da amministratori e operatori del settore turistico locali - opinioni spesso assurde, superficiali e mistificatorie (ho sentito parlare addirittura della mancanza di infrastrutture in un territorio che viceversa oggi è minacciato proprio da uno sviluppo sconsiderato dell'asfalto e del cemento!) - il concetto che mi pare debba esser chiaro è il seguente: alla Tuscia manca una valorizzazione turistica del territorio nel suo complesso, con particolare riferimento alle sue risorse paesaggistiche ed ambientali, nei confronti di cui ancora non è stato fatto niente o quasi. Di luoghi stupendi ce sono a decine, e sotto tutti i punti di vista (i laghi, le forre, i siti archeologici, i borghi, le ville, i castelli, i boschi secolari, ecc...), alcuni già rinomati (Bracciano, il Parco dei Mostri di Bomarzo, le necropoli di Cerveteri e Tarquinia, Civita di Bagnoregio, Vulci, ecc.), altri da far conoscere meglio (Tuscania, Bagnaia, Trevignano, Anguillara, Bolsena, Caprarola, ecc.), ed altri ancora da promuovere del tutto (Tolfa, Monterano, Barbarano Romano e Marturanum, Blera e Luni sul Mignone, Selva del Lamone, Norchia, Civitella d'Agliano, Tenuta di Respampani, Valle del Vezza, ecc.). Ma tutti questi attrattori sono inseriti in un territorio turisticamente ancora "anonimo", senza un'identità ben definita nell'immaginario collettivo. E' questo lo sforzo che si chiede a chi amministra
A nostro modesto parere, sarebbero indispensabili alcuni interventi rivoluzionari nei confronti dei modi con cui
Premettiamo che con la nozione di "paesaggio" introdotta in questo lavoro, intendiamo quattro tipologie: 1-paesaggio urbano storico; 2-paesaggio suburbano; 3-paesaggio agricolo tradizionale; 4-paesaggio naturale. Peculiarità della Tuscia è la compenetrazione delle varie tipologie, in particolare del paesaggio rurale e di quello naturale, che spesso formano - in stretta simbiosi - un unico ambiente.
Nei seguenti paragrafi sono esposte alcune idee finalizzate alla tutela, alla valorizzazione e alla promozione del paesaggio della Tuscia Laziale, che l'Autore auspica possano essere prese in considerazione dall'opinione pubblica e dalle amministrazioni locali.
1. Il Parco Nazionale della Maremma Etrusca.
Uno degli interventi più urgenti ed importanti da effettuare è rappresentato dall'istituzione di un Parco Nazionale della Maremma Etrusca (per maggiori informazioni si legga il mio articolo Ipotesi per un Parco Nazionale della Maremma Etrusca, disponibile su questo stesso blog al link ambientepaesaggio2000.splinder.com/tag/parco+nazionale+delletruria+lazi), a tutela del cuore dell'Etruria, ove più si addensano le testimonianze del popolo etrusco: un'area di straordinaria importanza non solo sotto il profilo paesaggistico, naturalistico, artistico, storico ed archeologico, ma anche per la conservazione di una parte fondamentale delle più profonde radici culturali del nostro Paese. Tale iniziativa favorirebbe un rilancio immediato dell'immagine della Tuscia e dell'Etruria meridionale, un territorio oggi ancora semisconosciuto in Italia, e indurrebbe allo sviluppo inaspettato di un turismo culturale ed ambientale. La perimetrazione del parco dovrebbe comprendere sostanzialmente tre ambiti geografici: 1) i Monti della Tolfa, i Colli Ceriti (comuni di Cerveteri, Tolfa, Allumiere, Canale Monterano, Oriolo Romano) e
2. Il Parco Regionale della Teverina Viterbese.
Il territorio compreso grosso modo nel quadrilatero con ai vertici Mugnano, Vitorchiano, il confine umbro-laziale sulla SS71 e Sermugnano, cuore della Teverina Viterbese, conserva caratteri di forte unitarietà e di grande interesse estetico. In questa vasta area sono pressoché assenti stabilimenti ed attività industriali eccessivamente impattanti per il paesaggio e per l'ambiente (fatta eccezione per alcune cave, comunque poco visibili), mentre è da rilevare l'estrema integrità dei centri storici e dei paesaggi agrari e naturali, fra i più belli, intatti e suggestivi del Lazio. Il territorio nel suo complesso costituisce infatti un importante esempio di "paesaggio medievale" rimasto quasi immutato fino ad oggi: sia lungo la SP Teverina, sia lungo le strade di collegamento fra i vari centri (in particolare fra Vetriolo e Civitella d'Agliano, fra Bagnoregio e Bolsena e fra Celleno e Graffignano), si ammirano scenari splendidi, ove la campagna verdissima coi suoi vasti orizzonti ancora riesce ad emozionare chi le percorra. A tutto ciò si aggiunge la peculiarità dello straordinario complesso dei calanchi di Civita di Bagnoregio, un notevole patrimonio boschivo e botanico ed un ampio reticolo di forre tufacee (fra cui va citato l'impressionante canyon dell'Infernaccio, presso Grotte di Santo Stefano): tali valori naturalistici già di per sé fanno della Teverina una zona meritevole di tutela come parco regionale. Dal punto turistico, invece, è da segnalare la presenza di due attrattori turistici consolidati come Bomarzo, col suo Parco dei Mostri, e la già citata Civita di Bagnoregio, che attualmente oscurano gli altri paesi della zona; in realtà entrambi i siti dovrebbero costituire un catalizzatore turistico per l'intera Teverina, portando alla valorizzazione dei gioielli paesistici sparsi senza soluzione di continuità su questo territorio, come ad esempio i borghi di Chia, Mugnano, Roccalvecce, Celleno, Montecalvello, Sermugnano, Civitella d'Agliano, ecc., o le aree archeologiche di Corviano e della Selva di Malano-San Nicolao. Va da sé che il Parco potrebbe - e dovrebbe - essere collegato all'istituendo Parco Interregionale del Tevere, creando una rete di lunghi sentieri escursionistici, equituristici e cicloturistici che porti alla valorizzazione e alla fruizione di tutta l'area tiberina umbro-laziale, con la possibilità di pernottare in punti-sosta ricavati dal ricco patrimonio di edilizia rurale storica della zona (che, oggi per lo più in abbandono, presenta fra l'altro episodi di grande pregio architettonico) o da edifici adibiti a foresteria all'interno degli stessi "paesi-tappa" (si veda anche il cap. 8).
3. Valorizzazione della rete stradale minore della Tuscia.
Punto fondamentale per il rilancio turistico della Tuscia è certamente la valorizzazione della rete stradale minore, allo scopo di favorire un turismo "on the road" che oggi fa la fortuna di molte zone della Toscana e dell'Umbria. Un tipo di turismo che ben si presta alla scoperta di affascinanti località minori e di paesaggi splendidi ma ancora sconosciuti, e che allo stesso tempo concorre pure alla fruizione (e allo sviluppo) di b&b, agriturismi, ristoranti. Tale valorizzazione prevede la realizzazione di un vero e proprio itinerario automobilistico, con tanto di apposita segnaletica stradale, che porti il turista ad ammirare i più suggestivi ed intatti paesaggi della Tuscia, secondo tre percorsi distinti, relativi alle differenti aree geografiche (ad esempio: il Lago di Bracciano e
Allo stesso tempo, vogliamo però sottolineare che la ristrutturazione o l'eventuale realizzazione ex novo strade non dovrebbe mai indurre e permettere uno sviluppo urbanistico lungo di esse, e, tanto meno, vogliamo chiarire la nostra contrarietà al progetto inutile e dannoso dell'autostrada tirrenica, che diminuirebbe anzi il valore dell'offerta turistica del territorio maremmano. Oggi, per essere davvero competitivi e "moderni" in fatto di turismo - e per lasciarci alle spalle tutte le vecchie, ignobili e ridicole concezioni "da Dopoguerra" che vedevano nel cemento e nell'asfalto il sinonimo dello sviluppo in ogni settore - è necessario capire una volta per tutte che il turismo in Paesi "storici" come l'Italia è - e sarà sempre più - attratto non certo dal degrado urbanistico, bensì dall'integrità dei luoghi: peculiarità questa che nei prossimi anni aumenterà il proprio valore economico (e sociale) in modo progressivo ed esponenziale. E così, per le amministrazioni locali oggi conservare significa fare un vero e proprio investimento, e nemmeno troppo a lungo termine. E nella Tuscia, con il suo pregiato territorio, sarebbe un errore imperdonabile non comprendere quest'ovvietà: anzi, chi oggi non vuol conservare questi luoghi palesa (loschi) interessi personali ben diversi dalla volontà generale di dare un nuovo impulso economico a questo territorio. E' bene che i cittadini se ne rendano conto.
4. Un parco per Norchia e Falerii Novi.
Uno degli interventi più importanti ed urgenti nella Tuscia è costituito dalla tutela e dalla valorizzazione dell’area archeologica di Norchia, da anni lasciata al degrado e all’abbandono nonostante la sua eccezionale importanza storico-monumentale. Per Norchia si potrebbe ipotizzare la creazione di un parco sul modello di Vulci, eventualmente da inserire all'interno del più vasto progetto del Parco Nazionale della Maremma Etrusca. Va da sé che tutelare e valorizzare Norchia significherebbe attuare delle misure di riduzione del divieto d'accesso nell'area del poligono di Monte Romano, ove insiste una parte della stessa area archeologica e di un tratto particolarmente suggestivo (e sconosciuto) dell'antica Via Clodia: un parco, quindi, che riesca a coniugare la fruizione sia della necropoli rupestre, fra le più importanti al mondo, sia dello splendido ambiente naturale circostante fatto di vegetazione rigogliosa e spazi ampi ed incontaminati. Un intervento simile dovrebbe essere concentrato anche sull'area archeologica di Falerii Novi, una delle più interessanti della Tuscia, nota per la sua magnifica cinta muraria d'epoca romana. Le rovine sono inserite in una località che ha visto negli ultimi decenni sconsiderati fenomeni di speculazione, abusivismo edilizio ed urbanizzazione diffusa che hanno in parte alterato il contesto agrario e naturale in cui sorgono le rovine di quest'antica città dell'Agro Falisco. Tuttavia, permangono in situazione di continuità attorno all'area archeologica (specialmente fra Civita Castellana e Nepi) ampie porzioni di un paesaggio agricolo splendido, già descritto e celebrato dal Dennis per la sua somiglianza con la campagna inglese. Inoltre, nei diretti pressi di Falerii Novi (ma separata da questa da un'ampia, ignobile e clamorosa lottizzazione a ville!!!) si trova un tratto ingente della Via Amerina, assieme a varie necropoli e resti di costruzioni medievali, attualmente di difficile fruizione per la mancanza totale di segnaletica turistica ma di grande valore paesaggistico e turistico. In entrambi i casi la visita potrebbe (e forse dovrebbe) prevedere, come a Vulci, un ticket d'ingresso quale contributo al mantenimento dei luoghi e del personale del parco.
Prendendo spunto ancora dal caso di Falerii Novi, va infine considerata l'importanza di tutto l'ambiente circostante e - più in generale - dell'Agro Falisco, un'area che conserva un paesaggio unico in Italia e fra i più caratteristici del Lazio; un paesaggio di eccezionale valore estetico e culturale, con gli antichi borghi quasi sempre affacciati su panorami che paiono dipinti. In merito sono stati avanzati da tempo progetti di ampliamento dell'esistente Parco Regionale della Valle del Treja, troppo ristretto ed attualmente assediato dalla speculazione edilizia (si prendano come esempio eloquente gli scempi perpetrati nella periferia di Mazzano Romano e nelle campagne attorno all'abitato di Castel Sant'Elia). Molte voci lungimiranti (in primis Paolo d'Arpini del Circolo Vegetariano di Calcata), però, hanno, in tempi recenti, proposto l'istituzione di un vero e proprio Parco Regionale dell'Agro Falisco, a tutela di una sub-regione con una forte ed antica identità e con un potenziale turistico straordinario: quest'ultima crediamo sia l'unica proposta realmente efficace per attuare la rivalorizzazione dell'intero comprensorio (formato dai Comuni di Nepi, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Faleria, Mazzano Romano, Magliano Romano, Calcata, Sutri).
5. Decoro urbano ed extraurbano e ricostituzione del patrimonio edilizio ed architettonico originario.
Occorre avviare una politica di recupero del paesaggio urbano dei centri della Tuscia, con interventi decisi e pianificati sul decoro degli edifici, demolizioni mirate di strutture altamente impattanti o deturpanti, ricostruzione di beni andati perduti nel tempo ma ben documentati (come ad esempio la torre di Barbarano Romano, crollata negli anni Trenta del Novecento). Rispetto a questo argomento, i casi di Viterbo e Tarquinia sono da considerarsi fra i più urgenti: entrambi i centri storici conservano ambienti urbani medievali di estremo fascino e di straordinaria integrità, ma non pienamente valorizzati: i celebri quartieri medievali di Viterbo (San Pellegrino e Pianoscarano) versano oggi in uno stato di quasi totale abbandono, per via del progressivo svuotamento delle abitazioni e - fatto collegato - a causa della scarsità di attività commerciali di tipo turistico (soprattutto a Pianoscarano); sicché quegli scenari rimangono come "svuotati" da ogni flusso pedonale e turistico - e quindi poco accoglienti - pur costituendo, paradossalmente, la porzione di maggior pregio della città. Peggiore il caso di Tarquinia, ove alla mancanza della valorizzazione turistica del centro storico (anche qui scarsi gli esercizi commerciali di tipo turistico) si somma una generale lacuna nel decoro urbano, con numerosi vicoli e piazzette deturpati da interventi scandalosi di edilizia moderna (che andrebbero pertanto eliminati con demolizioni tutt'altro che impossibili) o semplicemente dalla non curanza dei residenti; lo stesso tragitto che dal Palazzo Vitelleschi conduce alla chiesa e alla torre di Santa Maria di Castello - teoricamente magnifico con le numerose costruzioni medievali, le chiese, i panorami, ecc. - non è né segnalato né salvaguardato, finendo per presentarsi come una passeggiata in una sorta di "città fantasma", ove gli unici abitanti sono le automobili parcheggiate. A tal proposito, infine, sia a Viterbo che a Tarquinia andrebbe regolamentato il traffico delle auto, che in molti casi infastidiscono il visitatore anche nei vicoli più isolati e marginali. E viene da chiedersi come mai a San Gimignano siano riusciti a far abitare quasi tutte le case del centro storico e a permettere allo stesso tempo l'accesso con le auto senza creare situazioni di vetture parcheggiate dappertutto o di traffico nelle stradine medievali. E' mai possibile che modelli già esistenti, e funzionanti, non siano presi in alcuna considerazione dagli amministratori della Tuscia? Arroganza, ignoranza o semplice menefreghismo?
Un discorso simile va fatto per il patrimonio extraurbano dell'edilizia rurale, che mai nella Tuscia è stato adeguatamente tutelato e valorizzato, nonostante la presenza (specialmente dell'area falisca e teverina) di strutture rurali antiche e pregevoli. Occorre dire, inoltre, che dal Dopoguerra ad oggi, molte (non tutte certo, fortunatamente) delle costruzioni realizzate nelle campagne della Tuscia, anche a scopo agricolo, non hanno rispettato alcun canone architettonico tradizionale, e in ciò una grave lacuna va ricercata come sempre nelle amministrazioni comunali e provinciali, che non hanno saputo porre (in stridente ed imbarazzante contrasto con le vicine amministrazioni senesi, ternane e grossetane) regole certe nella costruzione di edifici in ambiti rurali. In tal senso dovrebbero essere stanziati fondi volti a stimolare nel privato la ristrutturazione "in stile" degli immobili già presenti nelle aree rurali (e naturali), con il rispetto di alcuni canoni al livello di colori, forme e materiali, e magari anche con l'introduzione (oggi già incentivata) di forme di risparmio energetico. Va da sé che tali considerazioni dovrebbero interessare anche l'edificazione di strutture di tipo commerciale, artigianale ed industriale nei territori rurali: costruzioni che certamente dovrebbero essere evitate in questi contesti (per non ripetere alcuni sciagurati esempi negativi, come l'accozzaglia di capannoni sorta negli ultimi tempi nei pressi del bivio per l'area archeologica di Ferento, in un contesto paesaggistico di inestimabile valore) ma che, laddove realmente indispensabili (e compatibili con le prevalenti attività agricole), dovrebbero anch'esse conformarsi agli stessi canoni estetici ed energetici, secondo una regolamentazione peraltro già in atto in altre zone turistiche del nostro Paese, ad esempio nelle Langhe, in Piemonte.
6. Fruibilità dei castelli e delle torri panoramiche nei centri storici.
Un aspetto particolarmente interessante per il rilancio del turismo sarebbe la fruibilità di alcune fra le torri che caratterizzano tutt'oggi numerosi abitati della Tuscia. La possibilità di visitare di un bene storico-monumentale identitario costituisce un attrattore molto importante per i turisti, tant'è che la visita di torri panoramiche, come già in uso da molti decenni in località simili della Toscana (l'esempio più scontato è ancora San Gimignano), riscuote uno straordinario successo. Ciò che è più incredibile è che in Provincia di Viterbo, in decenni e decenni di chiacchiere al vento sul turismo, non sia mai stato avviato un benché minimo progetto di recupero ad esempio di una delle tante, splendide torri di Tarquinia o della Torre di Lavello a Tuscania o della Torre Civica di Viterbo, che offrirebbero senz'altro panorami d'eccezione per la felicità dei visitatori. L'unica eccezione è
Non sarebbe certamente impossibile, da parte dei Comuni e della Provincia, avviare accordi con i proprietari degli edifici di interesse storico ed artistico attualmente chiusi affinché possano essere resi visitabili, almeno in certi periodi dell'anno; fra i casi più importanti (ed urgenti) citiamo i castelli di Graffignano, Civitella d'Agliano, Gallese, Vejano, Faleria, Civitella Cesi, Mazzano Romano, Calcata, Vasanello ed Ischia di Castro, tutti peraltro situati in Comuni fortemente marginali e spopolati, che proprio l'apertura di beni così preziosi potrebbe risollevare economicamente e demograficamente tramite il turismo (si prenda, nel Lazio, l'esempio positivo del Castello Caetani di Sermoneta, aperto da decenni, sul quale si fonda l'economia e l’indotto di un intero paese di migliaia di abitanti). D'altronde negli ultimi tempi molti Comuni o siti turistici della Tuscia (Vulci su tutti) hanno favorito di finanziamenti "a pioggia", quasi sempre utilizzati per opere inutili e addirittura deturpanti: non si capisce, quindi, perché non si possano ricevere finanziamenti per opere veramente necessarie e finalizzate a migliorare i luoghi, non a peggiorarli come invece avviene tuttora!
7. I parchi suburbani.
Altro intervento urgente è la creazione di una rete di "parchi suburbani" (sull'esempio di quelli già esistenti a Sutri e a Barbarano Romano) a tutela di quel particolare valore paesistico che la stragrande maggioranza dei centri della Tuscia posseggono, vale a dire l'integrazione ancora armoniosa fra l'edificato storico e l'ambiente agricolo e naturale. Tale peculiarità infatti rappresenta potenzialmente un forte attrattore nei confronti del turismo culturale ed ambientale, e ne è prova lo sviluppo turistico, spesso insospettabile, avuto dai centri in cui il connubio "città-natura" è stato sufficientemente tutelato e promosso (Calcata, Civita di Bagnoregio, Barbarano Romano, Tuscania, ecc...). La particolare conformazione dell'ambiente naturale e delle architetture storiche dei centri della Tuscia rappresenta inoltre un unicum a livello mondiale, finora però mai adeguatamente valorizzato: pensiamo, ad esempio, al sistema delle forre, diffuse in quasi tutto il territorio e che necessiterebbero di interventi di valorizzazione escursionistica (ed in molti casi di bonifica ambientale). Fra i "parchi suburbani" più urgenti da istituire, per le enormi valenze paesistiche e turistiche contenute e per l'attuale assenza di tutela, citiamo almeno Blera e Civitella Cesi (da collegare tramite un'unica area protetta), Celleno, Vitorchiano, Cerveteri (collegabile con Ceri e Castel Giuliano), Tolfa, Oriolo Romano, Civitella d'Agliano, Capranica, Nepi, Civita Castellana, Bagnoregio, Lubriano. A Bomarzo, invece, è già presente in parte un parco suburbano, e cioè
8. La valorizzazione dei piccoli villaggi abbadonati, centri commerciali naturali, villaggi turistici naturali, albergo diffuso.
Importante è anche la valorizzazione dei piccoli borghi semi-spopolati quali "centri commerciali naturali", con l’organizzazione di una fiera mensile itinerante sui prodotti tipici della Tuscia, da localizzare ogni mese in un centro diverso. Tale iniziativa dovrebbe interessare tutti i paesi con caratteri di spiccata marginalità, al fine di far conoscere meglio il territorio della Tuscia con i suoi incantevoli siti minori, immersi in scenari paesaggistici straordinari e tuttora sconosciuti al turismo locale, nazionale ed internazionale. Anche la stessa ricettività andrebbe incentivata in centri di questo tipo, al fine di creare dei veri e propri "villaggi turistici naturali" (collegabili al turismo scolastico, ai campi scuola, al turismo congressuale, a corsi e seminari), in contesti dove ormai regna l'abbandono più totale, favorendo peraltro, con investimenti mirati, un enorme sviluppo dell'edilizia "di qualità", legata cioè alle ristrutturazioni, che qui troverebbe un campo d'azione ancora completamente "vuoto". Fra i numerosi paesi in cui tali iniziative potrebbero essere fattibili, citiamo ad esempio Pianiano, Roccalvecce, Montecalvello, Sermugnano, Arlena di Castro, Ischia di Castro, Cellere, Tessennano, Bassano in Teverina, Civitella d'Agliano, Sipicciano, Faleria, Veiano, Civitella Cesi, Lubriano, Mazzano Romano, Magliano Romano, Castel Sant'Elia, Mugnano, Graffignano, ecc..
9. Documentari per la promozione della Tuscia.
Una lacuna “storica” nella gestione del patrimonio ambientale della Tuscia è la mancanza di promozione turistica in ambito nazionale. Si dovrebbe infatti provvedere quanto prima alla realizzazione di video-documentari incentrati proprio sulle bellezze paesaggistiche e naturali della Tuscia, da far visionare nelle scuole delle provincie del Lazio e nei canali televisivi nazionali. Quest'ultimo aspetto, che potrebbe apparire scontato, in realtà scontato non è se pensiamo che
10. Ippovie, percorsi ciclabili, trenini natura.
Oggi si vanno imponendo sempre con maggior decisione svariati modi nuovi di intendere il viaggio, la vacanza o la semplice gita fuori porta: oltre al classico turismo enogastronomico e culturale-museale, due tipologie particolarmente in via di diffusione sono l'ippoturismo (o equiturismo) e l'escursionismo in mountain bike. Entrambe prescrivono territori che abbiano caratteristiche ben precise, fra cui la presenza di aree ampiamente non urbanizzate e scarsamente trafficate: nella Tuscia tali caratteristiche sono proprie soprattutto del territorio maremmano, ove la coltura estensiva ha permesso la conservazione di ecosistemi agrari e naturali di notevole vastità; inoltre, la presenza capillare di strade sterrate (seppur spesso in cattivissimo stato) costituisce un elemento positivo in più per la fruibilità della Maremma Laziale, soprattutto per gli appassionati di mountain bike. In altri territori pregiati della Tuscia - pensiamo alla Teverina - potrebbero essere creati itinerari simili per mountain bike e equiturismo, sebbene qui la particolare morfologia del territorio, assai frastagliata a causa delle numerose forre, non permetterebbe itinerari lunghi quanto quelli possibili in Maremma.
Un ultimo modello turistico in via di sviluppo è infine quello legato alla fruizione meramente estetica del territorio per mezzo dei cosiddetti "trenini natura"; un servizio che può essere offerto sostanzialmente secondo due tipologie. L'una che utilizza le normali linee ferroviarie, organizzando in alcuni precisi giorni un servizio di navetta, sistema attualmente già diffuso e sviluppato nella vicinissima Bassa Toscana (Colline Metallifere, Valdorcia, Crete Senesi), cha ancora una volta si presenta come un modello da seguire nell'ambito della valorizzazione di tutte le risorse turistiche del territorio;
11. Valorizzazione escursionistica del patrimonio ambientale.
Discorso a parte merita l'escursionismo a piedi nella Tuscia. Anche questo tipo di turismo non è stato mai e poi mai adeguatamente valorizzato nella Tuscia, che paradossalmente possiede un territorio adattissimo ad uno sviluppo enorme di questa attività, ormai divenuta classica in molte parti d’Italia. La prevalenza di una morfologia dolce, la mancanza di montagne riservate ad esperti alpinisti, il clima mite in tutto l'anno, la ricchezza di fauna e flora, il connubio diffuso ovunque fra ruderi antichi e ambiente naturali, le particolari emergenze geologiche e, non ultimi, gli innumerevoli canyon di tufo, vera peculiarità della Tuscia, ne fanno un'area a palese vocazione escursionistica. Non è un caso, infatti, che laddove l'escursionismo sia stato promosso e il territorio valorizzato in tal senso - non solo con la tutela dei luoghi ma anche con la creazione di itinerari segnati e ben descritti - l'escursionismo si è diffuso in modo eccezionale: pensiamo ad esempio ai parchi di Marturanum e del Rufeno o alla Riserva Naturale del Lago di Vico. Immaginiamo se una gestione di quel tipo fosse estesa ai magnifici Monti della Tolfa, alla Teverina (in particolare nella zona dei Calanchi e in quella di Bomarzo, dove i limiti della ristrettezza della Riserva di Monte Casoli sono fin troppo evidenti), alla campagna fra Tuscania e Tarquinia, o infine alle zone meno battute del comprensorio cimino. Anche l'escursionismo, però - occorre dirlo -, abbisogna di ampi spazi tutelati e valorizzati per svilupparsi adeguatamente, e tale presupposto cozza con la miope politica di conservazione finora attuata nell'Alto Lazio etrusco, basata soltanto su aree protette microscopiche e per questo scarsamente competitive nei confronti dei grandi parchi italiani (come ad esempio il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise,